La Shoah ha cancellato 20 milioni di ebrei in cinque anni senza un perché. Ci uccidevano come insetti: non ci riprenderemo mai da quello che abbiamo perso. Per questo l’antisemitismo mi preoccupa, può succedere di nuovo. Possiamo evitarlo con la democrazia, combattendo contro il razzismo (A. B. Yeoshua, scrittore israeliano)
Se rispondiamo alla tragedia dell’11 settembre con la censura smarriremo il valore americano più sacro: la libertà e con esso la nostra essenza stessa di americani (E. Jong, scrittrice americana)
Sono cresciuta in una famiglia consapevole del problema della razza …all’epoca vivevamo a Stoccolma. Faccio il saluto nazista da quando avevo dieci anni. I miei genitori avevano capito cosa stava per succedere. Il potere economico degli ebrei, la rovina, la dissoluzione morale. Non è cambiato niente. Oggi la Svezia sta per essere divorata dal proprio interno da un’immigrazione senza controllo. Il solo pensiero che si costruiscano moschee sul suolo svedese mi fa stare male (da Il ritorno del maestro di danza, Henning Mankell, Marsilio)
Quando si andava a New York e si saliva sulle Torri gemelle, magari in una giornata chiara, si aveva la sensazione di essere sul tetto della civiltà occidentale… anche esteticamente. Andare oggi a NY e vedere il triste baratro di Ground Zero porta a pensieri scuri e complessi. I terroristi erano islamici, ma non rappresentavano tutto l’islam. Però non è possibile sapere se una parte dell’islam abbia espresso rammarico. Sicuramente una parte ha gioito. Le vittime dell’11 settembre avevano molti credi diversi, c’erano anche musulmani, e riassumevano un’idea di Occidente pluralista che i terroristi non sopportano.
La polemica è nota: offende le vittime un centro culturale e didattico – che dovrebbe sorgere a pochi isolati da Ground Zero – che permetterebbe a tutti i newyorchesi e ai numerosi turisti di approfondire la loro conoscenza sull’islam? Il dibattito sulla costruzione del centro è diventato, come spesso accade per le cose senza senso, una questione simbolica. Qualche giorno fa l’Associated Press ha chiesto di utilizzare un linguaggio più preciso per evitare equivoci: nel promemoria inviato ai giornalisti si legge che “nell’edificio in cui verrà costruito il centro si tengono funzioni religiose già dal 2009”. Il Time Magazine ha documentato – con un filmato – che la moschea esiste da oltre un anno e ad oggi a nessuno era sembrata inopportuna al punto di scatenare un dibattito di bandiera.
Interessò meno l’Occidente perché riguardava l’arroganza della Chiesa cattolica ritenuta a torto meno cattiva del fondamentalismo islamico, ma ad Auschwitz, dove vennero sistematicamente sterminati zingari, ebrei e omosessuali, a lungo monache carmelitane elessero quel luogo a sede del loro convento, piantando anacronistiche croci ai piedi delle quali si raccolse in preghiera Giovanni Paolo II, rappresentante supremo di quella Chiesa che fu mallevadore dello sterminio. Anche per queste uccisioni non tutti i cattolici, ma certamente una maggioranza si, tacquero.
Il no al centro islamico sembra essere punitivo per quei musulmani moderati come Feisal Abdul Rauf, l’imam promotore della Cordoba House, che ha posizioni chiare sull’islam: non perde occasione per condannare ogni forma di terrorismo, ripete continuamente che le religioni devono convivere, reclama pari diritti per le donne e condanna quei paesi che applicano la sharia. Considera gli Stati Uniti una società ideale perché incoraggia la diversità e garantisce la libertà individuale e religiosa (come scrive nel suo libro What’s right with Islam is what’s right with America). I rappresentanti della gerarchia cattolica, di cui in Italia subiamo quotidianamente le frustate, credono alla libertà individuale?
Come al solito il problema sembra essere che in qualsiasi situazione a tutti si chiede di fare un passo indietro tranne che alle religioni, ritenute portatrici di valori positivi. Purtroppo anche molti sedicenti laici provano inferiorità davanti alle fedi, invece le religioni possono offrire qualcosa solo se sono disposte ad accogliere ciò che l’occidente ha maturato e sancito come la soglia invalicabile, quella dei diritti umani. Eppure molte persone per bene sono disposte a dare credito alla Chiesa che non riconosce i diritti delle donne, quelli degli omosessuali… e chi nega un diritto li nega tutti, amatissimi lettori di Nogod.
Come sempre accade, nei dibattiti di bandiera i sondaggisti la fanno da padrone, per cui apprendiamo che 2/3 degli americani sono contrari alla Cordoba House. Ma il gioco dei sondaggi è pericoloso. Come risponderebbero gli italiani se venisse loro posta la domanda: sei favorevole alla costruzione di una moschea, di una sinagoga, di un centro atei, di un campo nomadi davanti al tuo palazzo?
Tiziana Ficacci, www.nogod.it – Qui i vostri COMMENTI
25/8/09 - Sam Harris, autore de La fine della fede, sostiene che il maggiore pericolo per il libero pensiero e la civiltà oggi sia il fondamentalismo islamico, ma che non bisogna sottovalutare il pericolo cristiano, entrambe fedi che negano la realtà tangibile, per la sofferenza che creano in obbedienza ai loro miti religiosi e per la loro fedeltà a un Dio di fantasia. Tuttavia lo studioso è ottimista e afferma che presto guarderemo ai tempi in cui si credeva in Dio come oggi guardiamo al periodo in cui si riteneva che la schiavitù fosse normale. Molti commentatori, stimolati dalla plumbea atmosfera italiana cavalcata dalla Lega con l’apprezzamento di un numero ben più ampio del suo bacino elettorale, si sono convinti che qualsiasi musulmano viva sul nostro territorio sia lì pronto con la scimitarra per decapitarci. In occasione del ramadan, che per gli effetti della luna quest’anno è già arrivato e il prossimo anno arriverà ancora prima, sono insorti imprenditori che temono un calo nell’attività produttiva. Preoccupazione un po’ gonfiata se invece che ai pregiudizi ci atteniamo alle statistiche: grosse fabbriche, ad esempio in Francia, non hanno mai registrato una diminuzione della produttività durante le festività musulmane. Inoltre i sudditi di Allah che lavorano sono adulti e in grado di comprendere il loro stato di salute, e sono perfettamente a conoscenza che il corano offre una serie di deroghe al digiuno (versetto 184). Una tempesta in un bicchiere d’acqua che ha però eccitato gli istinti più bassi delle persone, accolti da qualche sindacato di categoria che, pronto a violare l’art. 3 della Costituzione, ha proposto liberatorie nelle contrattazioni. Il tutto nel silenzio dei (pochi) laici che dovrebbero avere a cuore la libertà religiosa. E’ innegabile che la fede islamica rimanda ad un universo di valori e di significati che investono l’intera esistenza della persona; non solo un insieme di concetti astratti, ma convincimenti dai quali derivano abitudini, costumi, abbigliamento… che scandiscono ogni atto della vita. Il confronto con le culture dei paesi europei non può non essere complesso, a tratti difficile, a volte impossibile. La secolarizzazione che è alla base delle società occidentali, dove la religione è una sfera separata dalla politica (con l’eccezione dell’Italia dove il Paese è ampiamente secolarizzato ma per convenzione e convenienza la classe politica tiene il piede in due scarpe) è assente nel pensiero musulmano più tradizionale. Molti degli immigrati che vengono in Italia portano con sé questa impostazione di fondo che si riflette nel modo di intendere la vita quotidiana e le relazioni sociali, decidendo le priorità alle quali uniformare le proprie scelte. Ma sono tantissimi quelli che invece preferiscono altri modelli, o che lasciano il loro paese per abbandonare una situazione che non condividono. Inchiodarli ad uno stereotipo, così come succede per noi italiani che abbiamo fama di arretrati bigotti mafiosi e mammoni, è ingiusto. La deputata Souad Sbai, che ha a lungo collaborato con il Comune di Roma presso l’assessorato alla multietnicità (soppresso dal sindaco Alemanno), ha denunciato più volte inascoltata quanto la situazione delle donne muti arrivando in Europa, per effetto dell’isolamento in cui sono costretti i musulmani. Avendo lavorato per un periodo in quell’assessorato, posso testimoniare che mai sia arrivata una richiesta per aumentare luoghi di preghiera o separazione nelle scuole…, ma piuttosto spazi per incontrarsi nel tempo libero o campi per il gioco del cricket, incremento di autobus di collegamento con le periferie, sicurezza. Richieste non diverse da quelle che fanno (inascoltati) i romani. Invece di raccogliere le istanze dei lavoratori che vivono da noi, le istituzioni scelgono di parlare con i gruppi religiosi convinte di essere aiutate nella lotta al fondamentalismo. E così i laici vengono tagliati fuori da qualsiasi dialogo. Una possibile via di uscita potrebbe essere quella di avere regole certe per ogni cittadino (ovvio anche italiano) senza tenere in nessun conto né il paese d’origine, né la religione. Però anche la Chiesa deve fare un passo indietro, dalla intromissione nella scuola alla vita politica pubblica. Altrimenti come si può pretendere che i musulmani non avanzino richieste affini? Non saranno certo le croci utilizzate strumentalmente come simboli dell’identità italiana a fermare il mondo ai confini della penisola.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Il progetto di costruire un centro culturale islamico vicino a Ground Zero è stato approvato dal consiglio comunale di New York a fine maggio. L’iniziativa è nata dall’imam Feisal Abdul Rauf . L’imam è la guida religiosa della mosche Masjd a Tribeca. Non è un leader religioso che incendia le masse con la preghiera del venerdì. E’ ritenuto un predicatore molto tranquillo. La moglie dell’imam, Daisy Khan, ha spiegato che il centro non ospiterà attività solo per musulmani, ma per tutti (asilo, centro sportivo, conferenze, biblioteca…).
La futura moschea non sarà a Ground Zero come spesso viene riportato, ma poco lontano. Scrive Romagnoli su la Repubblica: “Non occorre fare molta strada dal cratere. Ci si lascia alle spalle sia la chiesa di Saint Paul che il museo della Shoah, si svolta a Park Place, all’altezza del supermercato gestito dalla congregazione degli Amish, per dire che se si dovesse indicare un luogo simbolo del melting pot religioso sarebbe difficile trovarne uno più efficace in tutto il pianeta”
Il sindaco di New York Bloomberg si è schierato a favore del centro. Scrive Rampini su la Repubblica: “Vietarla sarebbe incoerente con la parte migliore di noi stessi. Non è un modo per onorare le vittime dell’11 settembre. I poliziotti e i vigili del fuoco che accorsero verso i grattacieli in fiamme, non si chiesero di che religione erano gli esseri umani là dentro” Aggiunge Rampini che la decisione del sindaco origina dalla sua biografia: “Nella sua infanzia i genitori dovettero ingaggiare un avvocato cristiano come prestanome per comprare casa, tanto erano discriminati gli ebrei. Ha anche una preoccupazione politica. Amministra una metropoli con 100 moschee e una comunità islamica di 700.000 persone, oltre un decimo di tutti i musulmani che vivono in America.”
Scrive Glauco Maggi su la Stampa: “Quella di Obama è esclusivamente una religione civile, una fede nell’America della storia e della Costituzione come soltanto i cittadini di prima generazione, quale lui è, e di minoranza etnica che hanno conosciuto il sapore amaro della marginalizzazione, coltivano. “
Complimenti per l’equilibrio, ormai una merce più preziosa di oro e diamanti
Mi aggiungo al commento precedente
Saluti e buon lavoro, Giuseppe Z.
La mia personale opinione è che il Centro si farà. Per quanto io sia negativo nei confronti della religione credo sia un bene
Il sindaco di New York la pensa come Tiziana ?
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201008articoli/57953girata.asp
Il sindaco di New York: combattiamo il terrore mostrando la nostra libertà religiosa
MICHAEL BLOOMBERG*
SINDACO DI NEW YORK
Questo è un ampio estratto del discorso che il sindaco di New York ha tenuto in occasione della cena annuale per celebrare la fine del Ramadan, ospitata nella Gracie Mansion, la sua residenza ufficiale. All’incontro erano presenti molti leader della comunità musulmana di New York.
NEW YORK
L’America è una nazione di immigrati e nessun posto spalanca le porte al mondo più di New York. Gli Stati Uniti sono la terra delle opportunità e nessun altro luogo offre ai suoi abitanti più occasioni per inseguire i sogni che New York. L’America è la culla della libertà. Nessuno la difende con più ardore o è stato attaccato con più ferocia a causa della sua libertà, come New York.
Nelle ultime settimane è sorto un dibattito che va al nocciolo di chi siamo come città e come Paese. La proposta di costruire una moschea e un centro comunitario a Lower Manhattan ha generato un dibattito nazionale sulla religione in America e poiché il Ramadan offre lo spunto per una riflessione vorrei discuterne.
Ci sono persone di buona volontà in entrambi gli schieramenti e auspico che il dialogo possa continuare in modo civile. Penso che la maggior parte delle persone sia d’accordo sulle due questioni fondamentali: la prima è che i musulmani hanno il diritto garantito dalla Costituzione di costruire una moschea a Lower Manhattan e, secondo, che il luogo del World Trade Center è un terreno sacro. L’unica domanda che abbiamo dinanzi è: come onoriamo quel terreno? Dopo gli attentati, alcuni sostennero che tutta la zona dovesse essere riservata a un monumento.
Decidemmo però che il modo migliore per onorare coloro che abbiamo perso e per battere i nostri nemici, era costruire un monumento commovente e ricostruire l’area. Volevamo che quel posto ricordasse al mondo che questa città non dimenticherà mai i suoi morti e non smetterà di vivere. Abbiamo promesso di riportare in vita Lower Manhattan – più forte che mai – come simbolo della nostra sfida e l’abbiamo fatto. Oggi, e più di prima, è una comunità di vicini con più persone che là vivono, lavorano, giocano e pregano.
Ma se sosteniamo che una moschea e un centro comunitario non dovrebbero essere costruiti vicino al perimetro del World Trade Center, comprometteremmo il nostro impegno per combattere il terrore con la libertà. Colpiremmo i nostri valori e i principi per cui tanti eroi sono morti per proteggerli. Alimenteremmo le impressioni sbagliate che alcuni americani hanno dei musulmani. Manderemmo un segnale al mondo che i musulmani americani sono uguali per la legge, ma diversi agli occhi dei loro compatrioti. E consegneremmo un prezioso strumento di propaganda ai reclutatori dei terroristi che diffondono falsità dicendo che l’America è in guerra con l’Islam. L’Islam non ha attaccato il World Trade Center, è stata Al Qaeda. Coinvolgere tutto l’Islam nelle azioni di pochi che hanno deviato da una grande religione è disonesto e non americano.
Proprio in questo momento, ci sono giovani americani – alcuni dei quali musulmani – che sorvegliano le libertà in Iraq e Afghanistan e nel mondo. Uomini e donne del nostro esercito sono impegnati a combattere per i cuori e le menti. E la loro più grande arma è la forza dei valori americani che hanno sempre ispirato persone nel mondo. Ma se noi non mettiamo in pratica in patria ciò che predichiamo all’estero – se non guidiamo con l’esempio – miniamo i nostri soldati, gli scopi della nostra politica estera e la nostra sicurezza. In un’altra epoca, con sfide internazionali diverse per il Paese, il Segretario di Stato del presidente Kennedy, Dean Rusk, spiegò al Congresso perché è importante essere all’altezza dei nostri ideali in patria. Disse: «Gli Usa sono considerati la dimora della democrazia e l’avamposto della battaglia per libertà, diritti umani e dignità. Ci è richiesto di essere un modello».
Quasi cinquant’anni più tardi, queste parole risuonano ancora vere. Nel combattere i nemici non possiamo affidarci interamente al coraggio dei soldati o all’abilità dei diplomatici. Tutti noi dobbiamo fare la nostra parte. Come abbiamo combattuto il comunismo mostrando al mondo la forza del libero mercato e delle libere elezioni, così dobbiamo combattere il terrorismo mostrando il potere della libertà religiosa e la cultura della tolleranza. La libertà e la tolleranza sconfiggeranno sempre la tirannia e il terrorismo. Questa è la grande lezione del XX secolo e non dobbiamo abbandonarla nel XXI.
Capisco l’impulso a cercare un altro luogo per la moschea. Comprendo il dolore di coloro che sono spinti da una perdita grande. Ci sono persone di ogni fede che sperano che una compromesso metterà fine al dibattito. Ma non sarà così. Perché poi la questione muterà: quanto grande dovrebbe essere l’area bandita alla moschea attorno al World Trade Center? Già c’è una moschea a quattro isolati da là. Dovremmo spostarla? Siamo dinanzi a una verifica della nostra adesione ai valori americani. Dobbiamo avere il coraggio delle convinzioni e fare ciò che è giusto, non ciò che è facile. E riporre fiducia nelle libertà che hanno sostenuto questo grande Paese per oltre 200 anni.
I primi coloni approdati sulle coste Usa aspiravano alla libertà religiosa e i padri fondatori scrissero una Costituzione che la garantiva. Fecero sì che al governo non sarebbe stato permesso preferire una fede piuttosto che un’altra. Tuttavia, non molto tempo fa, ebrei e cattolici dovettero superare stereotipi e costruire ponti verso coloro che li consideravano con sospetto e non pienamente americani. Nel 1960 molti temevano che Kennedy avrebbe imposto la legge del Papa all’America. Ma egli ci insegnò che la devozione a una religione di minoranza non è un ostacolo al patriottismo. È una lezione che dobbiamo aggiornare oggi ed è nostra responsabilità accettare la sfida.