Qualunque vita si guardi sembra infelice, ma qualunque vita vissuta è lieta, e qualunque cosa accada continua ad esserlo. Malgrado il dolore. Finché si stringono in mano le ortiche non si sentono le punture. Il dolore inizia quando si allenta la presa. (Gertrude Stein)
Nel marzo del 2010, il presidente Berlusconi aveva detto: “vogliamo anche vincere il cancro che colpisce ogni anno 250 mila italiani e che riguarda quasi due milioni di nostri cittadini”. Vorrei sapere se è sempre della stessa opinione, visto che i fondi stanziati dal governo per i malati di patologie gravissime fra cui il cancro sono stati dirottati, nel milleproroghe, a sanare la situazione degli allevatori in arretrato col pagamento delle multe sulle quote latte (Giorgio Gilardo, lettera a La Stampa, 3.3.11)
Le persone malate hanno bisogno di cose pratiche – qualcuno che pensi alla loro casa, che vada in banca, che si occupi dell’assicurazione – , ma soprattutto hanno bisogno di affetto, rassicurazioni, credibili bugie. Troppo spesso chi cura un malato grave si annulla, arriva a sentirsi colpevole per la sua morte anche se ha seguito alla lettera i consigli di medici e infermieri. I caregivers – si chiamano così quelli che assistono i malati terminali – assorbono come spugne tensioni, dolori, sofferenze, e in genere non riescono a scaricarle. Difficilmente i familiari, gli amici, i colleghi sono disponibili ai racconti estremi che riguardano la vita di un malato al punto finale. Ancora di più è difficile condividere il dolore del lutto, come se tacendo si allontanasse il male che pure incombe su di noi. Allontaniamo il fantasma della morte, ma non il supplizio di Tantalo che il ricordo ci assegna.
Il lutto e il dolore fanno parte di quei riti che la maggior parte delle religioni giocano con maestria. Nel mondo cattolico il dolore e la sofferenza sono regali di Dio e si celebrano funerali maestosi in chiese che spesso i morti non hanno mai frequentato, i parenti ordinano messe a scadenze predefinite per accelerare la via dell’eden; inoltre il cristianesimo ha il copyright della resurrezione che è in grado di lenire la pena dei vivi. Molto scenografico è anche il lutto nel mondo ebraico. Gli amici e i parenti fanno la keriah (uno strappo nel vestito a sinistra, in corrispondenza del cuore) intorno al corpo del defunto appoggiato in terra, e lo strappo sull’abito si conserverà fino al settimo giorno di aveluth (lutto). Il dolore viene distinto: ‘etzev è il dolore del parto, ma è anche quello morale. Keev è il dolore fisico, ma dalla stessa radice verbale deriva la parola makh’ov che indica disprezzo, oppressione. E poi tza’ar, il dolore che viene inflitto agli animali. Nel Talmud si narra la storia di un uomo punito con gravi sofferenze per aver respinto un vitellino che veniva condotto al macello e cercava di nascondersi sotto la sua tunica, perché facendo così gli aveva detto crudelmente che la macellazione era lo scopo stesso della sua nascita. Lo stesso uomo, per avere invece salvato un topo dai colpi della scopa fu sollevato dalla afflizione. Non c’è però una parola che indica il dolore per la morte che è parte della vita.
Per chi non crede c’è il dolore che annichilisce, gli psicofarmaci, l’imbarazzo degli amici che per sdebitarsi ti invitano a cena, ti regalano ombrellini, libri rari, una borsa, un taglio di capelli… C’è la vita e la sua circolarità senza false consolazioni.
http://www.youtube.com/watch?v=-r_PyNJ6IdE
Tiziana Ficacci, www.nogod.it
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Altre sofferenze
L’arresto di Ratko Mladic è un atto di giustizia e una speranza di verità per le decine di migliaia di vittime, molte ancora senza nome, il cui sangue arrossò le strade di Sarajevo e le cui ossa imbiancarono le colline di Srebrenica. Mladic era ammirato dalle frange nazionaliste e dagli hooligan che spaventano gli stadi europei, ma anche da insigni personalità religiose della Chiesa ortodossa, come il metropolita del Montenegro Amfilohije Radovic che si è più volte vantato di aver ospitato Radovan Karadzic (presidente dell’autoproclamata della Repubblica serba di Bosnia e arrestato nel 2008) dicendosi pentito di non avere accolto anche Mladic. Il generale è stato un assiduo frequentatore del Sinodo serbo. Prima di rifugiarsi nella casa del cugino dove è stato catturato, aveva trovato rifugio in diversi monasteri ortodossi.
Mladic, braccio militare di Karadzic , è l’uomo della pulizia etnica, espressione che cominciò a essere usata diffusamente proprio durante la guerra in Bosnia (1992-’95). Le vittime furono principalmente i musulmani bosniaci che il generale chiamava turchi. Il generale Mladic , per ordine del presidente serbo Milosevic sotto gli occhi dell’Onu organizzò il massacro di quasi 8mila uomini e giovani musulmani bosniaci a Srebenica, uccisi sul posto o braccati sui monti per essere sepolti in fosse comuni.
Lo stupro come arma di guerra (da www.liberelaiche.it ,giugno 2008)
Gli antichi romani, i vichinghi, i lanzichenecchi, i russi e gli americani, le marocchinate della Ciociaria, le bosniache musulmane… è un lungo elenco quello degli stupri di massa da parte degli eserciti invasori. Ancora più oggi, nelle guerre moderne che coinvolgono in misura sempre maggiore le popolazioni civili.
Lo stupro è orribile, eppure nella guerra viene considerato normale, un normale atto di guerra. E poi scende il silenzio su queste violenze, per il sentimento di vergogna che la popolazione ferita scarica sulle donne, due volte vittime. La decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu di considerare armi di guerra gli stupri è un passo verso il riconoscimento dei diritti della persona. La risoluzione comporta che gli stupratori siano perseguiti davanti al tribunale internazionale dell’Aja, competente per i crimini di guerra. Gli stupri non potranno più essere considerati danni collaterali, perché vengono riconosciuti come una tattica di guerra atta a ferire la popolazione e parte di un genocidio.
Tiziana Ficacci
http://www.cinefile.biz/?p=2656