9/03/10
Dal Sole – 24 ore Idee – Islam radicale
ISLAM RADICALE – SOCIOLOGIA DEGLI ATTORI / Il terrorista parte per la tangente
di Moisés Naím (Direttore di Foreign Policy)
Secondo voi, qual è la causa principale del terrorismo islamico? a) la povertà; b) l’ingiustizia; c) l’assenza di democrazia; d) la mancanza di fiducia; e) il conflitto israelo-palestinese; f) la religione; g) cause sconosciute.
La risposta esatta a questa domanda è tanto importante quando sorprendente. È importante perché fino a quando non saremo in grado di capire le cause del terrorismo islamico, sarà impossibile cercare soluzioni. Ed è sorprendente perché di fatto non si conosce molto sulle ragioni per cui una persona decide di suicidarsi uccidendo degli innocenti. Quindi, la risposta esatta alla domanda è la g): non si sa.
Se le cause del terrorismo fossero la povertà e la disuguaglianza, il mondo sarebbe pieno di terroristi brasiliani. E se la democrazia fosse un antidoto efficace, l’India, che è la più grande democrazia al mondo, dovrebbe subire meno attentati rispetto a dittature come la Cina o la Libia. Ma non è così. Le democrazie sono più vulnerabili agli attacchi terroristici di quanto lo siano i regimi autoritari. E se la causa fosse il conflitto tra israeliani e palestinesi, per quale motivo i terroristi suicidi in Afghanistan distruggono le scuole femminili, o alcuni sunniti in Iraq si trasformano in bombe umane che scoppiano in un mercato gremito di sciiti?
Neppure la religione sembra offrire una spiegazione convincente. Jessica Stern, ricercatrice ad Harvard, riferisce che il governo dell’Arabia Saudita ha interrogato migliaia di terroristi catturati sulle motivazioni del loro comportamento. Risulta che una schiacciante maggioranza non aveva ricevuto un’educazione religiosa approfondita, e che la sua conoscenza dell’islam era molto limitata. Il 25% dei partecipanti ai programmi di riabilitazione per terroristi in Arabia Saudita ha precedenti penali e solo il 5% aveva condotto in precedenza una vita religiosa attiva. La varietà e complessità tra i terroristi sono molto spiccate, come in qualsiasi altro gruppo umano. In genere, sono poche le notizie certe sulle origini dei terroristi e sul loro profilo psicologico. Tranne che molti di loro sono ingegneri.
È questa la sorprendente conclusione di un articolo pubblicato di recente dall’European Journal of Sociology, intitolato «Perché ci sono tanti ingegneri tra gli islamici radicali». Diego Gambetta e Steffen Hertog sottolineano che «tra gli islamici radicali violenti, gli ingegneri sono ampiamente rappresentati, tra le tre e quattro volte di più rispetto ad altri professionisti». Gli autori hanno studiato i precedenti di oltre 400 membri di gruppi violenti di radicali islamici in più di trenta paesi del vicino Oriente e dell’Africa. Gli studiosi confermano i risultati di ricerche precedenti in cui si affermava che i terroristi possiedono generalmente entrate più sostanziose e un’istruzione superiore rispetto alla media degli abitanti del paese, oltre al fatto che il 44% dei violenti era ingegnere o studente d’ingegneria.
Nei paesi di origine degli individui considerati, gli ingegneri scarseggiano: rappresentano appena il 3,5% della popolazione. Tuttavia, nei gruppi terroristici islamici costituiscono quasi la metà del totale. Nel campione analizzato, la seconda area universitaria più diffusa è quella degli studi islamici, seguita da medicina, scienze ed educazione, e ognuna di queste raggiunge tassi molto inferiori rispetto al 44% dell’area “ingegneria”. Inoltre, il 60% dei terroristi islamici nati e cresciuti nei paesi occidentali ha effettuato studi di ingegneria.
Come si spiega questo fenomeno? Gambetta e Hertog analizzano e respingono varie ipotesi, tra cui la possibilità che l’abilità degli ingegneri li porti a essere un bersaglio attraente per chi recluta terroristi, oppure che tutto ciò sia semplicemente un’anomalia della storia. I ricercatori sono giunti alla conclusione che le cause della presenza spropositata di questi professionisti siano dovute alla relazione della cosiddetta “mentalità” degli ingegneri con determinate condizioni socio-economiche prevalenti nei paesi islamici. Secondo questo studio, l’ingegneria attrae individui che preferiscono risposte chiare e modelli mentali che minimizzano l’ambiguità. Nelle università statunitensi, per esempio, la probabilità di essere allo stesso tempo religioso e conservatore è sette volte maggiore nelle scuole di ingegneria che in quelle di scienze sociali.
Gambetta e Hertog dimostrano che vi è una forte affinità tra la struttura mentale degli ingegneri e l’ideologia che promuove le azioni dei terroristi radicali islamici. Questa tendenza interagisce ed è potenziata dal fatto che gli ingegneri – intelligenti e ambiziosi in campo professionale – si scontrano e si radicalizzano nell’affrontare la stagnazione economica, la mancanza di opportunità per i giovani e la repressione politica abituale nei paesi islamici.
Le spiegazioni del fenomeno degli ingegneri terroristi sono controverse. Ciò che non è controverso è il fatto che tra i terroristi islamici vi siano molti ingegneri. Come pure il fatto che sui terroristi islamici si creino molti aneddoti, pregiudizi e generalizzazioni stereotipate, ma al contempo ci siano pochi dati scientificamente attendibili.
(Traduzione di Graziella Filipuzzi)
14 febbraio 2010
Su questo articolo il Commento di Marcus Prometheus
ISLAM RADICALE – SOCIOLOGIA DEGLI ATTORI / Il terrorista parte per la tangente
di Moisés Naím (Direttore di Foreign Policy)
Secondo voi, qual è la causa principale del terrorismo islamico? a) la povertà; b) l’ingiustizia; c) l’assenza di democrazia; d) la mancanza di fiducia; e) il conflitto israelo-palestinese; f) la religione; g) cause sconosciute.
La risposta esatta a questa domanda è tanto importante quando sorprendente. È importante perché fino a quando non saremo in grado di capire le cause del terrorismo islamico, sarà impossibile cercare soluzioni. Ed è sorprendente perché di fatto non si conosce molto sulle ragioni per cui una persona decide di suicidarsi uccidendo degli innocenti. Quindi, la risposta esatta alla domanda è la g): non si sa.
Marcus Prometheus:
Dissento. Per me la risposta e’ in modo chiaro la F , ovvero
la religione secondo l’interpretazione e la predicazione effettuata da quel vero e proprio nuovo culto della morte scismatico dell’islam che e’ il
TANATO – ISLAM JIHADISTA e TERRORISTA (da tanathos in greco = morte).
Se le cause del terrorismo fossero la povertà e la disuguaglianza, il mondo sarebbe pieno di terroristi brasiliani.
Marcus Prometheus:
Questo e’ corretto. Brasiliani, Filippini, Indiani, eccetera, invece costoro non fanno la jihad.
M. Naim:
E se la democrazia fosse un antidoto efficace, l’India, che è la più grande democrazia al mondo, dovrebbe subire meno attentati rispetto a dittature come la Cina o la Libia. Ma non è così. Le democrazie sono più vulnerabili agli attacchi terroristici di quanto lo siano i regimi autoritari.
Marcus Prometheus:
Mi sembra un ragionamento fallace parlare di quanti attentati subiscano.
Le Democrazie fanno meno attentati,
M. Naim:
E se la causa fosse il conflitto tra israeliani e palestinesi, per quale motivo i terroristi suicidi in Afghanistan distruggono le scuole femminili, o alcuni sunniti in Iraq si trasformano in bombe umane che scoppiano in un mercato gremito di sciiti?
Marcus Prometheus: Corretto.
M. Naim:
Neppure la religione sembra offrire una spiegazione convincente. Jessica Stern, ricercatrice ad Harvard, riferisce che il governo dell’Arabia Saudita ha interrogato migliaia di terroristi catturati sulle motivazioni del loro comportamento. Risulta che una schiacciante maggioranza non aveva ricevuto un’educazione religiosa approfondita, e che la sua conoscenza dell’islam era molto limitata.
Marcus Prometheus:
Non e’ la conoscenza della religione ma la fede in una certa interpretazione della religione che produce il tanato islamismo terrorista.
Quindi religione si’ come fede e fanatizzazione ed invece religione no, se intesa come conoscenza seppure delle interpretazioni conservatrici, che comunque non prevedevano il martirio suicida fino alle ondate di bambini iranaiani mandati a sminare in massa i campi minati iraqeni con l’esplosione dei loro corpi da Khomeini in persona.
M. Naim:
Il 25% dei partecipanti ai programmi di riabilitazione per terroristi in Arabia Saudita ha precedenti penali e solo il 5% aveva condotto in precedenza una vita religiosa attiva. La varietà e complessità tra i terroristi sono molto spiccate, come in qualsiasi altro gruppo umano. In genere, sono poche le notizie certe sulle origini dei terroristi e sul loro profilo psicologico. Tranne che molti di loro sono ingegneri.
Marcus Prometheus:
Sono neofiti neo convertiti alla nuova forma di islam il tanato-islamismo, e come tutti i neofiti o born again sono piu’ fanatici e piu’ fanatizzabili di chi acquisisce piu’ tranquillamente la fede dei padri.
M. Naim:
È questa la sorprendente conclusione di un articolo pubblicato di recente dall’European Journal of Sociology, intitolato «Perché ci sono tanti ingegneri tra gli islamici radicali». Diego Gambetta e Steffen Hertog sottolineano che «tra gli islamici radicali violenti, gli ingegneri sono ampiamente rappresentati, tra le tre e quattro volte di più rispetto ad altri professionisti». Gli autori hanno studiato i precedenti di oltre 400 membri di gruppi violenti di radicali islamici in più di trenta paesi del vicino Oriente e dell’Africa. Gli studiosi confermano i risultati di ricerche precedenti in cui si affermava che i terroristi possiedono generalmente entrate più sostanziose e un’istruzione superiore rispetto alla media degli abitanti del paese, oltre al fatto che il 44% dei violenti era ingegnere o studente d’ingegneria.
Nei paesi di origine degli individui considerati, gli ingegneri scarseggiano: rappresentano appena il 3,5% della popolazione. Tuttavia, nei gruppi terroristici islamici costituiscono quasi la metà del totale. Nel campione analizzato, la seconda area universitaria più diffusa è quella degli studi islamici, seguita da medicina, scienze ed educazione, e ognuna di queste raggiunge tassi molto inferiori rispetto al 44% dell’area “ingegneria”. Inoltre, il 60% dei terroristi islamici nati e cresciuti nei paesi occidentali ha effettuato studi di ingegneria.
Come si spiega questo fenomeno?
Marcus Prometheus:
Pari pari come il fenomeno dei ri-nati nel cristianesimo USA solo che la’ i pastori non li mandano a farsi esplodere ma dicono loro di smettere di bere e poco piu’.
M. Naim:
Gambetta e Hertog analizzano e respingono varie ipotesi, tra cui la possibilità che l’abilità degli ingegneri li porti a essere un bersaglio attraente per chi recluta terroristi, oppure che tutto ciò sia semplicemente un’anomalia della storia. I ricercatori sono giunti alla conclusione che le cause della presenza spropositata di questi professionisti siano dovute alla relazione della cosiddetta “mentalità” degli ingegneri con determinate condizioni socio-economiche prevalenti nei paesi islamici. Secondo questo studio, l’ingegneria attrae individui che preferiscono risposte chiare e modelli mentali che minimizzano l’ambiguità. Nelle università statunitensi, per esempio, la probabilità di essere allo stesso tempo religioso e conservatore è sette volte maggiore nelle scuole di ingegneria che in quelle di scienze sociali.
Gambetta e Hertog dimostrano che vi è una forte affinità tra la struttura mentale degli ingegneri e l’ideologia che promuove le azioni dei terroristi radicali islamici. Questa tendenza interagisce ed è potenziata dal fatto che gli ingegneri – intelligenti e ambiziosi in campo professionale – si scontrano e si radicalizzano nell’affrontare la stagnazione economica, la mancanza di opportunità per i giovani e la repressione politica abituale nei paesi islamici.
Le spiegazioni del fenomeno degli ingegneri terroristi sono controverse. Ciò che non è controverso è il fatto che tra i terroristi islamici vi siano molti ingegneri. Come pure il fatto che sui terroristi islamici si creino molti aneddoti, pregiudizi e generalizzazioni stereotipate, ma al contempo ci siano pochi dati scientificamente attendibili.
(Traduzione di Graziella Filipuzzi)
14 febbraio 2010
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9/03/10
Femministe e musulmane?
Sarah Di Nella
[4 Marzo 2010]
Carta in edicola dal 5 marzo dedica la copertina a un fenomeno sconosciuto ma
diffuso, quello del femminismo islamico.
Di questi tempi, le donne musulmane non godono esattamente di una buona
pubblicità in Italia, né del resto in alcun paese europeo. Mentre in Francia
si discute di identità nazionale, con gli scivoloni razzisti che
l’istituzione di un «ministero dell’immigrazione e dell’identità
nazionale» lasciava presagire con largo anticipo, in Italia comuni piccoli e
grandi scoprono una non meglio precisata «ispirazione cristiana della vita»,
tanto da escludere dall’asilo bambini le cui famiglie non vi si riconoscono.
È accaduto a Goito, un paese del mantovano, e sicuramente accadrà altrove.
Accade anche, però, che le edizioni Al Hikma pubblichino in Italia alcuni
libri di Asma Lamrabet, una delle esponenti di spicco di un movimento nato
vent’anni fa e che da allora non ha smesso di crescere: il femminismo
islamico: quasi un ossimoro, per i luoghi comuni correnti, a cui Carta dedica
la copertina del numero in edicola da venerdì 5 marzo. Si tratta di un
movimento complesso, che a volte fatica a riconoscersi in questa definizione ed
è animato da donne di fede musulmana. Un movimento globale, che riunisce donne
dei paesi arabo-musulmani, convertite europee e statunitensi, musulmane
africane e asiatiche, che hanno deciso di rileggere il Corano, smontando
versetto per versetto le letture patriarcali, misogine e maschiliste che per
secoli ne sono state date e rivendicando una giustizia di genere che –
affermano – non è affatto osteggiata dalla lettera dei testi sacri
dell’Islam, ma dalle letture storiche che ne sono state fatte.
Questo movimento, racconta Renata Pepicelli in «Femminismo islamico», un
saggio appena pubblicato da Carrocci – che usa internet per diffondersi e
connettersi, e che agisce su due piani: quello intellettuale e quello
dell’attivismo sociale. Mentre nel primo caso le donne si concentrano
sull’esegesi dei testi sacri, nel secondo si impegnano contro
l’analfabetismo, i matrimoni forzati o la discriminazione. Al centro
dell’azione delle femministe islamiche, in molti paesi, è il diritto di
famiglia, proprio perché è in quell’ambito che i diritti delle musulmane
vengono più calpestati. Anche se la battaglia dall’interno dell’islam
sarà ancora lunga e faticosa, perché sono per ora ben pochi gli uomini
convinti dalla rilettura dei testi, alcuni dei quali non esitano a dichiararsi
a loro volta «femministi islamici». Molti altri preferiscono continuare a
usufruire dei privilegi che la lettura tradizionale del Corano gli conferisce.
Per le musulmane occidentali, i temi principali sono invece l’accesso
condiviso da uomini e donne alla moschea, il diritto a indossare liberamente il
velo, o la lotta contro gli stereotipi razzisti.
In Italia, le associazioni di donne musulmane non hanno accolto le istanze di
quel movimento. Come spiega Patrizia Khadija del Monte, dell’European muslim
network, sono così occupate a difendersi dal governo, dalle istituzioni e dal
clima ostile che si respira nel paese, che hanno preferito affermare la propria
identità in modo piuttosto conservatore. La principale associazione di donne
musulmane, l’Admi [Associazione delle donne musulmane in Italia], aderisce
tuttavia all’European forum of muslim women, che si dà da fare perché le
donne possano svolgere un ruolo di primo piano nell’Islam.
Resta il nodo, affrontato su Carta da Lucia Sorbera, del Centro
interdipartimentale di ricerca e studi sulle politiche di genere
dell’Università di Padova, del rapporto – spesso conflittuale – di
questo movimento con gli altri femminismi. Sono molte le reticenze nei
confronti di chi propone la religione come orizzonte possibile di
emancipazione. Piano piano però questo filone di pensiero traccia la sua
strada. E sulla scia del Marocco, dove la mobilitazione delle femministe laiche
e poi di tutta la società, ha portato nel 2004 alla riforma del codice di
famiglia, molte lavorano per ottenere più diritti. È il caso di molti
collettivi, primo tra tutti quello delle Sisters in Islam malesiane, che hanno
lanciato una piattaforma per l’uguaglianza dei diritti, Musawah, alla quale
aderiscono una cinquantina di organizzazioni. Di sicuro, il femminismo –
laico o islamico che sia – sta smuovendo qualcosa in tutti gli Islam.
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