19/4/10 – Quando la morte mi chiamerà…

…forse qualcuno protesterà/quando avrà letto nel testamento quel che gli lascio in eredità/non maleditemi non serve a niente tanto all’inferno ci sarò già. (Faber)

Che cosa ci fa paura della morte? Il dolore che l’accompagna sicuramente. E poi di non potere più godere del profumo dell’erba, della dolcezza del miele, del calore di un corpo amico… ma anche che si faccia strame dei nostri pensieri, delle nostre idee. In breve, che di noi si tramandi un ricordo che non ci somiglia. Qualche giorno fa ad 88 anni – un’età che mi fa aggricciare la pelle perché è quella della persona di cui più patirei la fine – è morto Raimondo Vianello. Comico surreale nel lungo sodalizio con Ugo Tognazzi, ha incarnato lo stereotipo del maschio italico in coppia con Sandra Mondaini collega e moglie, interpretando il marito annoiato dalla compagna gelosa noiosa esigente. Pare che abbia patito quando Luciano Salce girò Il Federale, affidando a Tognazzi il ruolo del titolo; avrebbe desiderato interpretare il professore antifascista che lo sciocco federale è incaricato di condurre a Roma. Probabilmente sarebbe stato perfetto nel ruolo. Fu un bersagliere, poi aderì alla Repubblica di Salò. Come Dario Fo, Luciano Salce, Giorgio Albertazzi, Ugo Tognazzi, Walter Chiari… E’ stata ricordata la tendenza british e la sua eleganza, ma nei coccodrilli – per simpatia? - si è preferito ignorare la sua caduta di stile quando, durante un programma sportivo che conduceva, dichiarò che avrebbe votato per la neonata Forza Italia incoraggiando la valletta Antonella Elia a dichiararsi. A cadavere ancora caldo i sempiterni Costanzo, Parietti, Baudo, Zanicchi si sono buttati a dichiararsi amici discepoli eredi. Ma, ormai, come è accaduto qualche mese fa per Bongiorno per cui addirittura si allestì il funerale di Stato (religioso ovviamente) lo spettacolo si consuma in chiesa. Diretta tv su canale 5, primi piani impietosi sulla “povera Sandrina”, Berlusconi incerto se ridere – come sempre fa quando si accende la telecamera – o piangere accarezzando gli inconfondibili capelli biondi di Mondaini, commenti entusiastici dei giornalisti conduttori sulla retorica predica del prete. Sacerdoti che compiacenti accettano che si dia del paradiso la simpatica lettura di Lavazza dove i morti si fanno insieme un bicchierino, Pippo Baudo che chiede ai fedeli fans l’applauso per Raimondo, mentre una Parietti in gramaglie e tacco 12 guadagna un posto accanto alla sindaco Moratti. Dell’ennesimo funerale show ricorderemo i piedi nudi e gonfi della dolente Sandra, la tristezza dei due figliocci della coppia, sempre chiamati dai media “i filippini” mentre quasi sicuramente i due ragazzi nati a Milano sono italiani, il prete, che sceso dall’altare ha volto il culo a Cristo che fino a pochi momenti prima aveva pregato, per inchinarsi davanti al premier.
Che la terra ti sia lieve, signor Vianello, leggera come i sorrisi che ci hai regalato negli anni.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

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6 Commenti a “19/4/10 – Quando la morte mi chiamerà…”

  1. marcello scrive:

    Aggiungerei anche che Silvio, nonostante il divorzio, ha fatto la comunione

  2. Trama del film Il Federale scrive:

    Il federale è un film del 1961 di Luciano Salce i cui protagonisti sono Ugo Tognazzi e Georges Wilson.

    Trama [modifica]
    Il film è ambientato in Italia nel 1944, quando tedeschi e anglo-americani combattono la guerra sul territorio italiano.
    I capi del fascio di Cremona assegnano al camerata Primo Arcovazzi (Ugo Tognazzi) la missione di prelevare il professor Erminio Bonafé, noto filosofo antifascista, e di condurlo a Roma. Ligio al dovere e aspirante al grado di federale, Arcovazzi si mette subito all’opera e con una motocarrozzetta va a recuperare il professore direttamente nella sua abitazione. La missione in apparenza è semplice, ma la strada per Roma è lunga.
    Immediatamente comincia il viaggio per la capitale. Giunti neanche a metà strada accade un incidente: per evitare una ragazzina che si è messa in mezzo alla strada, il camerata esce dalla carreggiata danneggiando il mezzo. La giovane, che si chiama Lisa (Stefania Sandrelli), dice di cercare aiuto, invece si dedica a piccoli furti: nasconde gli occhiali del professore e poi glieli rivende a 150 lire. Poi se ne va.
    Rimasti a piedi, il camerata scorge un camion di tedeschi e li ferma. I soldati scendono ma invece di aiutarlo gli sequestrano il sidecar e li obbligano a salire sul camion. Finiscono entrambi in prigione. Ma quella notte gli anglo-americani attaccano e bombardano la zona. Nell’infuriare dei combattimenti riescono a tramortire due soldati tedeschi e a rubare le loro divise. Dopodiché Bonafé scappa a piedi, mentre Arcovazzi riesce a fuggire a bordo di una schwimmwagen tedesca.
    Quella notte si fermano a dormire in un fienile, dove ritrovano la ladra. Non vogliono i soldi indietro, purché lei li aiuti a tirare il collo ad una gallina che hanno appena rubato. La ragazza accetta. La mattina dopo i due si accorgono di essere rimasti in mutande. I due trovano dei vestiti e proseguono il viaggio con la schwimmwagen. Contando sulla proverbiale efficienza dei mezzi tedeschi, il camerata cerca di guadare un fiume, ma il mezzo affonda.

    Giunti in un altro paesino, vestiti in borghese, si dirigono alla casa del fascio per farsi dare un mezzo di trasporto. Appena entrati, due ragazzi (ventenni, appena arruolati) gli puntano contro i fucili. Applicando il regolamento, pongono al camerata delle domande precise sulla storia del fascismo per smascherare l’intruso. Arcovazzi risponde esattamente e senza indugio finché, proprio all’ultima domanda, il camerata rimane in silenzio: solo grazie al suggerimento provvidenziale del professor Bonafé passa la prova. Requisiscono un tandem e una pistola e si rimettono in marcia. Ma dopo qualche chilometro forano. Proseguito il viaggio a piedi, il camerata decide di fare tappa nel paese di Rocca Sabina, dove dimora il poeta Arcangelo Bardacci, suo ex maestro e di cui conosce a memoria tutti i componimenti. Giunti nei pressi del paese incontrano un soldato. Credendo che sia del posto gli chiedono informazioni, ma il militare è completamente allo sbando e chiede di essere lasciato in pace. Si allontana senza prendere una direzione precisa.

    A sera inoltrata, giunti in paese, il camerata si precipita nella casa del maestro, che però nel frattempo, gli dicono, è morto in Albania. I familiari comunque gli offrono ospitalità per la notte. La mattina dopo Arcovazzi si accorge che il prigionero è scappato. Il camerata apprende anche che Bardacci è ancora in vita, vive nascosto ed è passato dalla parte dei partigiani. Ma non si perde d’animo: si fa dire dov’è nascosto Bonafé e, recuperatolo, prosegue per Roma.

    L’unico mezzo che riescono a intercettare è una corriera che va a gassogeno. Dopo una delle numerose soste, il prigioniero scappa. L’inseguimento è lungo e i due perdono contatto con l’autobus. Ritornati sulla strada per Roma, incontrano di nuovo la giovane ladra. Arcovazzi vuole farsi dare indietro i suoi vestiti, Lisa gli offre di più: una divisa completa da federale. Accettata l’offerta, il camerata si veste e si rimette in marcia con il prigioniero. Il camerata pensa di aver fatto un grande affare, ma non sa ancora che quei vestiti non valgono più niente. Arrivati a Roma (nel giugno 1944), Arcovazzi sente da lontano un gruppo di persone cantare in lingua straniera. Sbotta: “Prima o poi devo imparare il tedesco!” . Ma Bonafé lo corregge: quelle persone parlano in inglese. Il camerata va a vedere e si trova davanti a dei soldati in una divisa sconosciuta seduti e stravaccati. Uno di loro gli si avvicina e gli domanda: “Fascista?” Ottenuta risposta, gli scatta subito una foto. Il gruppo esplode in una sonora risata. Sono soldati americani, che hanno appena liberato la città dai fascisti.
    Contrariato, va via. Ma la sua divisa dà troppo nell’occhio e, fatti pochi, passi viene notato da un gruppo di persone, che gli saltano addosso e cominciano a linciarlo. Bonafé chiede aiuto ad una pattuglia di partigiani, che interviene e disperde il gruppo.
    Quando anche i partigiani vedono la divisa di Arcovazzi, danno l’ordine di formare il plotone d’esecuzione: per i gerarchi fascisti c’è la pena di morte. Ma il professore chiede che il prigioniero venga consegnato a lui. Si fa dare una pistola e lo porta via. Giunto in un luogo appartato, butta la pistola in un canale, lo aiuta a togliersi la divisa fascista e gli dà la libertà.

  3. Anna Spina scrive:

    Nelle mie rustiche e povere vie assolate di paese, quando suonava la campana a morto, lenta, lenta, asmatica, si chiudevano gli scuri. Immersi nella penombra, si attendeva, zitti, che la Morte passasse. Un rispetto arcaico per il morto ed anche una preghiera, uno scongiuro, alla Mietitirce, perchè risparmiasse le case che a lei offrivano silenzioso timore.
    nell’Italietta di Berlusconi,
    c’è poco da meravigliarsi (purtroppo).
    sparito quel minimo di severo senso della vita che ha accompagnato anche la mia non più giovane generazione è rimasto
    l’untuoso e ridondante barocco-pretesco-nazional-popolare a dettare legge, un baroccone impudico e vagamente sconcio,
    che della morte ha sempre fatto uno spettacolone pacchiano e gonfio di finte lacrime.
    Solo chi ha amato il morto sa che prova e chi lo prova è spesso troppo stanco anche per le lacrime.

  4. Cristina scrive:

    Veramente sono stati pochi pure i giornali che hanno ricordato che era della Repubblica di Salò. Nell’insieme condivido che il suo fosse un umorismo surreale, magari si sarebbe seccato di alcuni programmi televisivi in suo ricordo

  5. Anna Spina scrive:

    direi che la sindrome da “smemorati di Collegno” si accompagnia egeregiamente all’altra sindorme letale per la crescita del Paese: quella che chiamerei “italiani bbbrava gggente”
    entrambe le malattie affliggono tutti e a tutti i livelli ed ovvio, in primis di esse è portatori insano un giornalismo che ha perso il senso di se. (e pure il minimo mestiere a questo punto)

  6. Daria Parisi scrive:

    Bello e sobrio ricordo.