Anche gli ebrei si confrontanto con l’integralismo di casa propria.

Succede a Torino, dove la rigida ortodossia del rabbino capo Alberto Somekh ha provocato la sua rimozione. Caso unico in Italia e forse anche in Europa, ma il rabbino non è stato ritenuto capace di misurarsi con la modernità e con la laicizzazione generalizzata che riguarda la comunità ebraica come quella cristiana. La differenza è che nel caso dei cristiani cattolici un papa iper-tradizionalista (e nemmeno un vescovo integralista) potrà essere mai rimosso dal basso, dal momento che il, potere assoluto proviene dall’alto verso il basso e non viceversa.

Dal Corriere della Sera del 14/05/10
articolo di Marco Ivarisio

Anche le storie complicate si possono raccontare con un’immagine semplice. L’immagine è quella di Tullio Levi che alle nove di sera entra in sinagoga da una porticina laterale dopo aver attraversato l’omonima piazzetta dedicata a Primo a testa bassa, con una faccia sulla quale si leggono tutti questi anni di tensione sotterranea e nessuno dei sorrisi che si addicono ai vincitori. Tocca a lui, il presidente della comunità ebraica torinese, annunciare al Consiglio che è finita, il rabbino capo Alberto Somekh è stato infine rimosso.

«Almeno adesso è tutto più chiaro», dice. Ci sono strappi che durano anni, si protraggono nel tempo, ma quando ottengono i timbri dell’ ufficialità lasciano dietro di sé una sensazione di sconfitta generale. Non era mai successo, nella storia centenaria dell’ebraismo italiano, che un rabbino venisse cacciato. E a memoria di Levi anche in Europa dovrebbe essere la prima volta. La decisione è stata comunicata ieri da Roma, dove l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane aveva istituito una commissione fatta apposta per dirimere la disputa. Ha ragione il Consiglio di Torino che ne aveva chiesto la revoca dall’incarico, è stato il verdetto definitivo, il rabbino se ne deve andare.

Ci sono voluti anni per arrivare a una decisione definitiva, perché dietro alla «incompatibilità ambientale» di Somekh, così l’aveva definita il Consiglio, si agita una questione che ormai percorre come un fiume carsico l’ebraismo italiano, quella di una ortodossia che fatica a confrontarsi con le esigenze di Comunità sempre più piccole e al tempo stesso sempre più «miste» che chiedono ai loro maestri atteggiamenti più inclusivi. Levi rivendica l’ortodossia degli ebrei di Torino, ma al tempo stesso racconta di un contrasto che trova le sue radici proprio nell’incapacità presunta del rabbino di leggere i tempi che cambiano. «Noi siamo ortodossi – dice -, e ci teniamo a ribadirlo. Piuttosto, Somekh ha enormi difficoltà a rapportarsi con la complessità di una comunità come la nostra. Non è questione di rigidità o di troppa ortodossia. Ma un rabbino deve tenere presenti le multiformi realtà nella quale vive e lavora. Deve avvicinare, e non allontanare dalla sinagoga. Negli ultimi anni, ha dimostrato invece diessere insensibile nei confronti dei sentimenti e dei problemi dei nostri giovani».

Nel gennaio del 2007 Levi si era dimesso, e con lui il Consiglio, per protesta contro l’operato del rabbino. Il suo estremo rigore era individuato come causa del disamore di molti ebrei torinesi, cresciuti in una comunità tradizionalmente laica. Somekh, nato a Milano nel 1961, padre iracheno e madre polacca, dottore in studi talmudici alla Yeshiva University di New York, era arrivato a Torino nel 1992 e subito aveva introdotto tesi che scartavano con la tradizione locale, come il dissenso su una Scuola ebraica aperta a tutti. I suoi rifiuti a celebrare Bar Mitzvah – la cerimonia che segna l’ingresso nella vita adulta – di famiglie non completamente osservanti, erano diventati una consuetudine. Ne aveva fatto le spese anche il nipote di Primo Levi, e basta il nome.

L’atteggiamento del rabbino verso le famiglie miste, quelle in cui la madre non è di religione ebraica, è sempre stato di totale chiusura. I riti del sabato intanto andavano deserti, destando la preoccupazione della Consulta rabbinica italiana. Solo una settantina di fedeli in sinagoga, su 870 iscritti alla comunità, la terza più grande d’Italia dopo Roma e Milano. «In questi anni – è l’accusa di Tullio Levi – i comportamenti contraddittori del rabbino hanno alimentato drammi individuali e familiari. Ma la tendenza in atto proprio nell’ebraismo ortodosso non è volta all’emarginazione delle famiglie miste, bensì al loro recupero». Era il 23 marzo del 2009 quando il Consiglio della Comunità ebraica di Torino ha votato la revoca del mandato di rabbino capo a Somekh. Dopo dimissioni date e ritirate, lettere e petizioni, ricorsi e cause, il conflitto è andato avanti fino a ieri.

«Una questione profonda e delicata» dice Claudia De Benedetti, torinese, vicepresidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane. Non aggiunge altro, perché sa bene che quel che è successo non è una bega locale. Non riguarda solo la sua città ma l’intero ebraismo italiano, alle prese da tempo con una emorragia di aderenti che gli studiosi attribuiscono alla laicizzazione della società, alla difficoltà di educare i figli nel rispetto di regole antiche e complesse. E’ successo qui, una lacerazione che conduce a una prima volta assoluta. «Ne avremmo fatto volentieri a meno, di questo record» è il congedo amaro di Tullio Levi. E sulla sua faccia non si legge alcun sollievo per l’allontanamento di un «nemico». Ma solo tanta preoccupazione per un cambio di stagione che si annuncia comunque incerto.

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8 Commenti a “Anche gli ebrei si confrontanto con l’integralismo di casa propria.”

  1. Aviva De Benedetti scrive:

    La mia famiglia proviene da Torino, lì l’ebraismo ha contribuito a pieno titolo all’unificazione d’Italia.
    L’importante ed essenziale è che una comunità si sceglie il su capo religioso. Non mi sembra una cosa di poco conto

  2. Tiziana scrive:

    Statuto dell’ebraismo italiano

    (Articolo 30 – Secondo comma)

    “La nomina del Rabbino capo diventa definitiva dopo tre anni di esercizio dell’ufficio nella medesima comunità. (…) Più comunità possono accordarsi per la nomina di un unico rabbino capo. Qualora sussistano gravi motivi il Consiglio, con la maggioranza di due terzi, può deliberare la revoca del rabbino capo, sentito personalmente l’interessato e previa comunicazione alla Consulta rabbinica, che deve esprimere il proprio parere preventivo al Consiglio. In caso di revoca, il rabbino capo può ricorrere a un Collegio formato da tre rabbini, di cui uno nominato dal Consiglio medesimo, uno dal rabbino in questione, il terzo dalla consulta rabbinica, nonché da tre probiviri nominati dal Collegio di probiviri e presieduto dal Presidente dell’Unione o da un suo delegato”.

  3. Aviva scrive:

    Statuto dell’ebraismo italiano

    (Articolo 30 – Secondo comma)

    “La nomina del Rabbino capo diventa definitiva dopo tre anni di esercizio dell’ufficio nella medesima comunità. (…) Più comunità possono accordarsi per la nomina di un unico rabbino capo. Qualora sussistano gravi motivi il Consiglio, con la maggioranza di due terzi, può deliberare la revoca del rabbino capo, sentito personalmente l’interessato e previa comunicazione alla Consulta rabbinica, che deve esprimere il proprio parere preventivo al Consiglio. In caso di revoca, il rabbino capo può ricorrere a un Collegio formato da tre rabbini, di cui uno nominato dal Consiglio medesimo, uno dal rabbino in questione, il terzo dalla consulta rabbinica, nonché da tre probiviri nominati dal Collegio di probiviri e presieduto dal Presidente dell’Unione o da un suo delegato”.

  4. Tiziana scrive:

    Avi, potevi mettere tutto allora::

    Una divergenza che deve essere ricondotta a valutazioni inerenti dinamiche intercomunitarie e comportamenti, attitudini, incomprensioni sedimentate in molti anni di vita comunitaria. Un provvedimento che in alcun modo può essere ricondotto a valutazioni o misurazioni legate alle differenti interpretazioni delle legge ebraica, ma al difficile rapporto fra diverse componenti di una comunità. Una decisione che in alcun modo può gettare ombre sulla dirittura delle persone coinvolte, ma si limita piuttosto a prendere atto della conclusione di un percorso, della necessità di trovare un nuovo equilibrio all’interno della collettività ebraica torinese. Il provvedimento emesso dalla Commissione ex articolo 30 dello Statuto dell’ebraismo italiano, il primo del genere da quando le norme che lo prevedono sono state create, sta suscitando interesse e dibattito per le vicende che vi sono connesse, ma anche per i principi generali che vi sono inevitabilmente legati. Questo il senso che si evince dal lungo testo notificato nelle scorse ore alle due parti (il ricorrente rabbino capo della Comunità torinese rav Alberto Moshe Somekh e il Consiglio della stessa Comunità torinese), contrapposte riguardo al provvedimento di revoca dell’incarico gerarchico di rabbino capo emesso all’inizio dello soccorso anno dallo stesso Consiglio comunitario. Il documento non fa altro che confermare le determinazioni emesse già da tempo in sede locale dalla Comunità di Torino, determinazioni riguardanti esclusivamente la revoca dell’attribuzione gerarchica della funzione di rabbino capo.
    Il provvedimento, che da stamane è depositato alla Segreteria comunitaria e consultabile da tutti gli iscritti, è stato emesso dal Collegio composto da sette componenti e presieduto dal Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (la composizione, fissata dallo Statuto, prevede un collegio di sette componenti: tre rabbini, tre probiviri Ucei e il presidente o un suo delegato), parla chiaro. Il Collegio, come è noto, non era chiamato a pronunciarsi su fatti che appartengono alla sola e autonoma valutazione degli ebrei torinesi, ma riguardo alla legittimità e alla fondatezza di un provvedimento di cui si era lungamente discusso e infine fu adottato circa un anno e mezzo fa. Tale provvedimento è stato considerato legittimo e tutte le eccezioni sollevate dai ricorrenti sono state respinte.
    Il Consiglio della Comunità, riunito ieri in serata, ha preso atto della decisione e ha approvato la relazione che il Presidente Tullio Levi porterà all’assemblea degli iscritti convocata per questo lunedì, 17 maggio. Tutti gli appartenenti alla Comunità possono da subito prendere visione del complesso documento, scaturito dopo lunghi mesi di udienze, che ricostruisce la vicenda. Molti stralci, soprattutto quelli che evocano i principi generali e non i casi personali, saranno comunque con ogni probabilità anche enunciati e discussi pubblicamente nel corso dell’assemblea.
    Il Consiglio ha anche deprecato le informazioni parziali e distorte poste affrettatamente in circolazione nelle scorse ore. Elementi che rischiano di lasciare intendere un tentativo di delegittimazione della figura rabbinica sotto il profilo della sua preparazione, o della sua competenza o della sua moralità.
    Al di là di reazioni emotive e di opinioni di parte più o meno motivate, il documento esprime in maniera documentata e inequivocabile il giudizio su una incompatibilità e sulle sue ricadute e nulla altro, senza addentrarsi in giudizi che appartengono esclusivamente agli ebrei torinesi e agli attori delle stesse vicende. Lo stesso rabbino capo di Roma, rav Riccardo Di Segni, stando a dichiarazioni non smentite e rilasciate a organi di informazione diffusi già questa mattina, ha tagliato tagliato corto mettendo a nudo con poche parole la natura delle speculazioni circolanti.
    “Il dispositivo – riporta ‘Il Messaggero’ di stamane – è lungo quasi 30 pagine e descrive un rapporto di fiducia che si è venuto sgretolando. ‘Ma non ha nulla a che vedere con l’ortodossia di Somekh o con una sua presunta eccessiva rigidità nell’osservanza delle regole – afferma il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni – Il vero problema è stato di natura caratteriale, pastorale e non rituale dunque. Si è modificato il suo rapporto col pubblico”.
    Questa mattina sia il Rav che il Presidente della Comunità hanno svolto assieme a molti altri, dopo una pubblica stretta di mano, il programmato intervento di presentazione della realtà ebraica torinese ai giovani ebrei di tutta Italia giunti per partecipare al corso di formazione Yeud. L’argomento è stato evocato solo di sfuggita e tutti i presenti hanno mostrato il desiderio di determinare un clima estremamente composto e sereno anche di fronte agli interrogativi, alle difficoltà e alle mutazioni che la Comunità si trova ad affrontare.

  5. Simone Bendaud scrive:

    Il rabbino è una guida, non solo spirituale come dovrebbero essere i sacerdoti, ed è quindi norale che una comunità di persone se la scelga. Anche i cattolici se si cegliesseri i parroci forse non sceglierebbero i pedofili

  6. anna scrive:

    non conoscendo nessuna struttura religiosa, nè quelle cattoliche, nè quelle di altri credo posso farmi solo una vaga idea delle lotte interne alle varie gerarchie delle varie religioni.
    Guardando il film Agorà, molto commovente e felice nella descrizione della donna di scienza , necessariamente, forse, più riassuntivo e didiascalico nell’affrontare temi storici molto complessi, non potevo non domandarmi perchè delle tante religioni misteriche che erano state assorbite dal ventre capiente della Roma imperiale solo il cristianesimo e le sue varie eresie finirono con l’imporsi sulla scena.
    Una delle risposte è che il cristianesimo sin dalle sue origini aveva una struttura gerachica molto rigida, questa particolare religione poi si sinseriva in un quadro di generale sfladamento della cosa pubblica (l’Impero di Roma era cresciuto enormememte ed erano cresciuti i problemi economici e sociali che nel III Sec. divennero dirompenti), per le strutture gerarchiche imperiali che si erano quadruplicate con i deu Augusti e i due Cesari, un piccolo esercito di fedeli che obbediva ai capi era una manna, ciò comunque non basta credo a rispondere alla domanda: perchè le gerarchie cristiane riuscirono ad imporsi? personalmente credo che questa religione come tutte quelle fidelizzanti che hanno come ossessione/ragione d’essere la conversione forzosa e/o spontanea riuscì a dare una speranza ed anche un aiuto materiale ad una gran massa di uomini e donne in maggioranza liberti, schiavi, poveri, ma anche ad una parte del patriziato colto romano che, entrato in contatto con i culti misterici orientali, spesso disgustato dalla corruzione e dallo sfaldamento morale dell’Impero si avvicinava a questo nuovo culto.
    La struttura militare e gerarchizzata riusciva perciò dove altri fallivano procurando cibo e sopratutto speranze ad una società inquieta.
    La gerarchizzazione militaresca della chiesa cattolica che diventa abito mentale irrinunciabile in moltissimi cittadini-fedeli dalla personlaità debole, la povertà endemica e l’ignoranza ancora non debelllata nel Paese uniti alla sostanziale idiozia di una politica nostrana fatta da schiappe di bassissima cultura laica rende le gerarchie catoliche in Italia praticamente ancora incriticabili ed inamovibili.

  7. la stampa scrive:

    ISi è detto che alla base della disputa ci sarebbe un eccesso di ortodossia da parte del rabbino Somekh nell’applicare le norme. Non è così. Il punto vero è la sua difficoltà a rapportarsi con una comunità variegata, a capire le diverse esigenze dei suoi membri. E questa difficoltà non è emersa di recente, ma da quando è arrivato a Torino, 18 anni fa. Tutti i Consigli della Comunità che si sono succeduti hanno avuto con lui gli stessi problemi». Il giorno dopo il clamore suscitato dalla revoca del mandato di rabbino capo della Comunità Ebraica di Torino ad Alberto Somekh (fatto inedito in Italia), il presidente della Comunità Tullio Levi vuole sgombrare il campo dai malintesi e soprattutto chiarire l’iter attraverso il quale l’autorevole Collegio composto da tre rabbini (uno nominato da Somekh, uno dalla Comunità di Torino, il terzo dalla Consulta Rabbinica in Italia), da tre probiviri e dal presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, ha respinto il ricorso che il rabbino aveva presentato lo stesso giorno in cui il consiglio della Comunità, nel febbraio 2009, aveva deciso di rimuoverlo dalla carica. «Quando l’attuale Consiglio ha ritenuto che la situazione non potesse protrarsi ulteriormente, le critiche all’operato di rav Somekh – spiega il presidente – sono state formalizzate e corroborate da documenti e memorie. Il tutto è poi stato inviato al Collegio che, dopo un lungo esame e approfondite indagini durate oltre un anno, ha considerato le critiche giustificate e respinto il ricorso». Tullio Levi precisa che tutti riconoscono a Somekh grandissima cultura. «Da questo punto di vista anche chi non lo reputa idoneo al ruolo di rabbino capo lo rispetta in modo assoluto. Penso che la sua preparazione sia ideale per insegnare in un collegio rabbinico. Ma questo non è abbastanza per una Comunità che ha bisogno di potersi riconoscere nel suo rabbino e che invece corre il rischio di veder al- lontanare i suoi membri». Non l’eccesso di ortodossia, dunque, ma gli atteggiamenti, le contraddittorietà, il disinteresse per servizi essenziali della comunità, il carattere «spigoloso», come l’ha definito il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni.

    Marie Teresa Martinengo,

  8. Marcello scrive:

    Si confrontano e risolvono però