Archivio di aprile 2010

30/4/10 – Auguri

venerdì, 30 aprile 2010

Marco Pannella il 2 maggio compie 80 anni. Per il suo compleanno un gruppo bipartisan di parlamentari ha deciso di fargli un regalo particolare: i finiani Benedetto Della Vedova e Flavia Perina, i piddini Roberto Giachetti ed Ermete Realacci e il pidiellino Gaetano Pecorella hanno promosso una raccolta di firme da sottoporre al presidente della Repubblica per chiedergli di nominarlo senatore a vita. Le persone a lui più vicine dicono che non ci tiene. Ma Della Vedova insiste “noi raccogliamo le firme anche per regalargli l’opportunità di dire di no”. (Vanity Fair)

Come si possono fare gli auguri a Pannella che compie 80 anni? Ci proviamo parlando di un libro uscito qualche mese fa col bel titolo Le nostre storie sono i nostri orti (ma anche i nostri ghetti), una conversazione di Stefano Rolando (Bompiani, 15 €) con Marco Pannella.
Pannella parla della sua vita politica e di sé “come monumento virtuale e ancora ingombrante”, e insieme alla storia del cittadino Marco corre parallela quella dello Stato. Nell’intervista si racconta di un partito radicale vivo e operante da ben 57 anni che ha sempre lavorato per l’”unità laica delle forze” per la costruzione di una alternativa alle attuali classi dirigenti di regime. Grande attenzione viene riservata al confronto con il mondo comunista. “Da una vita inseguo i comunisti per assorbirli, megalomane come sono, nella rivoluzione liberale. Cito come esempio il referendum sul divorzio: lì riuscimmo ad assorbirli. Prima erano contrari, poi all’ultimo momento accettarono di sostenerlo e vennero con noi. Il loro popolo era d’accordo con quella iniziativa politica, ma i dirigenti avevano paura di perdere, e avevano paura che andassero con la dc. La battaglia sul divorzio e l’aborto ha unito l’Italia: è la democrazia che unisce. Ne discutevano tutti, giovani, anziani, uomini, donne, al nord come al sud”. In parallelo il rapporto con la dc e il mondo cattolico, mai però ricercato nel modo viziato della partitocrazia ma cercando un confronto sui grandi temi della vita, come accadde con la campagna sulla fame nel mondo che vide – molto artatamente però – interesse da parte di Giovanni Paolo II. Marco Pannella descrive il partito radicale come una linea retta e che è vissuta con continuità, mentre le altre proposte politiche sono tutte morte. “Siamo il più vecchio partito italiano e, a naso, direi anche quello che durerà di più tra quelli che ci sono oggi”. Il primo digiuno non si dimentica mai, e così Marco lo racconta : “era una calda mattina di primavera del 1961. All’Arc de Triomphe a Parigi, un vecchio anarchico nonviolento digiunava per protestare contro la guerra in Algeria… io allora vivevo là come corrispondente de Il Giorno, e mi unii a lui. Dopo cinque giorni lui smise, e smisi anch’io. Però la causa, quella contro la guerra coloniale, la riportai in Italia con me”. Quello che emerge, leggendo le belle pagine – che mi commuovono perché ci ritrovo la parte migliore della mia vita – , è che Marco è protagonista di campagne laiche di originale umanesimo che, attraverso la sua esposizione, spesso sovraesposizione, ha permesso ai “giovani pannelliani”, quelli di sempre ma anche quelli che lo sono stati per un’ora, di gestire in forme efficaci la campagna divorzista, quella dell’obiezione di coscienza, quella per la legalizzazione dell’aborto, e la straordinaria strategia referendaria che permise a masse di persone comuni di esprimersi e deliberare su temi fondamentali, dal codice Rocco alla legge Reale, dalla legge al finanziamento pubblico dei partiti alla responsabilità penale dei giudici, dalla discussione sugli ordini professionali al sostituto d’imposta, tutti temi vigilati dalla casta partitocratrica che è riuscita, spesso e criminalmente, ad invalidare con aggiustamenti partitocratici il risultato dei referendum. Avere ragione sempre in anticipo isola? E’ probabile, ma non per Marco che risponde: “Sono loro che sono soli! Loro con le loro scorte! Io cammino per strada, nessuno mi chiede raccomandazioni, ma se prendiamo un’iniziativa tutti gli italiani ne discutono e prendono posizione. Perché i problemi che noi poniamo sono quelli delle famiglie italiane” .
Allora, che aggiungere? 100 di questi giorni!

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

E in Italia minacce e violenze di un marito islamico alla moglie romana che non porta il velo.

venerdì, 30 aprile 2010

Da City del 29/04/10

Egiziano Arrestato Ha maltrattato la moglie italiana per un anno, è arrivato persino a sequestrare il figlioletto di 3 anni. Alla fine l’egiziano è stato arrestato.

La picchiava perché non portava il velo quando venivano gli amici in visita. La picchiava se non era obbediente ed ossequiosa. La violentava se si rifiutava di venire incontro ai suoi desideri. E dopo un anno ha tentato anche di sottrarle il figlio di tre anni portandolo in Egitto. Questo l’inferno vissuto da una donna italiana, 29 anni, sposata ad un egiziano che voleva imporle con la violenza le sue tradizioni. L’uomo, un fioraio suo coetaneo, è stato arrestato dagli agenti della Squadra Mobile di Roma.

Le tradizioni da rispettare

Lo scorso gennaio il piccolo era andato assieme ai genitori in Egitto, visto che il papà aveva ottenuto il passaporto per il bimbo grazie a un escamotage. Ma dietro quel viaggio si nascondeva un inganno. La madre è stata picchiata e rispedita indietro in Italia. Il suo compagno era ormai convinto di far crescere per sempre il figlio in Egitto, accudito dai nonni. “Te lo riporto morto piuttosto che farlo ritornare da te”, diceva l’egiziano minacciando la donna. Il ricordo delle violenze, compiute su di lei proprio davanti al piccolo, le ritornava alla mente e le rendeva difficile decidere.

Il coraggio di denunciare

Ma la paura di non rivedere più il suo bambino ha spinto la mamma a denunciare l’ormai ex compagno. Quando l’uomo è rientrato in Italia per tornare al suo lavoro gli agenti lo hanno arrestato per sequestro di persona, sottrazione di minore e maltrattamento e violenza sessuale sulla donna. Dopo diversi contatti con i nonni il bimbo invece è tornato ieri in Italia accompagnato da una hostess egiziana ed è stato riassegnato alla madre. “Purtroppo queste storie sono molto frequenti – ha detto il capo della Squadra Mobile Vittorio Rizzi – ma questa vicenda conclusasi con un lieto fine dà speranza a donne che stanno subendo situazioni simili”.

28/4/10 – Evangelizzazione

mercoledì, 28 aprile 2010

Il clericale disputa, insiste, condanna, minaccia. Con albagia e ferocia, non tanto sui problemi della condotta morale, quanto sulle basi dogmatiche della religione. Fuori di queste non c’è, secondo lui, vita morale. Chi non è clericale non è cattolico; chi non è cristiano non è religioso; chi non è religioso è immorale. Perciò chi non è clericale è un essere maligno e pericoloso alla società… Uomini che hanno la stessa religione hanno diverse fibre morali, e uomini che hanno diverse religioni hanno eguali modi di comportarsi moralmente. Questa esperienza non esiste per il clericale. Esiste solo la certezza che, se non accettate i suoi dogmi, siete un’anima perduta. Essendo sicuro che la sua anima si salverà, si occupa di salvare le anime degli altri, presuntuoso, arrogante, invadente. (Gaetano Salvemini, prefazione a Il programma scolastico dei clericali, 1951)

Nei sacri palazzi è tempo di nuovi incarichi. Mons. Fisichella, “splendido 58enne”, cappellano di Montecitorio, rettore dell’Università lateranense e presidente della Pontificia accademia per la vita, guiderà un ministero dell’evangelizzazione. Non andrà missionario in territori sperduti a rischio di essere mangiato da qualche cannibale, ma resterà nell’occidente, in Europa soprattutto, continente che sta perdendo, secondo Benedetto XVI, la propria identità religiosa. La primogenitura appartiene a don Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, che suggerì l’idea a Giovanni Paolo II che pur sollecitato non attuò mai il programma. Mentre Benedetto XVI, ancora da cardinale nel 2000, aveva parlato della indispensabilità di portare il messaggio cristiano all’occidente distratto e secolarizzato. Del resto nella lezione di Ratisbona che tanto irritò il mondo islamico, papa Ratzinger proprio dell’evangelizzazione parlava. La Chiesa torna ad indossare l’abito, peraltro mai dismesso, del depositario della verità, possibilmente da imprimere con la forza e che, volentieri, veste in bianco e marrone come il domenicano che converte l’infedele. Un incarico che mons. Fisichella – che in questi giorni ha sposato le ragioni della Lega al punto di recarsi nell’ ufficio del governatore del Piemonte per un caffè – svolgerà al meglio. Per la sua facilità a tenere insieme il pratico e l’assurdo, come ha dimostrato con l’accorata difesa dell’ennesima sbrasonata del premier che si è messo in fila per prendersi la comunione durante un funerale trasmesso in diretta tv. I bizantinismi semantici del monsignore hanno liberato Silvio da un peso che l’opprimeva da tempo. Ricordate quando a Tempio Pausania durante la messa chiese all’officiante ragione dell’esclusione dalla sacra mensa e il prete imbarazzato gli rispose: presidente, lei che può si rivolga a chi è più in alto. Chissà se intendeva l’Eterno o il papa? Secondo noi Silvio non è tipo da perdere tempo con lo spirito ma piuttosto “va alla ciccia”. Sintesi perfetta dell’intesa Berlusconi-Fisichella nel simpatico corsivo di Massimo Gramellini sulla Stampa che di seguito riportiamo. “Molti divorziati devoti che non possono ricevere la comunione hanno osservato con stupore la foto che ritraeva il presidente del Consiglio con un’ostia in bocca durante i funerali di Vianello. Quell’uomo, han ragionato gli esclusi, ha un divorzio alle spalle e un altro in arrivo: come ha potuto accostarsi al sacramento? Esiste forse un lodo divino che anche in questo campo gli consente ciò che è vietato ai comuni mortali? Oppure il generoso avv. Mills ha testimoniato sotto giuramento di essere lui il marito di tutte le mogli, comprese quelle offshore, restituendolo a una dimensione di virginea purezza? A mettere un po’ d’ordine in questo guazzabuglio ci ha pensato mons. Fisichella, assolvendo il premier con formula piena: “solo al fedele separato e risposato è vietato comunicarsi, poiché sussiste uno stato di permanenza nel peccato. Ma il presidente, essendosi separato dalla seconda moglie, è tornato a una situazione ex ante”. Quindi se un divorziato si risposa con successo la comunione non gliela si può dare. Se invece ridivorzia , allora potrà di nuovo avvicinarsi all’altare. In teoria uno potrebbe passare da un matrimonio all’altro senza mai smettere di comunicarsi, purché abbia cura di farlo negli intervalli. Che destino, quell’uomo: qualunque cosa faccia ha sempre bisogno di un’interpretazione autentica che gli fornisca una scappatoia. E la trova, sempre”. Si può dire meglio?

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

27/4/10 – Dis-informazione

martedì, 27 aprile 2010

Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare/così solita e banale che non merita nemmeno/due colonne sul giornale (F. Guccini)

Don Piero Gelmini è noto per essere a capo di un grande centro di recupero per tossicodipendenti maschi, per utilizzare invece di psicoterapia e/o farmaci il rivoluzionario metodo detto cristoterapia, per avere come responsabile della comunicazione Alessandro Meluzzi, già deputato di Forza Italia e opinionista di punta dei talk show più trash della tv nostrana, per avere tra i più cari amici ed estimatori sottosegretari come Giovanardi, deputati come Gasparri, e per godere di donazioni cash da parte del premier. Solo i più attenti però sanno che Piero Gelmini non può più fregiarsi del titolo di don in quanto tornato allo stato laicale per meglio affrontare le pesanti accuse di molestie mossegli da parecchi ragazzi che hanno frequentato i suoi centri.
Molti romani hanno conosciuto don Ruggero Conti durante la campagna elettorale che ha portato Alemanno al Campidoglio. Il prete era in pole position per ricoprire il ruolo di assessore ai servizi sociali ma non se ne fece più nulla solo perché si erano accumulate denunce di molestie e pedofilia ai danni dei ragazzini che frequentavano l’oratorio. Come è noto il Comune di Roma da parecchi anni si costituisce parte civile nei casi che maggiormente destano sconcerto nella popolazione, ma per un motivo misterioso, o meglio miracoloso, il sindaco non diede mandato per costituire parte civile la città. Il processo a don Conti , così come quello a Gelmini, sono avvolti in una nube densa che li nasconde ai giornalisti. Il diritto all’informazione, a giornalisti che non siano solo e sempre servi garantiti dalla fnsi, dall’usigrai e dall’ordine (l’ordine dei giornalisti esiste in Italia e in qualche altro paese d’operetta) per fortuna ha casa in altri paesi, guarda caso quelli da dove sono partite le commissioni d’inchiesta per i preti pedofili. Se non ci fosse stata una stampa libera, e in Irlanda e negli Stati Uniti c’è stata, il Vaticano non sarebbe stato costretto a guardare in faccia la realtà che le gerarchie avrebbero volentieri continuato ad ignorare. Nel libro Il Peccato nascosto (ed. Nutrimenti, € 12, di Anonimo) si rende conto delle indagini giornalistiche che hanno portato all’emersione degli scandalosi fatti consumati nelle muffose sacrestie. Di particolare interesse la storia dell’arcivescovo Bernard Law che in seguito ai servizi del Boston Globe – che vinse un Pulitzer per le inchieste sulla pedofilia – nel 2002 dovette rifugiarsi precipitosamente in Vaticano da Boston. Oggi è arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore (una delle 4 basiliche romane, le altre sono san Pietro, san Giovanni, san Paolo) ed è la prova vivente degli insabbiamenti vaticani. Grande spazio è dedicato al capitolo irlandese con il rapporto Murphy che analizza gli abusi che, nella solo Dublino, dal ’75 al 2004 hanno fatto 320 vittime, e il cui lavoro è stato monitorato dai telegiornali e dalla stampa. C’è anche una sezione del libro dedicata all’Italia. Bella e simbolica la copertina dove è ritratto un papa che ha il volto coperto dalla mozzetta rossa alzata dal vento.
Va anche detto che nei paesi dove è emerso lo scandaloso comportamento occultato dalle gerarchie, i governi non sono stati a guardare e le popolazioni sono turbate e scosse dagli avvenimenti. In Belgio, dove c’è da molti anni una crisi di identità che mette a rischio la continuazione della convivenza fra valloni e fiamminghi, le dimissioni del vescovo pedofilo di Bruges (fiammingo) hanno dato un ulteriore colpo al dialogo tra i due gruppi etnici che avevano come punto d’incontro l’essere entrambi cattolici.
In Italia invece tutto scorre tranquillamente. Gli spot per l’8 per mille rimandano immagini celestiali, con una faccia di bronzo il papa dalla finestra parla del buon pastore…
Del resto l’Italia è un paese bizzarro. Mentre sto scrivendo vedo su la7 il presidente della Camera con la sua orribile cravatta rosa che agita il dito sotto il naso del premier, ma, scrive il radicale Rocco Berardo sul suo blog, che nel resoconto della Direzione nazionale sul sito del Pdl Fini è stato cancellato. Dopo il caso Radek epurato dalle fotografie di Stalin eccetto che per le mani, nel sito Pdl cancellato il presidente della Camera ma non il premier che gli risponde. Ma il Pdl non è un partito, P sta per popolo… o forse per Perimetro.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

25/4/10 – L’otto

domenica, 25 aprile 2010

In tempi men leggiadri e più feroci/I ladri si appendevano alle croci/In tempi non feroci e più leggiadri/Si appendono le croci in petto ai ladri (F. Cavallotti 1842-98)

Lo scorso anno in questo periodo – c’era appena stato il terremoto nell’aquilano – alcune associazioni laiche e i radicali avevano sollecitato il governo a chiedere che i fondi dell’8×1000 fossero riservati allo Stato: la legge infatti prevede che quei fondi vengano destinati soprattutto al contrasto delle calamità naturali anche se è successo che quei denari siano stati utilizzati per finanziare le missioni militari all’estero. Da quando è stato istituito l’8×1000 nessun governo – mai nessun governo – ha pensato di farsi un po’ di pubblicità come fanno le religioni che, avendo siglato intese con lo Stato, hanno diritto al contributo. L’ingenuissima Livia Turco parecchi anni fa provò a chiederli per i bambini poveri e l’allora cassiere pontificio, mons. Attilio Nicora, tacciò l’iniziativa di “sleale concorrenza alla Chiesa”.
Come è noto dell’8×1000 lo Stato raccoglie ben poco; in parte questo è dovuto al meccanismo bizantino di assegnazione dei fondi. Per destinare il contributo a una delle istituzioni accreditate bisogna indicare espressamente la propria scelta nella dichiarazione dei redditi. A farlo è solo il 40% dei contribuenti (36% alla Chiesa cattolica, 3% allo Stato e 0,qualcosa agli altri) mentre il restante 60% lascia la casella in bianco, in molti pensando che i soldi finiranno in ogni caso nelle casse pubbliche. Sbagliando però, perché la quota residua dell’8×1000, che è la fetta più grossa della torta, viene ripartita percentualmente secondo le scelte esplicite. In questo modo la Cei invece dei 360 milioni decisi dai contribuenti incassa novecento milioni (i dati citati sono del 2008).
In estrema sintesi, per ottenere finanziamenti alla Chiesa cattolica, bisogna attuare un espediente per prendere dalle tasche dei presunti cattolici quello che mai donerebbero spontaneamente. Ben il 61% dei contribuenti invece, aderì al 5×1000, nato nel 2006 per destinare lo 0,5 dell’Irpef alla ricerca e al volontariato. Su pressioni della Chiesa cattolica nella finanziaria 2007 il governo (di centrosinistra) decise di porre un tetto di 250 milioni alle contribuzioni del 5×1000. Come ha ben sintetizzato Curzio Maltese ne La Questua (Feltrinelli, € 14) “con una mano lo Stato regala 600 milioni di quote non espresse alla Cei e con l’altra sottrae 150 milioni di quote espresse a favore di onlus e ricerca. Nella stessa pagina del modello 730!”
L’iniquo sistema dell’8×1000 costringe i cittadini che non vogliono finanziare le religioni a contribuire forzosamente con la ripartizione, oppure a scegliere la fede che ritiene meno invasiva per la sua quotidianità. Alla faccia dei cittadini virtuosi che vorrebbero che le proprie tasse, tutte, andassero allo Stato.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Volendo fare qualcosa per sé, si può andare al cinema a vedere Agorà, il nuovo film del regista cileno residente in Spagna, Alejandro Amenabar (Mare dentro, The Others) interpretato da Rachel Weisz, che ha rischiato di non uscire da noi perché nessun distributore lo considerava commerciale, fino a quando Sonia Raule al timone di Mikado, stimolata dal tam tam della rete e dalla raccolta di 11 mila firme, ha preso a cuore la vicenda decidendo di distribuirlo. Agorà racconta la storia di Ipazia di Alessandria, filosofa pagana del 300 d. C., diventata la vittima degli strali del vescovo Cirillo per non aver obbedito ai precetti che obbligavano le donne al silenzio. E’ un film che tutti dovrebbero vedere perché ci mette in guardia dei rischi che corre un mondo dominato dai fanatismi del fideismo. I cristiani che distruggono la biblioteca che contiene mille anni di sapere, ci richiama alla mente i roghi dei libri bruciati dai nazisti, mentre il velo imposto con la violenza sul viso di Ipazia ci ricorda la schiavitù del burqa. Agorà è una parabola sul dolore e il sacrificio che si deve affrontare per la conquista della libertà dalla superstizione e dal fondamentalismo.
Se invece si è a Roma lunedì 26 aprile alle 21.00 al Caffè Letterario (via Ostiense 45) segnalo l’incontro con Arnoldo Foà che sarà intervistato da Daniel Della Seta in occasione dell’uscita del libro Autobiografia di un artista burbero edito da Sellerio. Sarà proiettato il filmato di Alan Bacchelli e Lorenzo Degl’Innocenti Almeno io Fo…à.

Islamisti e Cristianisti uniti contro la civilta’ occidentale

domenica, 25 aprile 2010

25/04/10 – da Marcus Prometheus

Islamisti e Cristianisti uniti contro la civilta’ occidentale La Chiesa di Spagna per il velo islamista e contro la laicita’.
*Continua la polemica sul velo islamico in Francia.
Dal GIORNALE dioggi, 24/04/2010, a pag.17, un articolo di Manila Alfano dal titolo ” Francia, il velo islamico vietato anche al volante “. Un panorama che descrive la situazione anche negli altri paesi europei.
Ecco il pezzo:*

“”" Fatima è solo l’ultimo capitolo di una guerra di religione. La polizia di Nantes l’ha fermata, l’ha fatta scendere dalla macchina che stava guidando e le ha fatto la multa: ventidue euro. Fatima non era passata con il rosso, non aveva sbagliato precedenze. Aveva il velo che le lasciava scoperti solo gli occhi. Una fessura per vedere. «L’agente mi ha fatto il verbale per come ero vestita» ha raccontato lei, 31 anni nata in Francia da genitori marocchini. «Abbiamo discusso, perché per me era una semplice e pura discriminazione». Per la polizia invece è infrazione del codice della strada: «circolazione in condizioni non confortevoli». Pericolosa per lei e per gli altri.
Ma questa è solo l’ultima mossa della guerra contro il burqa di Sarkozy. Lui che il velo non lo ha mai potuto digerire, ora inizia a godersi i primi risultati della lunga battaglia iniziata già prima di venire eletto presidente. La Francia va dritta verso l’obbiettivo: egalité, uguaglianza a tutti i costi; le donne andranno in giro a testa alta, senza distinzioni, senza discriminazioni, come tutte le altre. Entro marzo il governo procederà sulla strada di un disegno di legge per il divieto totale del velo integrale. Nelle strade, nei luoghi pubblici. Dappertutto.
La Francia illuminista e progressista non vuole scendere a patti con
l’islam. Turiste comprese. Idee che non lasciano spazio a interpretazioni, le duemila donne francesi che portano il velo integrale si adeguino. Non senza polemiche, interrogativi, dibattiti, ostacoli. La legge, per passare, dovrà superare le possibili opposizioni del Consiglio costituzionale e della Corte europea dei diritti umani, se saranno sollevate eccezioni di illegittimità. E, in caso di bocciatura, sarà la seconda pesante sconfitta per Sarkozy dopo la carbon tax che non è riuscito a imporre. Ma non solo, la legge avrà bisogno di un duro «tirocinio» nella società civile, il tempo necessario per imparare e digerire le nuove regole.
Gli imam francesi mettono in guardia: «Così si rischia di chiudere tra le mura domestiche le donne che non toglieranno il velo».
Ma la Francia non è sola. A far scoppiare il caso in Spagna, una ragazzina di 16 anni di Madrid che ha deciso di entrare a scuola velata. La scuola l’ha rimandata a casa, un braccio di ferro che si trascina ancora oggi.
«Contrario al regolamento», dice il preside, lei non molla e dice di non voler lasciare la scuola, le sue amiche, i suoi insegnanti. Si è scatenato il dibattito. Il punto è sempre lo stesso. Il velo divide, c’è chi lo vede come discriminazione delle donne e chi parla di identità, di appartenenza e orgoglio per quella cultura. Vietare o tollerare. La Chiesa si è schierata a favore della studentessa. È sceso in campo il portavoce dei vescovi iberici
Mgr Juan Marinez Camino a rivendicare il «diritto di manifestare la propria credenza». Una battaglia trasversale per dire ancora una volta no al laicismo esasperato bandiera di Zapatero. Lui che ora si trova come schiacciato: da una parte c’è la laicità da difendere, dall’altra la salvaguardia di un progetto di legge appena nato che vuole garantire più diritti alle altre religioni. E in Belgio la situazione non è certo più semplice.
Partiti prima degli altri Paesi europei sulla regolamentazione del velo islamico, il processo si è dovuto bruscamente interrompere per la crisi che ha travolto il governo. Ieri si sarebbe dovuto votare per imporre il divieto
di indossare il velo nei luoghi pubblici, ma è stato rimandato a causa della crisi del governo. Una guerra contro il velo che presto potrebbe iniziare anche Israele. «Impariamo dalla Francia», ha detto una parlamentare di Kadima. «Il velo è solo un’umiliazione e non ha niente a che vedere con la morale religiosa».
La stessa idea della Carfagna che da tempo dice: «Occorre una legge che vieti in Italia il burqa, simbolo di sottomissione della donna e ostacolo a una vera politica di integrazione. Togliamolo dalle scuole». Non è sola, la
Santanchè, la Gelmini, sono d’accordo. Il dibattito è aperto anche da noi.”"”

Cordiali saluti a tutti i liberi e laici.
Marcus Prometheus

22/4/10 – Moralismi

giovedì, 22 aprile 2010

“Ce l’abbiamo fatta Eminenza, Bonino non è più un nostro problema” (Silvio a Bertone durante il party per il 5° anniversario dell’intronazione di BXVI)
moralista (mo-ra-lì-sta) – Persona che tende ad attribuire prevalente o esclusiva importanza a rigide e spesso eccessive considerazioni di ordine morale (Devoto Oli, dizionario della lingua italiana)

Per alcuni intellettuali e politici il femminismo ha portato le giovani generazioni di femmine a fare un uso sfrenato del loro corpo che di fatto mostra il fallimento di quel movimento e, così per non farsi mancare niente, si aggiunge la colpa anche al solito ‘68. Sembra essere una rilettura quanto meno disinvolta facilitata anche dalla sciocchezze sostenute dal Segretario di Stato vaticano che ha accreditato che la sfrenatezza sessuale di quegli anni ha indotto molti sacerdoti ad abusare dei fanciulli che gli erano stati affidati. Nessun periodo, ovviamente, è privo di ombre, ma in quegli anni molte donne hanno compiuto una vera e propria rivoluzione che ha portato al cambiamento della loro vita, di quella di molti uomini e, sicuramente del maggior rispetto dei bambini. E’ in quegli anni che è maturata la legge per punire lo stupro, ritenuto fino allora un reato contro il pudore e non contro la persona, l’emersione degli aborti clandestini che costituivano la prima causa di morte per le donne e da cui scaturì la legge 194, il dibattito sulla conoscenza e la salute del proprio corpo. E in quegli anni sono nate e cresciute donne che per la prima volta hanno potuto scegliere: di sposarsi o no, di avere figli o no… Adesso in molti sostengono che quel periodo è il garante di ragazze che aspirano solo a fare le veline, le chellerine del premier o che vogliono vincere il grandefratello per farsi i seni misura decima. E’ senza dubbio vero che il femminismo non ha portato tutto quello che desideravamo. Ad esempio l’accesso al lavoro è ancora irto di ostacoli, a parità di funzioni non sempre le retribuzioni corrispondono a quelle degli uomini, la maternità emargina dal lavoro perché non esistono servizi sociali adeguati, e non si innalza l’età della pensione non certo per generosità, peraltro non richiesta, ma solo perché si conta sui prepensionamenti femminili affinché le donne diano assistenza agli anziani per i quali non esiste altro tipo di aiuto se non quello famigliare. A tutto ciò va aggiunto che gli uomini hanno fatto pochissimi passi verso la modernità e lo sviluppo e, nonostante la loro riconosciuta inferiorità culturale, molte donne continuano incomprensibilmente a soggiacere “al maschio”. La campagna moralistica italiana, che, ahimè, è stata ributtata al centro del dibattito grazie alle campagne di stampa sulle abitudini sessuali del premier, si è scelta il cavallo di battaglia. Per cui i pomeriggi televisivi sono pieni di talk show che discettano dell’importanza del matrimonio, del diritto del nascente ad avere papà e mamma preferibilmente sposati in chiesa, e, perché no, della vera madre come una volta, che allatta il pupo fino all’università senza abbandonarlo nelle mani di qualche addetto prezzolato che, sia mai, cambiando il pannolino fa crescere il pupo con la frustrazione dell’abbandono (la qual cosa giustifica il bullismo, l’alcolismo e anche l’omicidio dei genitori e dei nonni, e, peggio di ogni cosa, la strafottenza sulla metro).
Non sarà che la società moralistica italiana ha paura di donne libere? Libere ovviamente di fare le ricercatrici aspirando al Nobel o di utilizzare il proprio corpo per trovarsi un posto al Parlamento (per sedersi da entrambi i lati di quelle due Camere, di sfruttare la loro bellezza per scippare incarichi da maschi barzotti. Insomma , libere di fare le stronze esattamente come l’altra metà della terra. E’ insopportabile questa genia di moralisti col ditino alzato che stabilisce quale è la donna che si comporta bene e quale male. Quanto ai guasti del femminismo… ma che guasti, ce ne vorrebbe un po’ di più, perché non è accettabile che ci siano donne sole. Sole quando non trovano un medico nella sanità pubblica che le aiuti ad abortire e devono pagare (lo stronzo obiettore), quando le giovanissime trovano gli ostacoli vaticaliani che gli precludono e le colpevolizzano per la contraccezione, quando non riescono a lavorare e sono povere ed emarginate.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Di seguito riportiamo un breve commento sulla decisione governativa (ancora oggi non definita) di porre limiti ad alcune libertà di scelta delle giovani donne

14/12/09 – Tette di Stato

C’era bisogno di un ddl (per essere effettivo si attende una risposta del garante della privacy) che vietasse la mastoplastica additiva alle minorenni? Secondo Francesca Martini, sottosegretario leghista alla Salute, nota alle cronache di colore per aver mostrato fieramente il suo avambraccio alle telecamere de il Fatto quotidiano (talk rai2 condotto da Monica Setta) pronta a inocularsi il vaccino per la nuova influenza , si si si. Non sarebbe stato meglio ricordare ai medici, attraverso il loro Ordine, che è buona norma aspettare la fine dello sviluppo prima di affettare una bambina? E non esiste il famoso consenso informato che per i minorenni deve essere, per ora, controfirmato da un genitore o da un tutore adulto? Per la mia cultura è un po’ difficile da comprendere, ma sembra che un numero crescente di adolescenti si senta umiliata da un seno misura seconda e, per uscire dal disagio si organizza con le protesi. Personalmente consiglierei un analista che le aiuterebbe a comprendere l’origine del disagio e, soprattutto, ad apprezzare la bellezza dei seni, che risiede nella forma, nella consistenza… e non solo nel volume. Ma, non siamo tutti uguali ed è equo che una giovane, ben informata dal medico degli eventuali rischi sanitari per l’oggi e per il futuro, faccia quel che creda col suo corpo. Il legislatore e la politica non dovrebbero occuparsi di questi argomenti, anche perché, guarda il caso, riguardano sempre solo la repressione delle donne, dal seno alla ru486. Più utile sarebbe far crescere le ragazze con una maggiore consapevolezza di sé, e forse qui il legislatore, e la politica, potrebbero intervenire lavorando per l’eliminazione di qualsiasi discriminazione di genere. Ma, piaccia o no, le ragazze devono poter interrompere la gravidanza (come in Spagna) e ritoccarsi il seno quando vogliono.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Vigilia di elezioni in Olanda.

mercoledì, 21 aprile 2010

21/04/10 – Da Marcus Prometheus

articolo di Giulio Meotti dal titolo “ Il sindaco liberal d’Olanda “.

Erano le 8.45 del mattino del 2 novembre 2004, quando il regista Theo van Gogh, noto polemista e autore di un film che denunciava la violenza dell’islam contro le donne e mostrava versetti del Corano scritti sui loro corpi, stava pedalando verso l’ufficio. Mohammed Bouyeri, un ragazzo di origine marocchina, gli sparò allo stomaco, gli incise la gola e gli piantò una lama nel petto. Su quel coltello era infilata una lettera: cinque pagine che invocavano la guerra santa contro i “sionisti e i crociati”. Il bersaglio principale era la deputata olandese e dissidente somala Ayaan Hirsi Ali, che aveva scritto con Van Gogh il cortometraggio “blasfemo”. Ma in cima alla lista dei nemici di Bouyeri c’erano anche l’“ebreo” Job Cohen, sindaco di Amsterdam, e Geert Wilders. Saranno proprio loro due che alle prossime elezioni di giugno si contenderanno la guida del governo dei Paesi Bassi, assieme allo storico partito dei cristiano- democratici. Wilders è il controverso e popolare leader del Partito per la libertà, Cohen è la nuova guida scelta per risollevare il leggendario Partito laburista. Proprio Ayaan Hirsi Ali aveva scritto una lettera molto dura contestando il modello di Cohen per l’integrazione degli immigrati musulmani: “Caro signor Cohen, lei ha commesso un grave e fondamentale errore affermando che le minoranze islamiche dei Paesi Bassi potrebbero integrarsi tramite la loro religione”. Hirsi Ali chiamò “sceicco Cohen” il sindaco di Amsterdam. Tutti si aspettavano che a guidare la sinistra olandese sarebbe stato Wouter Bos, il “Kennedy olandese” al quale è attribuita in gran parte la spettacolare rimonta (secondo i sondaggi) degli eredi di Wim Kok. Invece sarà questo grigio professore universitario che ha governato a lungo Amsterdam, cinquantaseienne alfiere della tolleranza e dell’integrazione forzata. Cohen nel 2001 officiò ad Amsterdam il primo matrimonio omosessuale al mondo. E se le urne premieranno i laburisti, passerà alla storia come il primo premier ebreo della storia olandese. Cohen viene da una famiglia patrizia ebraica di Amsterdam, i suoi nonni morirono nel campo di concentramento di Bergen- Belsen, lo stesso in cui trovò la morte Anna Frank nel marzo 1945. I genitori si salvarono nascondendosi durante l’occupazione nazista. A favore di Cohen va senz’altro il merito di aver valorizzato uno dei pochissimi politici musulmani minacciati di morte dai fondamentalisti, Ahmed Aboutaleb, assessore ad Amsterdam con Cohen e attualmente sindaco di Rotterdam, anche lui spesso minacciato di morte in questi anni. Aboutaleb nasce da una gaffe terribile. Pensando che il microfono fosse spento, il socialdemocratico Rob Oudkerk si avvicinò a Cohen e gli sussurrò qualcosa a proposito di “quegli sporchi marocchini”. Un colpo durissimo alla famosa tolleranza di sinistra. Cohen corse ai ripari chiamando Aboutaleb. Cohen è diventato sindaco nel gennaio 2001. Prima quindi dello schianto delle Torri Gemelle. Ha visto la sua città trasformarsi da icona della libertà in metropoli sospetta, intimidita furiosa per la crescita del fondamentalismo islamico. Senza dubbio il professore, noto per aver “razionalizzato” il quartiere a luci rosse della città e aver proposto al governo di legalizzare anche la coltivazione della cannabis, è riuscito a evitare che Amsterdam si trasformasse in una banlieue parigina infuocata, con moschee e scuole islamiche vandalizzate, morti, pestaggi e casi di razzismo. Uno studio della Fondazione Anna Frank contò 106 episodi di violenza in tutta l’Olanda dopo l’omicidio Van Gogh, ma ad Amsterdam la polizia ne censì uno. Per molti fu merito anche della politica di Cohen, che quella sera chiamò la città a raccolta nella centrale piazza Dam. Cohen non è un relativista in stile canadese, crede invece che tutti gli immigrati che arrivano in Olanda debbano diventare figli dell’illuminismo che ha reso celebre la palude dei Paesi Bassi. Sull’onda dell’assassinio di Van Gogh, la città di Amsterdam produsse un video che doveva servire a presentare agli immigrati la quintessenza dell’“olandesità”. Il video consiste di spezzoni di un documentario sulla vita di Guglielmo d’Orange, immagini di tulipani e mulini a vento, bagnanti nudi sulla spiaggia, scene da un matrimonio gay e viene presentato ai musulmani appena arrivati. Ovviamente la tolleranza obbligatoria non funzionò nel caso dell’assassino del regista. La nomina di Cohen è stata una grande delusione per quella sinistra che sperava, al fine di fermare il ciclone Wilders che proprio a sinistra e fra gli operai delle periferie sta conquistando tanti voti, che sarebbe stato un altro laburista a risollevare la vecchia gloria socialdemocratica su cui poggia lo stato olandese. Per capire Cohen bisogna parlare con Paul Scheffer, il più celebre saggista socialdemocratico d’Olanda. Scheffer è stato un solitario sostenitore, da sinistra, dell’intervento americano in Iraq. Il politologo dell’Amsterdam University è stato il primo ad aver detto che il multiculturalismo olandese aveva miseramente fallito e che il suo consenso è vuoto. Lo fece nel 2000 con un articolo “Il dramma multiculturale” sul quotidiano Nrc Handelsblad. Scheffer spiegò che si era formata una sottoclasse che rifiutava i valori olandesi, che in nome della tolleranza ci si stava alienando gli immigrati e che non c’era posto per una religione che non vuol sentir parlare di separazione di stato e moschea e di rispetto per gli omosessuali. Manco a dirlo, Scheffer fu linciato dagli stessi compagni di partito. Si era in un periodo in cui l’unica preoccupazione dell’Olanda era l’abbondanza economica. “Job Cohen è un leader pieno di qualità e la gente lo voterà per avere quiete nell’Olanda di Van Gogh, perché Cohen è apolitico, un sindaco pragmatico, abile nonché un uomo di integrità”, dice Scheffer al Foglio. “Ma dall’altro lato è un conservatore radicale, nel senso che vuole lo status quo sul multiculturalismo. Il suo motto è ‘tenere tutti insieme’, il suo modello è stato quello di una segregazione sociale, in nome del multiculturalismo ortodosso in cui tutto si ristagna e si contiene. Il conflitto deve essere evitato, bisogna essere soft spoken sulle ideologie e la religione. E’ la prima volta che Cohen interviene nell’arena politica, perché ad Amsterdam il sindaco non è eletto direttamente. Nella segregazione di Cohen non si vive assieme e in nome di certi valori universali, ognuno resta nel suo pezzetto di società. Cohen è un pacificatore tradizionalista che non porterà a una svolta la sinistra sui temi di cui si parla da anni. Nel popolo laburista c’è stato un piccolo cambiamento sul multiculturalismo, ma i leader sono rimasti dei relativisti. E questo non sarà una cosa buona per l’Olanda”. Cohen si è sempre accreditato come colui che ha evitato la guerra civile ad Amsterdam dopo l’assassinio di Theo van Gogh. “Ma non credo che da quell’omicidio Cohen abbia tratto nulla per evitare la segregazione ad Amsterdam”, prosegue Scheffer. “E non credo abbia una idea per l’Olanda. La sua idea di Olanda civilizzata e tollerante è fin troppo passatista e ha una proiezione soprattutto internazionale, da copertina di Time magazine. Nonostante sia ebreo, Cohen è stato molto riluttante nel denunciare l’antisemitismo nuovo che ammorba l’Olanda. Pochi oggi in Olanda vogliono portare a tema l’odio antiebraico da parte delle comunità islamiche. E si preferisce fare molta retorica sullo sterminio degli ebrei olandesi durante la Seconda guerra mondiale. Cohen dice: noi ebrei fummo traditi dalla maggioranza olandese, quindi non dobbiamo fare lo stesso con i musulmani. E’ un modo di pensare pieno di cliché. Alla sinistra serve più critica sulla libertà religiosa e di parola, deve capire che l’immigrazione porta conflitti che vanno governati e non ignorati”. Proprio Theo van Gogh, che non lesinava attacchi feroci ai suoi nemici, criticò duramente Job Cohen per come governava la sua città, Amsterdam. Gli diede perfino del “quisling”, collaborazionista, in una lettera inviata poco prima dell’omicidio. “Il più grande vantaggio è che il sindaco di Amsterdam è un utile idiota che cerca continuamente il ‘dialogo’ con noi”, scrisse Van Gogh impersonando gli islamisti. “Cohen pensa che siamo persone ragionevoli che vogliono vivere in pace. Cohen usa la parola ‘rispetto’, un termine innocuo che anche noi usiamo per dare l’impressione d’una minoranza discriminata. Chiediamo rispetto, cioè stiamo per sottometterti”. A giugno, in Olanda, si vota anche e soprattutto su questa favola nera. La lettera di Van Gogh si conclude in un rendez-vouz con la morte: “Dormite bene, bravi cittadini di Amsterdam”.

l’articolo di Giulio Meotti dal titolo “ Il sindaco liberal d’Olanda “ dal FOGLIO di oggi, 20/04/2010, a pag. II,

E’ tempo di ottopermille, speriamo che nessuno si inventi il 10 x 1000.

mercoledì, 21 aprile 2010

Incontro segreto del credente e devoto ministro Tremonti con Il Papa Re alla presenza di Gotti Tedeschi, il Presidente dello IOR, la Banca del Vaticano. Una domanda nasce spontanea . In questo momento di crisi economico-finanziaria mondiale che ci fa l’inventore dell’ottopermille, che già frutta alle casse della CEI un miliardo circa di Euro l’anno, nei sacri ambulacri vicini alla sacra cassaforte in compagnia di chi ne tiene la chiave ? La crisi è generale e i soldi scarseggiano. Dopo il salasso operato sui fondi delle varie diocesi di tutto il mondo per pagare i danni dei preti pedofili è facile prevedere che pure le diocesi italiane, anche esse pesantemente coinvolte, dovranno pagare parecchio. E per pagare vittime e avvocati magari un ritocchino dall’ottopermille al 10 x 1000 non sarebbe male.

Qui la fonte della notizia da il Giornale LEGGI

…L’incontro, riservatissimo, è avvenuto circa un mese fa. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è stato ricevuto in Vaticano da Benedetto XVI per un’udienza privata, della quale non è stata data notizia. Tremonti non ha visto il Pontefice a tu per tu, ma era accompagnato da Ettore Gotti Tedeschi, il nuovo presidente dello Ior, l’uomo chiave dell’«operazione trasparenza» nelle finanze vaticane fortemente voluta dal Papa e dal Segretario di Stato Tarcisio Bertone. Gotti Tedeschi, che lo scorso settembre ha assunto la guida dell’Istituto per le Opere di religione, è apprezzato sia da Ratzinger che da Bertone, ed è al contempo uno stimato consigliere del ministro dell’Economia….

….Tremonti, credente, uomo ponte tra il Pdl e la Lega Nord, non è certo nuovo ai rapporti con la Chiesa. È stato l’autore della parte economica del nuovo Concordato firmato nel 1984 da Bettino Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli….

20/4/10 – Occidente?

martedì, 20 aprile 2010

“Tu sei solo una creatura infernale mentre io rappresento il credo professato da popoli interi. Lo sai che la religione cristiana è seguita da più di un miliardo di persone?” “Capirai, anche la ruota della fortuna” (dal film Riposseduta, parodia dell’Esorcista)
Siamo profondamente convinti che la pace religiosa è un bene altamente apprezzabile, ma per noi la garanzia della pace religiosa è nello Stato laico, nella separazione delle responsabilità e dei poteri. La Repubblica che andiamo fondando avrà un senso e un significato se continuerà, superandolo, il Risorgimento. Noi stiamo tornando indietro, cosa di cui siamo preoccupati come socialisti, ma soprattutto come italiani (Pietro Nenni all’Assemblea costituente 27 marzo ’47)

Domenica scorsa aprendo i lavori dell’assemblea del Pd, la presidente Bindi ha fatto gli auguri al papa per il suo quinto anno di pontificato. Il vicepresidente della Camera Lupi, ha ribattuto con orgoglio a Bocchino che lo accusava di essere un maestro della lottizzazione per conto di Comunione e Liberazione, che la sua connotazione ecclesiale è apprezzata da tutti i colleghi.
Cosa c’è di malato nel nostro Paese? Intanto l’articolo 7 della Costituzione che ha creato una condizione superprivilegiata per la Chiesa. L’articolo nella pratica impegna l’Italia ad abbassare il capo davanti ai dogmi religiosi del cattolicesimo sancendo una condizione di privilegio per la Chiesa che non corrisponde con uguali doveri civili. Di fatto gran parte della nostra legislazione, si pensi alla legge 40 o alla indisponibilità del fine vita, ma anche il non riconoscere i più elementari diritti civili della persona, sembra essere guidato dal “diritto naturale”. Che appare come un riferimento concettuale e giuridico immodificabile nel tempo, quanto assoluto e valido per tutti, e quindi che da tutti deve essere accettato. Proprio come prevede la Chiesa cattolica per i suoi dogmi.
Sarà una preoccupazione eccessiva, ma la domanda è lecita: Vaticalia, o meglio la Chiesa cattolica che così pesantemente condiziona un paese a sovranità limitata come l’Italia, è compatibile con l’Occidente?
Gli Stati Uniti, culla dell’Occidente, hanno sempre guardato con sospetto alla Chiesa cattolica che percepiscono come una minaccia ai loro valori, quelli che noi chiamiamo, spesse volte con sprezzo, la religione civile dell’America che guarda più, forse, all’eroismo delle figure epiche dell’antico testamento che ai miracoli del vangelo. Due mesi prima della sua storica elezione come primo presidente cattolico nel 1960, John Kennedy pronunciò a Houston un discorso per rassicurare la sua indipendenza dalla Chiesa: “Credo in una America in cui la separazione della Chiesa e dello Stato è assoluta, in cui nessun prelato cattolico dica al presidente che cosa fare, e nessun pastore protestante dica ai suoi per cui votare; un Paese in cui nessuna Chiesa o scuola confessionale riceva fondi pubblici o goda di privilegi, dove a nessuna persona venga negato l’accesso alla vita pubblica perché la sua religione è diversa da quella del presidente che ha il diritto di nominarlo o degli elettori che potrebbero eleggerlo. Credo in una America che non è ufficialmente né cattolica, né protestante, né ebrea, nella quale nessun uomo pubblico chiede o accetta istruzioni , su questioni di pubblico interesse, dal papa, dal Consiglio nazionale delle chiese o da qualsiasi fonte ecclesiastica, dove nessun organo religioso cerca d’imporre la propria volontà direttamente o indirettamente sulla popolazione o sugli atti pubblici dei suoi funzionari, e dove la libertà religiosa è così indivisibile che ogni azione contro una Chiesa è un’azione contro tutte” . Non è un caso che in un paese che ha accolto e digerito questo discorso siano nate le prime denunce, a partire dagli anni Cinquanta, ai preti pedofili. Il cardinale di Chicago Joseph Bernardin, sul finire del 1991 rende pubblico che un prete della sua diocesi, già colpevole di abusi e perdonato, non soltanto li aveva reiterati ma era stato ricollocato in un seminario. Una parte della gerarchia cattolica americana ha mostrato al mondo una Chiesa penitente che tenta di recuperare l’integrità riconoscendo le proprie colpe attraverso la denuncia dei crimini alla giustizia civile. Seppure con tempi lunghissimi, la Chiesa americana – una parte considerevole di essa – si è mossa secondo i principi del pensiero occidentale.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Con ritrosia i media vaticaliani hanno timidamente parlato del grave scandalo riguardante i Legionari di Cristo. www.nogod.it ne aveva parlato già dallo scorso anno. Ripubblichiamo il post di seguito per i nostri lettori. Il papa era appena stato operato al polso che si era fratturato cadendo mentre “i quattro gatti”, è un riferimento ai pochi presenti alle benedizioni domenicali del papa che fruttarono una rimozione di un giornalista del tg3 che descriveva la piazza san Pietro semivuota con questo esempio.

20/7/09 – Il polso della situazione

Abituati al guinzaglio corto i coraggiosi giornalisti italiani hanno pensato di relegare nelle brevi di cronaca il documentario Vows of Silence presentato dal loro collega Jason Berry durante il FictionFest di Roma appena concluso. Il documentario è la storia della setta dei Legionari di Cristo fondata dal pedofilo messicano Marcial Maciel Degollado, sottoposto a due inchieste da parte del Vaticano, morto nel 2008 dopo essere stato invitato a non parlare più in pubblico. Insieme al regista ha presentato il documentario Jose Barba Martin, ex seminarista e abusato, che ha deciso di parlare solo nel ’94, quando sentì il papa (era sul trono Giovanni Paolo II) accreditare come esempio padre Maciel.
Parlare dei Legionari di Cristo è come mettere le mani in un nido di vespe. Per l’annuario pontificio del 2006, la setta contava 125 sedi, 1.960 religiosi di cui 664 sacerdoti, e anche per l’anno in corso ben 50 giovani hanno richiesto di entrare in seminario. Numeri pesanti in considerazione del calo di vocazioni nel mondo. Berry accusa Giovanni Paolo II di aver protetto padre Maciel perché capobastone di ben 60mila fedeli e in grado di portare cospicui fondi alla chiesa. Benedetto XVI da cardinale aveva chiusi entrambi gli occhi, ma ora ha avviato una terza indagine dopo aver ascoltato 50 testimoni. L’indagine vuole fare luce su quanto l’immoralità del fondatore dei Legionari abbia inciso sulla vita della congregazione e del movimento dei fedeli da lui fondato. Mercoledì 15 maggio William Levada, prefetto della dottrina della fede e il segretario di Stato Tarcisio Bertone, hanno bussato alla porta della sede romana (l’Ateneo Regina Apostolorum, imponente costruzione sulla via Aurelia). La commissione d’inchiesta è composta da cinque religiosi (Ricardo Watti Urquidi, vescovo messicano, Ch. Chaput, arcivescovo di Denver, Giuseppe Versaldi, vescovo di Alessandria, Ricardo Ezzato Andrello, arcivescovo cileno, Blazquez Perez, vescovo di Bilbao) che hanno avuto contatti con la setta. Hanno il compito di capire se il movimento deve essere definitivamente chiuso o se, e questa è la versione più auspicata dalla Chiesa di Roma, sostituire la leadership attraverso un capitolo generale (cioè una riunione interna). La commissione d’inchiesta è stata sollecitata dai membri dei Legionari Usa, incoraggiati dal tentativo di pulizia e di punizione dei tanti preti pedofili che in quella regione sta operando.
I quattro gatti che contano sull’informazione gentilmente concessa dalla rai, oggi sanno che il polso papale, dopo anestesia locale, ha subito due piccoli fori e, a cielo coperto (senza bisturi) sono stati inseriti due fili metallici per mettere in trazione la frattura. Interessante sicuramente, ma anche la storia dei Legionari di Cristo, c’è anche il documentario di Berry, sarebbe bene sapere.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it