Archivio di giugno 2010

Ratzinger costringe a scusarsi…

mercoledì, 30 giugno 2010

… l’unico cardinale che aveva tentato di frenare gli abusi dei preti.
Comportamento schizofrenico del papa che da una parte dice di denunciare gli abusi e dall’altra punisce chi lo fa.

MERA RETORICA DI STATO

L’idolatria della Chiesa

Costretto a fare pubblica ammenda il cardinale Schönborn, che aveva accusato Sodano di aver coperto un caso di pedofilia
Il Papa ripete che il pericolo più grande per la Chiesa viene dal suo interno, ma ha umiliato pubblicamente il cardinale in prima linea nella denuncia degli abusi
30 giugno 2010 | Mondo

Il cardinale austriaco Schönborn, che un mese e mezzo fa aveva accusato pubblicamente il cardinale Sodano di aver coperto uno dei casi più gravi di pedofilia nella Chiesa Cattolica, è stato convocato ieri in Vaticano e costretto a pubbliche scuse. “Umiliato”, scrivono i giornali di tutto il mondo.

L’origine dei fatti risale allo scorso 9 maggio. Cristoph Schönborn sostenne che negli anni Novanta Joseph Ratzinger (allora capo della Congregazione per la dottrina della fede, suo vecchio amico) fosse intenzionato a fare chiarezza sul caso di Hans Hermann Groër – predecessore di Schönborn come arcivescovo di Vienna, morto nel 2003 e responsabile di un numero imprecisato di violenze sessuali – e “usare una linea di tolleranza zero”. La volontà e l’influenza di Angelo Sodano nella Curia romana avrebbero finito però per metterlo in minoranza: secondo Schönborn, l’allora segretario di Stato avrebbe deciso di coprire gli abusi e insabbiare le inchieste, per evitare effetti negativi sull’immagine della Chiesa. La portata delle accuse di Schönborn era stata gigantesca: era la prima volta che un cardinale accusava pubblicamente un altro cardinale e i giornali parlarono di “atto senza precedenti”.

A seguito di quelle frasi Joseph Ratzinger ha convocato Schönborn a Roma e lo ha costretto a fare pubblica ammenda al termine di un incontro con l’attuale segretario di stato Tarcisio Bertone e lo stesso Angelo Sodano. Il comunicato con cui il Vaticano ha annunciato l’incontro dà l’idea della situazione, facendo riferimento ai “giudizi equivoci” di Schönborn nei confronti dell’allora segretario di stato Sodano e del “compianto” cardinale Hans Hermann Groër. Dice altre due cose importanti, il comunicato. La prima è che “nella Chiesa, quando si tratta di accuse contro un cardinale, la competenza spetta unicamente al Papa”. La seconda è che Schönborn – che aveva anche fatto aperture verso le coppie gay e l’abolizione del celibato sacerdotale – farebbe bene a tenere per sé le sue divagazioni dottrinali.

A Schönborn non è rimasto che abbozzare e dirsi “dispiaciuto”, ma l’umiliazione rimane: secondo il New York Times sarebbe stata pretesa dallo stesso Sodano. E in molti hanno osservato una nuova contraddizione da parte della Chiesa e di papa Benedetto XVI: che un giorno allude al peccato che contagia la Chiesa al suo interno e l’altro attacca i giornali accusati di persecuzioni; un giorno annuncia “tolleranza zero” nei confronti dei preti pedofili e quello dopo umilia un cardinale che ha denunciato proprio l’esistenza del male all’interno della Chiesa. Simili perplessità sono espresse oggi su Repubblica da Vito Mancuso, teologo e già sacerdote.

Ieri il papa ha sottolineato che il pericolo più grande per la Chiesa viene dal fronte interno: “Il danno maggiore lo subisce da ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità”. Ma allora perché, due giorni fa, ha pubblicamente umiliato il cardinale Christoph Schönborn, finora il più coraggioso degli uomini di Chiesa nel lottare contro il terribile inquinamento interno che è la pedofilia del clero? Io quasi non volevo crederci, non poteva essere vero che Benedetto XVI, dopo aver più volte affermato di voler fare tutto il possibile per stabilire la verità e perseguire la giustizia nello scandalo pedofilia, avesse costretto l’arcivescovo di Vienna a una specie di Canossa vaticana. Eppure era vero.

Mancuso si dice colpito soprattutto dal “disinteresse mostrato dal papa per il merito delle accuse” mosse da Schönborn. Possibile che a Ratzinger non interessi se Schönborn dice o no la verità? Se Sodano abbia coperto davvero le indagini di Vienna sul cardinale Groër, addirittura compianto?

Il papa semplicemente non se ne è curato, non è entrato nel merito, alla verità ha preferito la forma ricordando che solo a lui è concesso accusare un cardinale. Così il comunicato ufficiale: “Nella Chiesa, quando si tratta di accuse contro un cardinale, la competenza spetta unicamente al papa”. Ma se è così, allora il papa è tenuto ad andare fino in fondo verificando se le accuse di Schönborn a Sodano sono fondate o sono solo calunnie. Lo farà?

Mancuso ricorda le parole dette da Ratzinger soltanto lo scorso 11 giugno, quando disse di “voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più”. Mera retorica di stato, visto il comportamento concreto di Ratzinger: che dice altre due cose.

Primo: se non fosse stato per la forza dei giornali e delle tv tutto sarebbe rimasto sconosciuto e insabbiato; se la Chiesa riuscirà un giorno a fare pulizia al proprio interno lo dovrà alla forza delle scomode verità fatte emergere dalla libera informazione. Secondo: fino a poco tempo fa la linea tenuta dal cardinal Sodano sul caso Groër era la prassi abituale, come appare anche dalla Epistula de delictis gravioribus inviata il 18 maggio 2001 dall’allora cardinal Ratzinger ai vescovi di tutto il mondo che imponeva il secretum Pontificium per tutte le gravi trasgressioni del clero (notare: il caso Groër risale a sei anni prima!). È proprio questa la peculiarità dello scandalo, non tanto la pedofilia di preti e vescovi, quanto l’insabbiamento da parte delle gerarchie, il fatto incredibile che i vertici ecclesiastici sapevano di questi crimini e, per non indebolire il potere politico della Chiesa, tacevano e insabbiavano. Per anni e anni. Per interi decenni è stata preferita l’onorabilità della struttura politica della Chiesa rispetto alla giustizia verso le vittime, e quindi verso Dio.

Ecco perché secondo Mancuso non c’è speranza che le cose cambino, almeno per ora. Malgrado il cambio di tono, la Chiesa si trova esattamente dove si trovava dieci anni fa.

Le dichiarazioni del cardinal Sodano che riduceva a “chiacchiericcio” le accuse erano esattamente in linea con questa politica dell’insabbiare, e l’umiliazione inferta dal papa al cardinale Schönborn per averlo criticato è una conferma che questa politica non è terminata. La subdola peculiarità di questo scandalo mondiale è purtroppo ancora in vita. Salvare la Chiesa prima di tutto. Prima dei bambini e della loro vita psichica e affettiva. Prima dei genitori e del loro inestirpabile dolore. Prima del senso di giustizia di tutta una società. Prima della giustizia di cui rendere conto davanti a Dio. Prima di tutto, la Chiesa e la sua immagine, e il conseguente potere che ne deriva. Per questo l’ordine era (anzi è, perché altrimenti non si sarebbe salvata l’onorabilità del potente cardinal Sodano) coprire, insabbiare, dissimulare, mentire, negare, comprare. Tra l’ottantina di cardinali della Chiesa solo uno aveva avuto il coraggio e l’onestà di puntare il dito contro il vertice della nomenclatura. Il papa l’ha messo a tacere, l’ha fatto rientrare tra le fila, imponendogli una bella dichiarazione di facciata.

Mancuso ha una spiegazione per il fatto che la Chiesa prediliga gli interessi degli aguzzini a quelli delle vittime: la prevalenza della Chiesa su Dio nella fede di molti cattolici.

La risposta a mio avviso consiste nella teologia elaborata lungo i secoli che ha condotto a una vera e propria idolatria della struttura politica della Chiesa, a una sorta di sequestro dell’intelligenza da parte della struttura per affermare se stessa sopra ogni cosa, il cui inizio si può emblematicamente collocare, come già intuito da Dante, nella stesura del falso documento conosciuto come “Donazione di Costantino” da parte della cancelleria papale (documento svelato come falso da Lorenzo Valla nel 1440). Questa teologia ecclesiastica ha condotto a fare dell’obbedienza alla Chiesa gerarchica il segno distintivo dell’essere cattolico: il cattolico è anzitutto colui che obbedisce al papa e ai vescovi. Se non obbedisci, non sei cattolico. Dante non lo sarebbe più, neppure san Paolo, che ebbe l’ardire di opporsi pubblicamente a Pietro, non potrebbe far parte di questa Chiesa cattolica. Al termine degli Esercizi spirituali così Ignazio di Loyola illustrava il rapporto con la verità che deve avere il cattolico: “Quello che io vedo bianco, lo credo nero se lo stabilisce la Chiesa gerarchica”.

http://www.ilpost.it/2010/06/30/ratzinger-contro-schonborn/

L’articolo completo

Preti pedofili perché il Papa difende Sodano?

di Vito Mancuso (la Repubblica, 30 giugno 2010)

Ieri il papa ha sottolineato che il pericolo più grande per la Chiesa viene dal fronte interno: “Il danno maggiore lo subisce da ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità”. Ma allora perché, due giorni fa, ha pubblicamente umiliato il cardinale Christoph Schönborn, finora il più coraggioso degli uomini di Chiesa nel lottare contro il terribile inquinamento interno che è la pedofilia del clero?

Io quasi non volevo crederci, non poteva essere vero che Benedetto XVI, dopo aver più volte affermato di voler fare tutto il possibile per stabilire la verità e perseguire la giustizia nello scandalo pedofilia, avesse costretto l’arcivescovo di Vienna a una specie di Canossa vaticana.

Eppure era vero. Benedetto XVI aveva costretto il presule, nonché stimato teologo di orientamento conservatore a lui molto vicino, a una conciliazione forzata con il cardinal Sodano. La logica del potere romano è la forza che ancora domina la Chiesa cattolica.

Quello che però a mente fredda colpisce di più è il disinteresse mostrato dal papa per il merito delle accuse mosse pubblicamente da Schönborn il 28 aprile scorso contro il cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato sotto Giovanni Paolo II, accusandolo di aver insabbiato il caso Groer.

Hans Hermann Groer (1919-2003), monaco benedettino, arcivescovo di Vienna e cardinale, fu costretto a dimettersi nel 1995 per aver molestato un seminarista minorenne (in seguito a suo carico emersero molti altri casi).

Immediato successore di Groer nella diocesi di Vienna, Schönborn quando accusava Sodano parlava di cose che conosce molto bene. Ma diceva la verità oppure mentiva? È vero o non è vero che Sodano da Roma ostacolò le indagini di Vienna? Il papa semplicemente non se ne è curato, non è entrato nel merito, alla verità ha preferito la forma ricordando che solo a lui è concesso accusare un cardinale. Così il comunicato ufficiale: “Nella Chiesa, quando si tratta di accuse contro un cardinale, la competenza spetta unicamente al papa”.

Ma se è così, allora il papa è tenuto ad andare fino in fondo verificando se le accuse di Schönborn a Sodano sono fondate o sono solo calunnie. Lo farà? Non lo farà, per il motivo che dirò alla fine di questo articolo.

Nella predica a conclusione dell’Anno sacerdotale a piazza San Pietro l’11 giugno Benedetto XVI aveva detto di “voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa succedere mai più”. Alla luce del trattamento riservato a Schönborn queste parole appaiono molto sfuocate, mera retorica di stato. Di che cosa stiamo parlando, infatti? Stiamo parlando (occorre ricordarlo sempre!) di migliaia e migliaia di giovani vittime.

Oltre all’Austria scandali sono emersi ovunque. Negli Stati Uniti finora sono stati pagati indennizzi per 1.269 miliardi di dollari, con il conseguente fallimento di non poche diocesi.

In Irlanda nel 2009 sono usciti documenti come il Rapporto Murphy e il Rapporto Ryan, quest’ultimo sugli abusi del clero dagli anni ’30 agli anni ’70 (notare: anni ’30, altro che responsabilità della rivoluzione sessuale del postconcilio come scrive Benedetto XVI nella “Lettera ai cattolici irlandesi”): il risultato è che la Chiesa irlandese deve versare 2.100 milioni di euro di risarcimenti.

Poi c’è la Germania del papa: abbazia benedettina di Ettal in Alta Baviera, coro di Ratisbona, dimissioni di mons. Mixa vescovo di Augusta per molestie sessuali su minori, collegio Canisius dei gesuiti a Berlino…

C’è il Belgio con le dimissioni del vescovo di Bruges per i medesimi tristi motivi e le perquisizioni delle tombe nella cattedrale di Malines con le conseguenti deplorazioni pontificie.

Ci sono Polonia, Svizzera, Olanda, Danimarca, Norvegia, Inghilterra, Australia…

Don Ferdinando Di Noto, il prete da anni in prima linea contro la pedofilia, simbolo della rettitudine della gran parte dei preti, dichiarava il 18 febbraio scorso che in Italia i casi accertati sarebbero un’ottantina. Da allora, vista la frequenza delle notizie sui giornali, temo che la cifra sia aumentata non poco.

Di fronte a questi dati due cose sono sicure. Primo: se non fosse stato per la forza dei giornali e delle tv tutto sarebbe rimasto sconosciuto e insabbiato; se la Chiesa riuscirà un giorno a fare pulizia al proprio interno lo dovrà alla forza delle scomode verità fatte emergere dalla libera informazione.

Secondo: fino a poco tempo fa la linea tenuta dal cardinal Sodano sul caso Groer era la prassi abituale, come appare anche dalla Epistula de delictis gravioribus inviata il 18 maggio 2001 dall’allora cardinal Ratzinger ai vescovi di tutto il mondo che imponeva il secretum Pontificium per tutte le gravi trasgressioni del clero (notare: il caso Groer risale a sei anni prima!). È proprio questa la peculiarità dello scandalo, non tanto la pedofilia di preti e vescovi, quanto l’insabbiamento da parte delle gerarchie, il fatto incredibile che i vertici ecclesiastici sapevano di questi crimini e, per non indebolire il potere politico della Chiesa, tacevano e insabbiavano.

Per anni e anni. Per interi decenni è stata preferita l’onorabilità della struttura politica della Chiesa rispetto alla giustizia verso le vittime, e quindi verso Dio. Le dichiarazioni del cardinal Sodano che riduceva a “chiacchiericcio” le accuse erano esattamente in linea con questa politica dell’insabbiare, e l’umiliazione inferta dal papa al cardinale Schönborn per averlo criticato è una conferma che questa politica non è terminata. La subdola peculiarità di questo scandalo mondiale è purtroppo ancora in vita.

Salvare la Chiesa prima di tutto. Prima dei bambini e della loro vita psichica e affettiva. Prima dei genitori e del loro inestirpabile dolore. Prima del senso di giustizia di tutta una società. Prima della giustizia di cui rendere conto davanti a Dio. Prima di tutto, la Chiesa e la sua immagine, e il conseguente potere che ne deriva.

Per questo l’ordine era (anzi è, perché altrimenti non si sarebbe salvata l’onorabilità del potente cardinal Sodano) coprire, insabbiare, dissimulare, mentire, negare, comprare. Tra l’ottantina di cardinali della Chiesa solo uno aveva avuto il coraggio e l’onestà di puntare il dito contro il vertice della nomenclatura. Il papa l’ha messo a tacere, l’ha fatto rientrare tra le fila, imponendogli una bella dichiarazione di facciata.

Ma com’è possibile che nella Chiesa tanti crimini siano stati occultati e che all’interesse delle vittime sia stato preferito quello dei loro aguzzini? La risposta a mio avviso consiste nella teologia elaborata lungo i secoli che ha condotto a una vera e propria idolatria della struttura politica della Chiesa, a una sorta di sequestro dell’intelligenza da parte della struttura per affermare se stessa sopra ogni cosa, il cui inizio si può emblematicamente collocare, come già intuito da Dante, nella stesura del falso documento conosciuto come “Donazione di Costantino” da parte della cancelleria papale (documento svelato come falso da Lorenzo Valla nel 1440).

Questa teologia ecclesiastica ha condotto a fare dell’obbedienza alla Chiesa gerarchica il segno distintivo dell’essere cattolico: il cattolico è anzitutto colui che obbedisce al papa e ai vescovi. Se non obbedisci, non sei cattolico. Dante non lo sarebbe più, neppure san Paolo, che ebbe l’ardire di opporsi pubblicamente a Pietro, non potrebbe far parte di questa Chiesa cattolica. Al termine degli Esercizi spirituali così Ignazio di Loyola illustrava il rapporto con la verità che deve avere il cattolico: “Quello che io vedo bianco, lo credo nero se lo stabilisce la Chiesa gerarchica”.

Da tempo immemorabile la bilancia è il simbolo della giustizia. Su un piatto della bilancia ci sono le vite di migliaia di bambini, ragazzi e giovani irrimediabilmente deturpate da uomini di Chiesa. Sull’altro, che cosa mette la Chiesa? Oggi è costretta a mettere i nomi dei colpevoli, e tantissimi soldi. Ma si ferma qui, e non basta. Essa infatti deve aggiungere se stessa, la struttura di potere che l’ha fatta precipitare in questo abisso. Solo a questa condizione i due piatti possono tornare in equilibrio e generare la vera giustizia, quella che Gesù diceva di cercare sopra ogni altra cosa.

30/6/10 – O orgoglio o pregiudizio

mercoledì, 30 giugno 2010

http://www.youtube.com/watch?v=fVR44jgic6c

Perché sabato 3 luglio, anche se a Roma farà molto caldo e si starebbe meglio a mollo in piscina, bisogna andare al gay pride? Intanto per le motivazioni suggerite dagli organizzatori: “vogliamo affermare con forza diritti e uguaglianza per tutte e tutti, perché desideriamo vivere in una società inclusiva, laica, aperta, solidale che accoglie e non discrimina o violenta le diversità”.
Poi per rispetto di una storia giovane ma che è parte della nostra vita. La marcia si tenne per la prima volta nel giugno del 1970 e da allora ogni anno, nell’anniversario del 28 giugno 1969 giorno degli scontri di Stonewall. Quaranta anni fa negli Stati Uniti non c’erano movimenti per i diritti degli omosessuali, l’associazione americana di psichiatria definiva l’omosessualità una malattia mentale. Eppure di diritti civili si parlava: per i neri, per le donne, per i poveri.
Lo Stonewall Inn, locale del Greenwich Village a Manhattan, la sera del 27 giugno 1969 era gremito. Era morta Judy Garland, icona del mondo gay, e nel locale si intonavano alcune sue canzoni. Sei agenti della polizia di New York, quattro uomini e due donne, sopraggiunsero allo Stonewall per controllare che non venissero venduti alcolici, nonostante da due anni fosse decaduto l’obbligo di servire alcol agli omosessuali. I poliziotti fecero uscire i clienti uno alla volta tra gli insulti e trattennero i travestiti pretestuosamente. Cose abituali, ma quella sera qualcuno si ribellò ai soprusi. Non solo i travestiti e gli omosessuali che frequentavano il locale, anche persone che erano lì per passare una serata o gente che si trovava a camminare su quella strada. I poliziotti vennero ridotti all’impotenza. Il giorno dopo i giornali fecero resoconti picareschi, descrivendo una guerra di “ridicole checche che piagnucolavano mascara imbrattati di rossetto”, cronache che rafforzarono, invece di offendere, l’orgoglio degli insorti. Il seme era stato gettato, e nei giorni successivi nacque la pianta dei diritti civili che scelse di chiamarsi movimento gay, che cominciò a battersi per i suoi diritti. Lo Stonewall Inn è stato dichiarato monumento nazionale ed è tappa “obbligatoria” per chi vuole conoscere la storia della libertà. Il gay pride – nel 1970 c’erano poche centinaia di persone a New York – quest’anno è stato aperto dal sindaco Bloomberg e dal governatore Paterson. In Gran Bretagna David Cameron e Nick Clegg hanno accolti i rappresentanti dei movimenti omosessuali a Downing Street. A Napoli è intervenuta la sindaco Iervolino.
I gay pride sono nati per rivendicare orgogliosamente se stessi e per richiedere pari diritti. Che in Italia sono molto lontani dall’essere ottenuti essendo il paese abbarbicato a una pervicace diffusione di modelli “morali” unici . Per cui sabato 3 bisognerà sfilare da piazzale dei Partigiani fino a piazza Venezia, non irritarsi per quegli omosessuali in servizio permanente effettivo che faranno dichiarazioni fesse, non storcere il naso davanti a cartelli che non ci piacciono, e se possibile divertirsi anche un po’ ballicchiando durante il percorso. E soprattutto ricordarsi che in un mondo dispari si vive veramente male.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

29/6/10 – Simply the best*

martedì, 29 giugno 2010

Di nuovo fui come una bambina,
colle unghie annerite dal lavoro
e dallo scavare canali di sabbia.
Dovunque si posassero i miei occhi, nastri di porpora.
E tanti occhi luccicavano come grani in collane d’argento.
Di nuovo fui come una bambina,
di quelle che di notte fanno il giro del mondo
e vanno fino in Cina
e nel Madagascar,
o quelle che rompono i piatti e le tazze
del troppo amore
del troppo amore
del troppo amore.
(Daliyah Ravikovitch)

I sondaggi dicono che in tandem Martine Aubry e Dominique Strauss-Khan oggi sconfiggerebbero Nicolas Sarkozy alle presidenziali del 2012. DSK coprirebbe il fianco destro, mentre Aubry rastrellerebbe il voto giovanile e quello della sinistra-sinistra. Ma il ticket non è previsto per le presidenziali francesi, e Martine Aubry, oggi a capo dell’inquieto partito socialista francese, è il candidato naturale alle prossime presidenziali. Tanto più che DSK, oggi potente presidente del Fondo monetario internazionale e che quasi sicuramente sarà riconfermato a fine mandato, non è convinto di gettarsi in una lunga battaglia per le primarie. E anche, dicono le gole profonde, è troppo compromesso con vicende sessual-sentimentali non gradite ai francesi che desiderano sobrietà all’Eliseo.
Martine Aubry, nata a Parigi l’8 agosto del 1950, non ha avuto una strada in discesa nella politica francese. Iscrittasi al partito socialista nel 1974 da subito non suscitò grandi simpatie. Intanto l’essere figlia di Jacques Delors le creava una aurea di familismo non conforme alla politica francese, poi l’avere avuto una formazione cattolica non ha deposto a suo favore. Ha studiato come molti dirigenti politici francesi all’Ena, e, sorprendente per chi ha dato il meglio di sé nel sociale, viene bocciata nel concorso d’uscita della prestigiosa scuola in diritto sociale. E’ stata il braccio destro del direttore generale di una grande multinazionale della siderurgia (Pechiney) dove si fa immediatamente notare. Intanto tagliando riunioni estenuanti dichiarando che lei a casa ha un marito e una figlia e non intende lavorare oltre le 17.30.
Nel 1997 Lionel Jospin è premier, Strauss-Kahn è coordinatore e responsabile di tutta la politica economica, Aubry della politica sociale. Lei si occuperà di dossier importanti e passerà alla storia (si, alla storia) per essere stata l’artefice della riduzione della durata del lavoro settimanale a 35 ore. In quel governo Ségolène Royal è la sua sottosegretaria con la delega alla famiglia. La strapazza un po’, le fa fare lunghe attese, liquida le sue proposte come irrilevanti, la definisce l’oie blanche. Nel 2008 nel congresso del ps a Reims, Royal ottiene il 28% dei voti precongressuali, Aubry il 25%. Rinunciare? Il buon senso lo avrebbe consigliato, ma il sindaco di Parigi Bertrand Delanoe (anche lui 25%) e Benoit Hamon (20), decidono una cosa né usuale né facile in casa socialista: la sintesi. I militanti saranno chiamati a scegliere direttamente e scelgono Aubry. Pochi voti di scarto che destano il malcontento di Royal e dei suoi sostenitori.
La vita in rue Solférino (sede del ps) non è facile. I sostenitori di Ségolène la marcano stretto e le rimproverano perfino di essere più larga che lunga. In effetti Martine è alta 1.64 centimetri non ben distribuiti, diciamo pure che ha una figura tozza. Ma la violenza stupida e gratuita maschilista, anche se viene dalle donne – ahimè ancora troppo spesso dalle donne – se non uccide rafforza. Le elezioni regionali di marzo hanno messo lo stop alle chiacchiere. Il partito socialista ha vinto in quasi tutte le regioni. Quando va nelle piazze la gente la acclama come “quella delle 35 ore”, anche se adesso la legge non ha più corso. Lei affila le armi per l’Eliseo. E’ nata sotto il segno del leone, ma stiano attenti i suoi avversari perché il suo ascendente è lo scorpione.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it – Qui i vostri COMMENTI

* http://www.youtube.com/watch?v=bMbtzalS3u8

Un papa in tribunale ?

martedì, 29 giugno 2010

Fra i mille fantasiosi segreti di Fatima che dal 1917 periodicamente riempiono le pagine dei giornali per la gioia degli editori di fandonie giornalistiche e anche di Bruno Vespa che con Fatima (e Padrepio) ci campa di audience da diversi anni, nessuna suor Bucia o affini ha mai previsto un papa in tribunale. Nè come imputato, nè come testimone. Tuttavia non c’è nessun rischio che questo succeda a breve termine, anche se sulla richiesta in tal senso di una Corte dell’Oregon la Corte Suprema degli Stati Uniti non ha espresso alcun divieto. Certo che le gravi responsabilità della SS Vaticana nel proteggere i preti pedofili e nell’impedire la loro immediata denuncia alle autorità civili non possono passare in archivio con la semplice condanna a quattro pater, ave e gloria e la minaccia di un “inferno” più duro per i colpevoli. Oltre alla condanna dei responsabili dei reati vedremmo volentieri anche una condanna (non solo al pagamento di danni) per i gerarchi omertosi. Se non succederà in un tribunale dell’Oregon da qualche parte prima o poi succederà. Ma certamente mai nella repubblica vaticaliana, Vicereame del Papa Re.

Qui la fonte della notizia

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Reconquista.

lunedì, 28 giugno 2010

10/06/07 – Il Vaticano e la “Reconquista” dell’ Italia.

Con la parola “Reconquista” gli spagnoli intendono quel lungo processo durato quasi otto secoli per liberare definitivamente nel 1492 il loro paese dagli invasori arabi. Allo Stato Pontificio invece sono bastati 132 anni , dalla Breccia di Porta Pia del 1870 all’ insediamento di Giovanni Paolo 2° in Parlamento nel 2002, per riprendersi non solo Roma ma l’ intera Italia. Vediamo come. La guerra di “reconquista” vaticana inizia in sordina subito dopo la Breccia di Porta Pia, ma ottiene la sua prima significativa vittoria nel 1929 quando, con i Patti Lateranensi, Mussolini sottomise l’ Italia al potere religioso con due articoli che imponevano la religione cattolica come “unica religione dello Stato” e l’insegnamento della stessa come “coronamento” dei corsi di studio. La ri-presa del potere continuò con la Costituzione Repubblicana del 1948 in cui all’ art. 7 quei Patti di sottomissione furono confermati. E non si fermò nemmeno con il Concordato craxiano del 1984 quando vennero solo apparentemente cancellati quei due articoli odiosi del precedente accordo. In realtà nei fatti non cambiò nulla. Da una parte il concetto di “unica religione dello Stato” viene perpetuato dall’ esposizione esclusiva del simbolo di quella religione in tutte le scuole pubbliche e addirittura in tutte le aule di tribunale, dove invece è completamente assente l’ unico emblema approvato dall’ Assemblea Costituente nella seduta del 31 Gennaio 1948 e promulgato poi con Decreto Legislativo N. 535 del 5/5/48 a firma del Presidente della Repubblica Enrico De Nicola. Questo.

E per quanto riguarda l’insegnamento della religione cattolica assistiamo ad una vera e propria presa in giro, dal momento che la possibilità di “non avvalersene” è congegnata in modo tale da costringere di fatto gli studenti a frequentarla. Così, oltre all’ indottrinamento dei giovani, anche gli stipendi pagati dallo Stato alle migliaia di insegnanti scelti dai vescovi sono salvi. L’ irresistibile ri-presa di potere del Vaticano sull’ intero Paese arrivò alla penultima tappa nell’ anno 2000, allorché Wojtyla assestò un pugno in faccia all’ Italia riconoscendo per vero uno dei più fasulli e inverosimili miracoli mai inventati dalla fervida fantasia religiosa pur di beatificare Pio IX, il papa assassino di Italiani che fu il più feroce nemico della nostra unità. Infine il 14 novembre 2002 l’ intero Parlamento (con pochissime eccezioni a cui rendiamo onore), applaudì l’insediamento dello stesso papa Wojtyla sul più alto seggio simbolico del potere italiano. E per celebrare quella presa di potere fu addirittura umiliata la Costituzione che proibisce la riunione congiunta delle Camere in casi diversi da quelli espressamente previsti. Quell’ autentico tradimento della Costituzione fu operato con l’ acquiescenza dei Presidenti della Repubblica e della Corte Costituzionale, presenti e plaudenti davanti al Papa, i quali accettarono che venisse fittiziamente inventata in quel giorno una “chiusura per manutenzione straordinaria” delle due Camere. La resa formale e senza condizioni della Repubblica Italiana al Vaticano era compiuta. Non mancò peraltro neppure un corollario di amenità come la gara fra Violante e Casini (ex Presidente e Presidente in carica della Camera) a chi doveva assumersi il merito di quell’ insediamento regale, avendo l’uno invitato e il secondo ospitato in Parlamento il Papa Re. Così il 14 novembre del 2002 la “Reconquista” dell’ Italia poteva dirsi conclusa. Restavano i dettagli, come per esempio l’ esposizione obbligatoria del crocifisso su tutti gli edifici pubblici della Repubblica (a pretenderla fu il nuovo papa, Benedetto XVI, con una esternazione del 15 agosto 2005 condivisa da gran parte dell’ arco parlamentare) e la nomina o ri-nomina di luoghi significativi con l’ intitolazione ai papi. A Roma vi provvide il Sindaco Veltroni intestando prima a Giovanni 23° il lungo tunnel sotto Monte Mario, e poi “dedicando ” la Stazione Termini a Giovanni Paolo 2°. Attenzione, la “nomina” dei luoghi è uno degli strumenti più potenti per affermare il potere e per legare a quel potere l’immaginario collettivo. A Roma ci sono più di 500 vie e piazze intitolate a papi, cardinali, santi, ordini religiosi , e quant’altro. Ma la Stazione ferroviaria più importante della Capitale e del Paese doveva essere il coronamento formale per trasformare anche quell’ importantissimo luogo in un’ appendice ufficiale dello Stato della Chiesa. Che dire poi della ferita inferta alla Costituzione quando fu approvato di fatto, con il subdolo meccanismo del “bonus”, il finanziamento pubblico delle scuole private ? A questo provvide addirittura il ministro Giovanni Berlinguer, alla faccia dell’ esplicito divieto. Ma il caso più clamoroso di assoggettamento della Repubblica Italiana allo Stato Pontificio avvenne il 24/06/05 quando Benedetto XVI si recò in visita al Quirinale, quasi a riprendere possesso dell’ antica reggia dei papi. Ebbene, dopo il discorso del Presidente Ciampi che rivendicava orgogliosamente la laicità delle nostre Istituzioni, il papa si permise di dettare lui all’ esterrefatto Ciampi i limiti e i paletti della “sana” laicità, solo quella, cioè, che coincide con i principi fissati dalla chiesa cattolica in materia di diritti sulla vita, famiglia e scuola. E nessuno osò rispondergli come meritava. In compenso ci pensa la Conferenza Episcopale Italiana, nelle sue periodiche riunioni, come se fosse una sorta di Governo Ombra, a dettare al nostro Parlamento la linea politica da tenere per legiferare in stretta attuazione di quei principi. Contro questa evidente perdita di sovranità della Repubblica italiana, favorita dall’ acquiescenza di una classe politica in gran parte sottomessa e inetta, deve sorgere ed attivarsi la Resistenza Laica, con le armi della democrazia, del diritto e della cultura, per ridare all’ Italia la sua indipendenza perduta.
Giulio C.Vallocchia – www.nogod.it


1/07/07 – Un Papa Re….e Imperatore.

Dalla “Reconquista” dell’ Italia alla conquista dell’ Europa

Ci sono voluti soltanto 132 anni, dalla Breccia di Porta Pia nel 1870 all’ insediamento il 14 novembre 2002 di Giovanni Paolo II sul più alto scranno del Parlamento italiano a Camere riunite, per portare a termine non solo la ri-presa di Roma da parte del Vaticano, ma anche la conquista dell’ intera Italia. Quel giorno applaudirono festanti il Papa Re tutte le massime cariche dello Stato e assistemmo stupefatti ad una interminabile processione di deputati e senatori che a turno si recarono a rendere omaggio al Monarca Ritornato, alcuni con semplice inchini, altri con deferente baciamano, e alcuni addirittura in ginocchio. Poco c’è mancato che qualcuno si prosternasse fino al punto di baciare la sacra pantofola. Per nostra imperitura ignominia quelle scene di sottomissione personale e politica (trattandosi di parlamentari eletti dal popolo) furono immortalate dalla diretta televisiva e restano lì, negli archivi della RAI, come macchia indelebile su una Repubblica che doveva essere laica e che è diventata a tutti gli effetti uno Stato confessionale. Un Vicereame del Papa Re, che lo governa attraverso un’ Istituzione, presente in quasi tutti gli Stati del pianeta, che si chiama Conferenza Episcopale. Ma quella italiana ha una particolarità : a differenza di tutte le altre che scelgono il loro Presidente con votazione autonoma, quello della CEI viene nominato direttamente ed esclusivamente dal Papa in carica. Un Vicerè a tutti gli effetti, quindi, che oggi risponde al nome di Angelo Bagnasco il quale, oltre ad essere Presidente della CEI, il Governo Ombra che guida e controlla il Governo ufficiale del nostro Paese, si caratterizza anche per il ruolo di Generale dell’ Esercito italiano. Qualifica del tutto legittima dal momento che riscuote la relativa pensione spettantegli legalmente per i pochi anni di attività svolta come Capo dei cappellani militari. Insomma , il Vicerè d’ Italia è anche un Generale di Corpo d’ Armata, quasi a rendere ufficiale un’ occupazione, oltre che politica e istituzionale, anche manu militari. Ma Ratzinger, il successore di Wojtyla, è andato ben oltre la conquista dell’ Italia. Grazie alla inaspettata decisione dei 27 Capi di Governo dell’ Unione, che hanno approvato pochi giorni fa una nuova miserabile bozza di Trattato in sostituzione di quello bocciato dai referendum francese e olandese, Benedetto XVI diventa addirittura arbitro unico delle leggi che possono e non possono essere approvate dal parlamento Europeo. Grazie al controllo sul Vicereame d’ Italia e sulla Teocrazia cattolica dei fratelli Kaczynski che governa la Polonia, potrà servirsi a turno o congiuntamente del VETO di questi due governi per bloccare l’ approvazione in Europa di qualsiasi legge che non risponda ai requisiti religiosi imposti dalla Chiesa/Stato del Vaticano. Con un potere politico immenso, superiore addirittura a quello esercitato dalla religione islamica nei Paesi in cui vige la sharìa (la legge coranica), la Chiesa cattolica potrà dettare legge in un intero continente. Salutiamo quindi nel Fuhrer dei cattolici Benedetto XVI il nuovo Papa Re….. e Imperatore d’ Europa. Ma contro questa totalitaria e totalizzante Teocrazia che dopo l’ Italia travolge anche l’ intero nostro continente lanciamo il nostro fortissimo Appello per una Resistenza Laica in tutta l’ Europa.

24/06/05 – Visita del Papa-Re al suo Vicereame Vaticaliano. Comunicato di NO GOD.

Benedetto 16 arriva al Quirinale passando lungo strade praticamente deserte di romani e con qualche gruppo qua e là di turisti indifferenti, con piccole folle solo nei punti di sosta all’uscita di Piazza San Pietro e a Piazza Venezia. Inchini esagerati e baciamano da parte di italiche autorità a San Pietro, dignitoso cenno del capo di Veltroni (almeno lui) a Piazza Venezia, eccesso di inchino da parte di Ciampi al Quirinale e pericolosa inclinazione di Fini e Berlusconi, ancora di più Casini. Sbracamento dorsale di Pisanu e baciamano inopportuno di autorità minori. Inarrestabile logorrea di Cossiga che si è esibito in una sorta di captatio benevolentiae differita comunicando al papa che la sua nipotina ogni volta che vede una sua foto….applaude !
Discorsi ufficiali con Ciampi che si barcamena fra la difesa doverosa della laicità e una caduta cerchiobottista sulle radici cristiane di italiani ed europei. Le radici cristiane saranno pure un vanto per Ciampi, ma non per noi.
E’ il turno poi delle bordate di Ratzinger cha fa sbiancare il povero Ciampi  con un  duro e apodittico punto di vista sulla laicità, anzi sulla “sana laicità“, come la chiama lui.  A cominciare dalla famiglia fondata sul matrimonio (il resto non esiste) messa in pericolo da “attacchi” fra i quali evidentemente anche la richiesta di riconoscimenti giuridici per le coppie gay che la chiesa vuole invece escludere con “amorevole” determinazione. Sulla sacralità della vita, dall’inizio alla fine, il papa fa capire chiaramente chiaramente che bisogna rivedere la legislazione sull’aborto ed escludere qualunque legge sull’eutanasia. Consente però, bontà sua, che si possano praticare cure palliative del dolore. Anche questo è in qualche modo nella tradizione della chiesa che agli eretici pentiti consentiva di essere ammazzati prima di finire arrostiti sui roghi in gloria di dio. Ultima bordata sulla scuola. Qui il papa batte apertamente cassa e dice chiaro e tondo che lo Stato deve pagare tutte le spese delle scuole cattoliche per consentire ai genitori che lo vogliano di mandarci i figli in alternativa alle scuole pubbliche. Fine della visita, con esilarante commento degli agiografi ufficiali della RAI che vedono folle di cittadini osannanti lungo quelle strade assolate dove stanno solo pochi turisti accaldati.

28/6/10 – Evangelizzare

lunedì, 28 giugno 2010

“I vescovi sono stati trattenuti per nove ore senza bere né mangiare, non sono mica bambini” (card. Bertone)
L’articolo Sette/Togliatti ce lo dette/Guai a chi ce lo toglie/Dice al marito la moglie (Mino Maccari)

Benedetto XVI ha istituito il ministero per la evangelizzazione dell’Occidente, un continente che, a detta del papa, sta perdendo la propria identità religiosa. Come è noto l’idea venne per prima al fondatore di Comunione e Liberazione don Giussani il quale propose l’idea a Giovanni Paolo II che non riuscì o non volle attuare l’idea. Mentre Benedetto XVI, ancora da cardinale nel 2000, aveva parlato della indispensabilità di portare il messaggio cristiano all’occidente distratto e secolarizzato. E per amore dell’idea stava per scatenare l’ennesima guerra di religione col discorso di Ratisbona che proprio di evangelizzazione trattava.
Questa idea della ri-evangelizzazione è veramente assurda. L’occidente ha avuto anche una storia cristiana fatta di poche luci e molte ombre, ma ha poi avuto uno sviluppo che lo ha portato ad una scelta diversa, assegnando alla religione un posto spesso importante, ma scegliendo la laicità come cardine dello Stato.
Comunione e Liberazione in Italia garantisce che il cambiamento intervenuto in Occidente, e cioè la laicizzazione delle istituzioni pubbliche, del costume, dell’istruzione, non si dispieghino liberamente in Vaticalia. Nota è soprattutto la gestione della sanità lombarda, regione roccaforte del movimento ecclesiale, e notissime le posizioni oscurantiste del vicepresidente della Camera Lupi. E’ questo che si vuole esportare anche nel resto del continente? La gerarchia vaticana è viziata evidentemente dal fatto che da noi, a parte un breve periodo di cui non a caso si preferisce non parlare, ancora gode dei privilegi di quando era Stato pontificio. Lo ha dimostrato nei giorni scorsi la vicenda legata al card. Sepe e alla spregiudicata gestione di Propaganda fide – e che nella sua ragione sociale ha l’evangelizzazione – su cui velocemente è stata messa la sordina (grazie anche alla volenterosa distrazione dei giornalisti). Abituati alla sottomissione dello Stato italiano le gerarchie vaticane mal tollerano quando fuori dai confini dello stivale ci si azzarda a trattarli come i comuni mortali. E così la perquisizione della diocesi di Bruxelles-Malines è stata deplorata dai numeri 1 e 2 della Santa Sede, e la stampa amica ha scavato a fondo sulla vita del giudice De Troy che fu molle nei confronti di un grave reato finanziario… screditare le persone quando si ha il carbone bagnato in casa è una strategia di attacco pericolosa. Il rapporto tra il giudice e la Chiesa belga è iniziato negli anni ’90. In quel periodo il Belgio tremava per i delitti del pedofilo Dutroux, e si iniziava a parlare di abusi commessi da preti. La Chiesa si vide costretta a creare una “Commissione sul trattamento delle denunce”, e il governo accettò che fosse questa a vagliare i rapporti e a interrogare “pastoralmente” gli accusati e a scegliere quali dossier trasmettere alla magistratura. Ma, considerata la scarsa collaborazione dimostrata dai prelati, la procura, non vincolata dal patto stabilito tra Chiesa e governo, ha proceduto. Non impulsivamente, giacché il giudice De Troy aveva inviato nel lontano 1998 una lettera alla conferenza episcopale che elencava 87 preti accusandoli di abusi alla quale nessuno ha mai risposto.
La domanda è: la rievangelizzazione serve per mettere tagliole e mordacchie? E ancora, qual è il modello che la Chiesa vuole diffondere?

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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NoGod ai Mondiali di calcio

Se è consueto saltare sul carro del vincitore, è normale scendere di corsa dal carro del perdente. E il calcio, ahimè, è archetipo del costume italico.
Ma la nazionale esclusa dai Mondiali è l’immagine del Paese morente?
L’Italia vinse due titoli mondiali consecutivi nel 1934 e nel 1938. Mussolini poteva ricavarne: “le prodezze sportive accrescono il prestigio della nazione e abituano gli uomini alla lotta in campo aperto”. Ma per più di qualcuno, la mia famiglia ad esempio, quegli anni non furono memorabili. Poi si rivinse in Spagna nel 1982: c’era Pertini a tifare per gli azzurri, presidente partigiano, socialista, laico, simpatico. In quell’anno vennero ammazzati dalla mafia Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, il terrorismo sterminò sedici persone, i fedayn palestinesi spararono agli ebrei romani che uscivano dalla sinagoga uccidendo un bambino. Altro titolo mondiale nel 2006: gli azzurri accolti a Roma trionfalmente a Palazzo Chigi, da dove una carinissima ministro dello Sport Melandri, salì fisicamente sul camion aperto che attraversò (immobilizzandolo) il centro cittadino per una intera serata. Niente quella vittoria portò alla politica e al paese. Ma è giusto così, il calcio è un gioco, e ogni parallelismo è risibile. Non sembrano capirlo i nostri insignificanti politici che hanno sgomitato per lasciare il loro inutile epitaffio sulla sconfitta (un po’ annunciata) della nazionale italiana. Anche il Segretario di Stato vaticano ha detto la sua.
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Israele, laici e ultraordossi.

venerdì, 25 giugno 2010

La difficile convivenza di due mondi opposti e separati.

Di seguito riportiamo stralci di un utile articolo di Stefano Jesurum tratto dal magazine Sette in questi giorni in edicola

Quando qualcuno con responsabilità pubbliche denuncia gli integralismi della propria parte senza tener conto che ciò lo danneggerà politicamente, compie un atto di coraggio e di lealtà. Cosa che da noi accade di rado, praticamente mai. Ma che in Medio Oriente ogni tanto succede, e per via del clima che là si respira ci autorizza a chiamarli gesti di semi-eroismo. Due  storie esemplari sono quella della Principessa di Riyad e del sindaco di Tel Aviv.

Lei si chiama Basma bint Saud bin Abd al-Aziz Al Saud, appartiene alla famiglia reale saudita e dalle colonne del giornale Al Madinah Daily lancia un attacco frontale alla polizia religiosa del suo Paese, la famigerata Autorità per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio. L’accusa di avere instaurato un vero e proprio terrorismo religioso, di operare in maniera selvaggia e indiscriminata contro i civili invece di dedicarsi a indagare e combattere la corruzione di ogni genere presente all’interno del governo…

Lui si chiama Ron Huldai. Ha vissuto in un kibbutz socialista che si chiama Hulda e per questo la famiglia di Ron (pionieri polacchi giunti in Palestina da Lodz) presero il cognome Hudai. Ron, nato nel 1944, due lauree, è stato un pilota di caccia da combattimento e in seguito ha fatto parte dello staffi di comando dell’Aviazione. Eletto sindacodi Tel Aviv  nel 1998, confermato nel 2003 con il 62% dei suffragi, e di nuovo nel 2008. Ora, a rischio di compromettere una vita di successi, il sindaco socialista scatena una tempesta politica , invitando i laici a ribellarsi agli haredim – gli ebrei ultraortodossi – e al loro peso sociale ed economico.

Un appello alla maggioranza silenziosa degli israeliani “in difesa della democrazia”. Perché l’8-10% iper religioso della popolazione non contribuisce né alla  difesa del Paese né al suo sviluppo.  Perché gli allievi delle yeshivòt (scuole religiose) sono indirizzati esclusivamente a studi talmudici ed esentati dalle materie umanistiche e scientifiche. Così la locomotiva delle industrie high.tech deve trainare sempre più vagoni zavorra, pesanti e improduttivi. Il  risultato, secondo il sindaco di Tel Aviv, è un aumento impressionante e pericoloso del mondo ultraortodosso oltre che un danno enorme per la società israeliana. sjesurum@corriere.it

25/6/10 – Bavagli

venerdì, 25 giugno 2010

“Lei è un imbecille, s’informi…” (Totò)

Il blogger Don Sturber, dopo l’intervista al generale McChrystal che ha criticato pesantemente il presidente Obama, chiede che alla rivista Rolling Stone venga assegnato il premio Pulitzer. Non solo per l’intervista al generale, ma anche per i preallarmi sul disastro BP. La rivista, fondata nel 1967, pur essendo un magazine “leggero”, svolge un ruolo di primo piano nel dibattito politico e nel corso del tempo ha messo a segno degli scoop che hanno fatto epoca. Ad esempio la rivista scoprì la doppia vita di Patricia Hearst, l’ereditiera prima rapita e poi arruolatasi nell’esercito di liberazione simbionese, o il reportage firmato da Robert Kennedy jr. nel 2004 nel quale veniva spiegato come l’amministrazione Bush rubò la vittoria a John Kerry, impedendo agli elettori dell’Ohio di recarsi alle urne. Alla base del successo del magazine giornalisti innamorati del mestiere, nessun servilismo verso i potenti, editori indipendenti.
Qualche giorno fa un importante quotidiano, commentando i fatti riguardanti lo spregiudicato cardinale Sepe, motteggiava i giornalisti che non arretrano davanti a nulla e che non hanno più rispetto per il clero. Magari fosse. I media italiani hanno il guinzaglio cortissimo e temono i potenti di cui spesso sono servi. Non tutti, è ovvio, ma sarebbe opportuno, specie alla vigilia di uno sciopero (9 luglio) ripensare un po’ ad una professione che in Italia ha imboccato una deriva pericolosa. Bene fanno i giornalisti a scioperare contro la legge bavaglio che, qualora passasse così come vuole il nostro amatissimo premier, introdurrebbe la censura, ma non è possibile glissare ancora sulle scelte scriteriate che editori, testate e singoli giornalisti operano.
E’ possibile che si sia trascinato al di là di ogni ragionevole senso il caso Noemi e nessuno è mai riuscito a mettere alle corde il premier e il governo sulla questione economica che, nei fatti, è stata una quasi sorpresa per la maggior parte dei media? E perché mai nessun giornalista ricorda al militaresco ministro della Difesa che quando era all’opposizione insieme al suo partito non votò a favore del rifinanziamento delle missioni militari? Chi ha impedito la partecipazione delle testate alle numerose conferenze stampa in cui si denunciavano gli sfratti che Propaganda fide e altri enti religiosi operavano a Roma? Chi vieta ai giornalisti della cronaca romana di scrivere che non ci sono state masse che hanno manifestato per chiedere al sindaco di aggiustare la madonna d’oro di Monte Mario? Mentre Ballarò si occupava di promuovere l’immagine di Polverini lanciandola alla guida della Regione Lazio, programmi simili nel resto dell’Occidente affrontavano la questione pedofilia nella Chiesa (e non solo nella Chiesa). Qualcuno ha legato le mani di Floris per affrontare questo tema? Certamente la cautela massima mostrata sul tema da Santoro in Annozero ci fa venire più di un dubbio sulla sua schiena dritta. E ancora, è giusto che un giornalista aspiri al posto fisso? Non sarebbe il caso che le star della rai – che certamente non hanno il problema di portare il latte ai pupi – lasciassero quei posti che hanno ottenuto per merito di partito (l’ultimo concorso per giornalisti in rai c’è stato l’84) per mettersi onorevolmente sul mercato così come avviene nel resto del mondo? E non sarebbe opportuno che cominciassero a voltare la testa anche un po’ fuori dal Paese? Il mondo cambia ma con questo giornalismo non credo che ce ne accorgeremo.
Critiche ambiziose ma legittime giacché sono iscritta all’Ordine dei giornalisti (un ossimoro, l’ordine per un mestiere che dovrebbe essere il più libero e meno irreggimentato del mondo) dal lontanissimo ’82.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

24/5/10 – Ciriole qui
http://www.nessundio.net/blog/2010/05/24/4008/

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NoGod ai Mondiali di calcio

Inviati RAI ai mondiali: Eugenio De Paoli, Jacopo Volpi, Bruno Gentili, Marco Civoli, Fabrizio Failla, Carlo Paris, Enrico Varriale, Amedeo Goria, Marco Mazzocchi, Alessandro Forti, Paolo Arcaro, Gianni Cerqueti , Stefano Bazzotto, Paolo Paganini, Simona Rolandi, Gianni Bezzi, Alberto Rimedio, Marco Lollobrigida, Salvatore Bagni, Fulvio Collovati, Ubaldo Righetti, Carlo Longhi, Daniele Tombolino, Sandro Mazzola (l’unico che sembra capirci qualcosa), Gian Piero Gasperini, Beppe Dossena, Marino Bartoletti, Ivan Zazzeroni + tecnici e qualcun altro di cui mi sfugge il nome.
In collegamento con piazza da Siena a Roma: Maurizio Costanzo, Giampiero Galeazzi, Paola Ferrari.

Il chiacchiericcio dei “giornalisti” RAI, è molto più molesto delle pur fastidiose vuvuzelas.
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Festa dell’idolatria ieri a Roma.

venerdì, 25 giugno 2010

E’ stata inaugurata alla presenza di Ratzinger la Madonna (rifatta) di Monte Mario che Giove Pluvio aveva fulminato due anni fa danneggiandola seriamente. La lite fra le due divinità aveva colpito il popolo romano il cui antico e fortissimo amore per gli idoli si è trasferito nel corso dei millenni dalle centinaia di divinità familiari, locali, cittadine e planetarie ai loro cloni post-pagani : cristi, santi e madonne aventi significati e compiti protettivi identici ai precedenti. Immutata anche l’abitudine di adorare gli idoli. Ricordiamo che per consentirne la liceità i papi arrivarono persino ad abolire il terzo comandamento dell’ originale lista di Mosè : “non ti farai idoli …“. E per riportarne a 10 l’originale numero raddoppiarono quello dei desideri proibiti : non solo la roba, ma anche le donne d’altri. L’abitudine a falsificare anche la parola del loro dio, come a mentire spudoratamente, è la caratteristica principale della chiesa di Roma che asseconda volentieri la cosiddetta “volontà popolare”, Fu così nel 1953 anche per la Madonna di Monte Mario per la cui costruzione pare che siano state raccolte a suo tempo alcune migliaia di firme. La motivazione, dicono le cronache, deriverebbe dal fatto che quella Madonna sarebbe intervenuta (personalmente ?) sulle autorità miltari belligeranti durante l’ultima guerra per convincerle a non bombardare Roma. Quindi a differenza di altre Madonne che fanno miracoli a singole persone questa avrebbe miracolato addirittura un’intera città. Non potevano mancare alla nuova inaugurazione del manufatto rifatto le autorità civili locali, con in testa il sindaco Alemanno a cui bisogna riconoscere che non si perde una cerimonia o una messa semplice o solenne in cui sia presente un gerarca della SS Vaticana. Un po’ scarso come presenze ufficiali il Presidente della Provincia Zingaretti, mentre la Governatrice del Lazio Polverini sta rapidamente scalando la classifica delle presenze di precetto insidiando il primato del Sindaco. Quest’ultimo però ha avuto l’idea più otiginale di tutti: inserire la Madoona d’oro di Monte Mario nei percorsi turistici. Ipotesi niente affatto peregrina in considerazione del fatto che a Roma c’è Cinecittà e dell’aspetto hollywoodiano dell’idolo che pare ispirato alla famosa statua vivente della Ceiad-Columbia, la casa distributrice di film nel cui logo appare una madonna laica con il braccio destro in alto come quella di Monte Mario.

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Anche Napolitano entra nel Coro degli Atei Devoti.

giovedì, 24 giugno 2010

Riferendosi alla decisione definitiva che la Corte di Strasburgo dovrà prendere a proposito della imposizione obbligatoria dei crocifissi nelle scuole pubbliche italiane afferma che la decisione spetta ai singoli Stati, e che un decisione contraria della Corte ferirebbe sentimenti popolari e profondi. E bravo il Presidente. Come il suo compagno di partito Togliatti che contribuì ad imporre nella Costituzione il cattolicesimo di Stato, adesso si adopera perchè il crocifisso sia imposto obbligatoriamente a martellate sulla testa di tutti. Ovviamente per non ferire sentimenti popolari e profondi. E chissenefrega se attraverso il simbolo passa l’imposizione del pensiero unico di una sola religione a tutti i cittadini. Nè più nè meno di quanto pretendevano Al Qaeda i talebani in Afghanistan che noi siamo andati a combattere.

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