12/03/10
Omicidio Ilan Halimi: il caso del Daniel Pearl francese
*Se questo è un ebreo: per non urtare la “sensibilità” della comunità
musulmana delle periferie, il caso venne fin dall’inizio tenuto su un
registro basso.*
*Il caso Ilan Halimi: decine di persone sapevano che stavano torturando un
ragazzo ebreo francese*
*Il caso del Daniel Pearl francese. Al processo contro gli islamisti che
hanno torturato e giustiziato Halimi s’è alzato un grido: “Allah vincerà”*
*di Giulio Meotti*
“Se questo è un ebreo”, recita il titolo del
bellissimo pamphlet di Adrien Barrot. La Francia ha scoperto il sorriso
contagioso di Ilan Halimi soltanto dopo la sua morte. Un sorriso che nulla
sembra dire di quell’odio e di quella ferocia durata tre settimane nelle
mani di una gang di islamisti delle banlieue parigine. “Giovani per i quali
gli ebrei sono inevitabilmente ricchi”, ha detto Ruth Halimi degli assassini
di suo figlio. La madre di Ilan ha pubblicato il diario di quei “24 giorni”
(Seuil edizioni).
Ieri Ruth è andata in tribunale a guardare la gang musulmana, in un processo
che genera angoscia e scandalo in Francia per come il caso è stato trattato
fin dall’inizio, da quel tragico febbraio di tre anni fa. “Quando li
osservo, non vedo odio, ma una tristezza immensa”, dice il padre, Didier
Halimi. Ruth ripete che l’uccisione di suo figlio è “senza precedenti dalla
Shoah”.
*Youssouf Fofana, il capo “dei barbari”, è entrato in aula con il sorriso,
ha alzato un pugno verso l’alto e gridato: “Allah vincerà”. Testa rasata e
maglietta bianca, Fofana alla domanda sulla sua data di nascita ha risposto:
“Il 13 febbraio 2006 a Sainte-Geneviève-des-Bois”. E’ il giorno in cui il
corpo di Ilan è stato trovato, nudo e straziato. Quando gli viene chiesto il
nome, Fofana risponde: “Africana barbara armata rivolta salafista”.*
La Francia non ha ancora fatto i conti con questo feroce antisemitismo
islamico, che germina all’interno delle sue folte comunità musulmane. *Sei
anni fa, Sebastien Selam, un dj di Parigi di 23 anni, uscito
dall’appartamento dei genitori per andare al lavoro, venne aggredito nel
garage del parcheggio dal vicino musulmano Adel*, che gli ha tagliato la
gola due volte, quasi decapitandolo, gli ha squarciato il volto e gli ha
cavato gli occhi. Adel è corso sulle scale del condominio, grondando sangue
e urlando:* “Ho ucciso il mio ebreo. Andrò in paradiso”.*
*Nella stessa città, in quella stessa sera, un’altra donna ebrea veniva
assassinata, in presenza della figlia, da un altro musulmano.* Erano i
prodromi di una “tendenza” e i mezzi di comunicazione amano le tendenze.
Eppure, nessuna delle principali testate francesi riportò il fatto.
Lo zio di Ilan racconta che durante le telefonate per il riscatto alla
famiglia venivano fatte sentire le urla del ragazzo ebreo bruciato sulla
pelle, mentre “i suoi torturatori leggevano ad alta voce versi del Corano”.
I rapitori pensavano che tutti gli ebrei fossero ricchi e che la famiglia di
Halimi avrebbe pagato il riscatto. *Non sapevano che la madre era una
centralinista*. E che Ilan, per campare alla meglio, lavorava in un negozio
di telefoni cellulari. *Fu trovato agonizzante, il corpo bruciato
all’ottanta per cento*, vicino alla stazione di Saint-Geneviève-des-Bois.
Seminudo, con ferite e bruciature di sigarette ovunque sulla carne viva e in
tutto il corpo, Ilan è morto nell’ambulanza verso l’ospedale.
Ruth nel suo libro denuncia che, *per non urtare la sensibilità della
comunità musulmana delle periferie, il caso venne fin dall’inizio tenuto su
un registro basso*, la polizia negava l’intento religioso del sequestro e
l’identità islamica di tutti i rapitori; la stessa polizia che chiese alla
famiglia di non farsi pubblicità e che fece poco, molto poco, per scardinare
la rete di famiglie che proteggeva la gang. *Decine di persone sapevano
delle torture inflitte per tre settimane a quel ragazzo ebreo* che sognava
di vivere in Israele.
Nidra Poller sul Wall Street Journal scrive che “ciò che più disturba in
questa storia è *il coinvolgimento di parenti e vicini,* al di là del
circolo della gang, *a cui fu detto dell’ostaggio ebreo e che si
precipitarono a partecipare alla tortura”*.
Divenne tutto più chiaro quando l’allora ministro dell’Interno Nicolas
Sarkozy annunciò che a casa del rapitore erano stati trovati scritti di
Hamas e del Palestinian Charity
Committee.<http://unpoliticallycorrect.ilcannocchiale.it/blogs/bloggerarchimg/UnpoliticallyCorrect/IlanHalimi.jpg>
Intanto la magistratura francese ha ritirato le copie del magazine “Choc”
che ha appena pubblicato la fotografia di Halimi in ostaggio, giudicandola
“offensiva”. *Si vede Ilan imbavagliato, con una pistola alle tempie e una
copia di un giornale. La stessa, identica posa d’una famigerata fotografia
di sette anni fa con Daniel
Pearl<http://www.focusonisrael.org/2009/02/22/daniel-pearl-ucciso-sette-anni-fa-perche-ebreo/>
*,<http://www.focusonisrael.org/2009/02/22/daniel-pearl-ucciso-sette-anni-fa-perche-ebreo/>il
corrispondente ebreo del Wall Street Journal decapitato da al Qaida in
Pakistan.
Il New York Times scrive che “in due settimane e mezzo di processo poco è
filtrato sul procedimento”. Si svolge a porte chiuse. Quel che è emerso è
senz’altro *il tentativo del governo francese di occultare l’odio islamico
contro gli ebrei come movente della esecuzione di Halimi*. Si è parlato poi
della stanza in cui venne tenuto Halimi come di un “campo di concentramento
fatto in casa”.
Il reporter francese Guy Millière scrive che *”le grida venivano sentite dai
vicini perché erano particolarmente atroci: gli assassini sfregiarono la
carne del giovane uomo, gli spezzarono le dita, lo bruciarono con l’acido e
alla fine gli hanno dato fuoco con del liquido infiammabile”*. La madre di
Ilan aggiunge che durante una delle telefonate alla famiglia i sequestratori
trasmisero un nastro: “Sono Ilan, Ilan Halimi. Sono figlio di Didier Halimi
e di Ruth Halimi. *Sono ebreo.* E sono tenuto in ostaggio”. “Come si fa a
non pensare a Daniel Pearl?”, domanda Ruth.
Adrien Barrot, filosofo all’Università di Parigi, ha scritto per le edizioni
Michalon uno straordinario libro sul significato dell’uccisione di Halimi.
“Non è stato facile fare il verso a Primo Levi”, dice al Foglio a proposito
del titolo del suo saggio, “Se questo è un ebreo”. “Si fatica oggi a capire
la crescita enorme dell’antisemitismo in Francia dopo l’11 settembre. Io
stesso sono di sinistra e per molto tempo faticavo a realizzare questo
antisemitismo nuovo che si nutre della cultura antirazzista. Non possiamo
criticare gli immigrati musulmani, così finiamo per accusare di razzismo gli
stessi ebrei. Dicono che c’è antisemitismo, ma che la colpa è soltanto del
sionismo. Lo sentiamo ripetere ogni giorno. L’affaire Halimi significa che
il tabù è caduto e l’antisemitismo si sta diffondendo ovunque in Francia”.
Barrot critica la visione pedagogica dell’antisemitismo. “E’ troppo
astratta, fondata su un’immagine stereotipata. Siamo resi incapaci di
identificare ciò che il crimine ‘dei barbari’ ci mette sotto gli occhi, la
cellula germinativa dell’orrore che la nostra ‘memoria’ non cessa
ritualmente di esorcizzare. *Ilan non portava un lungo caffettano nero, un
cappello di feltro, le frange rituali, non portava neppure la kippà. Ilan
Halimi portava soltanto il suo nome e fu sufficiente a fare di lui una
preda.* E’ allora che ho compreso che ormai era ridiventato difficile essere
ebreo in questo paese”.
La retorica pseudoeducativa sull’antisemitismo è incapace di penetrare
l’odio che l’islamismo predica contro gli ebrei. “La memoria
dell’antisemitismo è evocata per impedire, proibire, riconoscere la realtà
attuale, di chiamare le cose con il loro nome. Eccesso, abuso, dittatura
della memoria? Memoria inutile? Memoria vuota piuttosto, che ha immesso
nella coscienza pubblica soltanto una nozione completamente astratta. *Come
se i soli buoni ebrei, gli ebrei degni di essere difesi, fossero gli ebrei
morti,* trasportati in una sfera astratta e pura, non contaminata da tutto
ciò che, nella vita, li espone all’odio. *C’è una relazione sinistra tra la
morte atroce di Ilan Halimi e l’assenza di mobilitazione massiccia che l’ha
seguita. *La nostra vigilanza veglia sugli ebrei morti ed espone i vivi alla
violenza”.
Al processo, i carcerieri di Ilan hanno raccontato che la prima settimana
del sequestro Halimi l’ha trascorsa in un appartamento prestato ai rapitori
da un concierge. Youssouf Fofana ha pensato a decorarlo di tele “con motivi
arancione per coprire i muri”. Ammanettato, con addosso soltanto una
vestaglia comprata all’Auchan, alimentato con proteine liquide attraverso
una cannuccia, Ilan passò così molti giorni. Per entrare nell’appartamento
ci voleva un codice: bussare due volte e poi ancora una. Poi Fofana si è
caricato Ilan in spalla e l’ha portato nella caldaia: “Pisciava in una
bottiglia e faceva la cacca in una busta di plastica”, racconta uno dei
carcerieri, Yahia. Le botte sono iniziate dopo che è fallito il primo
tentativo di riscatto.
Ma gli episodi più significativi sono avvenuti quando si è trattato di
scattare le foto destinate a spaventare la famiglia della vittima, compresa
la simulazione di una sodomia con il manico della scopa e uno sfregio alla
faccia fatto con il coltello di un imputato, Samir Ait Abdelmalek. Il giorno
in cui venne giustiziato, racconta Fabrice, “gli ho tagliato i capelli, Zigo
e Nabil (altri due carcerieri, ndr) hanno detto che non erano abbastanza
corti e l’hanno rasato con un rasoio a due lame”. Gli hanno tagliato anche i
peli del corpo. Per non lasciare alcuna traccia nel covo. Ilan venne
asciugato e avvolto in un telo viola, comprato al supermercato all’angolo.
Fofana è arrivato nel profondo della notte. *Quando Ilan è riuscito a
guardarlo in faccia, l’islamista lo ha colpito con un coltello alla gola,
alla carotide, poi un altro affondo. Poi gli ha dato un taglio alla base del
collo, e al fianco. E’ tornato con una tanica di benzina, gli ha versato il
combustibile e gli ha dato fuoco.*
Finiva così la vita di un ragazzo di 23 anni nel primo paese nella storia ad
aver dato agli ebrei diritti civili. Ieri, in tribunale, Ruth ripeteva:
“Chiedo ogni giorno a mio figlio di perdonarmi”.
Il Foglio.it <http://www.ilfoglio.it/zakor/61>
