“Ti piace il mio vestito?” “Oh si, mi sei sempre piaciuta con questo vestito” “Questo vestito è nuovissimo. Se per caso ti interessa l’ho comprato apposta per la circostanza” “Scusami cara. Comunque mi piaci sempre in nero” “In simili momenti desidero quasi avere un’altra ragione per portare il nero” (Dorothy Parker, The lovely leave)
“Neppure sapevo parlare con le donne. Un uomo è in gran parte quel che fa, dice, pensa di essere, anche se per nessun uomo di un certo spessore l’identità fila così liscia. Ma una donna? Parli sempre con qualcosa che le è stato fatto fare, pensare, dire, da pressioni dolci o acerbe; oppure la trovi ammutolita nella zona opaca di distanza che ne prende” (Rossana Rossanda, Le altre, Bompiani)
Per iniziativa dell’associazione Pari e Dispare (si chiama così, dispare, ed è presieduta da Bonino) e con il voto di settanta parlamentari di tutti gli schieramenti è stata approvata in Commissione di vigilanza rai l’istituzione di un Osservatorio per monitorare la rappresentazione distorta della figura femminile in tv. Servirà? Probabilmente quello che aiuterebbe una corretta informazione sarebbe annullare la rai e tutti gli ammennicoli di partito che ruotano intorno a quella azienda, ma siccome così non sarà nel breve periodo, purtroppo, va tenuta nella massima considerazione qualsiasi iniziativa che punti ad una normalizzazione di quel porcaio. Secondo una indagine Censis, su 578 programmi dei sette canali principali (rai mediaset e la 7), gli argomenti a cui la donna è associata sono per il 31,5% spettacolo e moda, 14,2% violenza fisica, 12,4% giustizia. Solo per il 4,8% alla politica, 2% alla realizzazione professionale, 6,6% al mondo della cultura. Naturalmente c’è chi ha gridato al moralismo per questa iniziativa e ricorda di quando le gemelle Kessler venivano mortificate da collant neri e coprenti. Ma non c’entra nulla: nessuno ha paura delle gambe delle donne se stanno ballando o se fanno sport o mostrano come si fa la ceretta o illustrano un nuovo modello di lettino ginecologico. Il guaio è che per essere in tv, sia per presentare i bambini canterini che per dare la propria opinione sulla piovosità della prossima estate, le donne vestono come se dovessero svegliare i sensi sopiti di un marito barzotto (che vuol dire né troppo crudo né troppo cotto). Per non parlare di quello che fanno in tv: in pochissime conducono programmi giornalistici, qualcuna si presenta con seni traballanti (sappiamo che sono così quando si sollevano a forza col wonderbra), si fingono idiote per partecipare a pupa e secchione o a uomini e donne, e, peggio del peggio, la 45enne un po’ bollita che fa la levatrice seriale di smandrappate. Nei tg le donne vengono intervistate esclusivamente per sapere l’andamento dei prezzi delle zucchine (che ovviamente costano meno di quando c’era il governo Prodi), o per sapere cosa pensano della fine del tempo pieno alle elementari (qui la cosa è talmente grave che fanno passare pure qualche madre che si lagna un po’, ma poco però). Lo scorso fine settimana due splendide cinquantenni, le architette Odile Decq e Zaha Hadid, hanno tenuto banco a Roma per l’inaugurazione delle loro opere (Macro e Maxxi). Hanno avuto l’onore di una intervista? No, certo, ma abbiamo avuto descrizione dei loro abiti stravaganti (secondo il giudizio insindacabile del giornalista rai legato al tubino nero della signora Hepburn). Mancava solo che il giornalista dicesse che Hadid era soprappeso. Per la cronaca, l’una e l’altra in conferenza stampa hanno detto cose più che interessanti e i loro vestiti erano bellissimi al pari del loro lavoro. In sintesi abbiamo più dell’altra metà del cielo che si finge idiota per andare in tv. Perché certo nessuno ci crede che le donne seminude che dominano gli schermi siano delle idiote “le disegnano così”.
Così come naturalmente non crediamo al fatto che i preti macchiatisi dell’orrendo reato della pedofilia andranno dannati all’inferno. O meglio, proprio riesce difficile credere che uomini adulti, spesso colti, credano a queste cose. In comune con la scorretta informazione italiana, la clericaglia sprezza le donne. Per Newsweek (nel numero ora in edicola) la Chiesa cattolica sembra voler limitare il campo d’azione delle religiose riducendo la loro modesta indipendenza dai vertici maschili. A tal fine Benedetto XVI ha deciso ispezioni in cento comunità di suore americane che hanno già dovuto riempire questionari sulla loro missione e le loro finanze. Secondo il settimanale ha destato parecchio sconcerto nelle gerarchie che le suore abbiano appoggiato la riforma sanitaria di Obama al contrario delle richieste dei vescovi. Suor Joan Chittister, che ha una rubrica sullo Huffington Post, ha scritto “la Chiesa che predica l’eguaglianza è ancora uno degli ultimi baluardi della discriminazione sessuale”. Non è l’ultimo, e noi vaticaliane lo sappiamo.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it
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Il papa è tornato nuovamente sulla figura di Pio XII parlando della recente pubblicazione del card. Celso Costantini, e ne ha ricordato il soccorso ai bisognosi durante la guerra. Riproponiamo quanto scritto su papa Pacelli
5/1/10 - Il giudizio sulla figura di Pio XII dovrebbe tenere conto del suo silenzio su tutta la storia d’Europa fin dall’ascesa del fascismo in Italia e del nazismo in Germania. Pio XII diventa papa nel 1939, ma prima è stato Segretario di Stato e in questo ruolo ha attuato il concordato con il regime nazista nel 1933. Non risulta essersi mai speso in quegli anni a favore dei tedeschi che si opponevano a quel regime, cattolici e non. Anzi, l’allora cancelliere Bruening scrive nelle sue memorie che il Segretario di Stato Eugenio Pacelli, futuro Pio XII, premette per un intervento di Hitler a fianco dei falangisti nella guerra civile spagnola. Tra i primi atti del suo pontificato è documentato l’avvicinamento a Charles Maurras (i cui scritti erano stati messi all’indice durante il pontificato di Achille Ratti-Pio XI) promotore del gruppo francese di estrema destra e antisemita Action Francaise. La Santa Sede si riserva di aprire gli archivi bloccando la ricerca storiografica, ma al momento risulta che nessuna parola sia stata scritta da papa Pacelli contro la creazione dei campi di concentramento e poi di sterminio, in cui dieci milioni di ebrei europei, zingari, omosessuali, cittadini russi trovarono la morte. Una precisazione doverosa perché in questi giorni la stampa vaticaliana ha teso ad accreditare che l’unico silenzio di Pio XII abbia riguardato il treno che trasportava 1000 ebrei romani mentre contemporaneamente salvava qualche centinaio di ebrei facendoli ospitare, spesso dietro cospicui compensi, in chiese e conventi di Roma.
E’ vero invece che il suo silenzio ha riguardato milioni di ebrei e non, vittime del nazismo.
La beatificazione di Pio XII riguarda solo gli ebrei? Sicuramente sul piano dei fatti storici sono i più coinvolti emotivamente, ma sul piano religioso la questione dovrebbe riguardare i cattolici ai quali viene indicato a modello una figura come minimo controversa. Le gerarchie cattoliche insistono che il silenzio di Pio XII sarebbe stato motivato dal fatto che un intervento pubblico da parte del Vaticano, anziché frenare, avrebbe ulteriormente intensificato lo sterminio in atto nel cuore dell’Europa. Ma questo argomento non spiega perché, neanche dopo la fine della guerra e nel lungo periodo del pontificato (il papa morì nell’ottobre del 1958), non sia mai arrivato alcun riferimento a quanto accaduto. E soprattutto non si comprende perché un analogo timore non frenò il papa, nel luglio del 1949, dallo scomunicare comunisti e socialisti nonostante l’enorme potere allora esercitato dall’Unione Sovietica. Sono domande che dovrebbero porsi tutti, e non solo gli ebrei come mi sembra stia accadendo.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it
