Egitto: velo vietato nei locali pubblici
di Matteo Buffolo
Bar e ristoranti non ammettono più le clienti coperte: “È arcaico e simbolo dei ceti bassi. E rovina anche gli affari”. E ora c’è chi prevede una norma che istituisca un bando più ampio e diffuso
Ora anche in Egitto c’è chi pensa di dire no al burqa. Nel paese nord-africano, dove il 90% della popolazione è musulmana, molti locali, specialmente al Cairo, hanno deciso di vietare l’ingresso alle donne velate. Il motivo è semplice: principalmente economico. I proprietari di bar e ristoranti della capitale sarebbero preoccupati che un indumento considerato da molti «arcaico» e simbolico «dell’appartenenza ai segmenti sociali più bassi» non crei l’atmosfera necessaria a realizzare un buon incasso e c’è già chi mormora di locali divisi in due, come avviene in Italia per i fumatori: una zona hijiab per le donne velate e una non hijab dove il velo sarebbe vietato. Poi c’è il risvolto sociale. Da quando c’è stata la polemica sul velo all’università, la questione è sempre rimasta all’ordine del giorno. E in Egitto aumenta la fetta di popolazione che vorrebbe un bando più ampio che riguardi anche gli uffici pubblici.
Già nel 2006, Farouk Hosni, il ministro della Cultura e pittore famoso per le sue uscite contro Israele, ha protestato duramente contro il burqa in un’intervista telefonica. «Abbiamo conosciuto un’epoca – ha detto – in cui le nostre madri frequentavano le università e i luoghi di lavoro senza essere velate. È in questo spirito che siamo cresciuti. Perché dunque oggi vi è questo ritorno al passato?». Affermazioni non di poco conto, in un paese dove i Fratelli musulmani sono una delle organizzazioni più importanti. E se Hosni, grazie all’intervento della First lady Suzanne Mubarak non dovette dimettersi, come i Fratelli musulmani avevano richiesto, ha comunque dovuto precisare di «non vietare a nessuno di portarlo».
Le sue parole non sono comunque cadute nel vuoto e hanno trovato sponde, sia governative che istituzionali. «Mi rifiuto di nominare delle consigliere (delle moschee, ndr) che indossino il burqa – ha tuonato appena qualche mese dopo Hamdi Zaqzuq, ministro per i Beni religiosi – perché ciò incoraggerebbe la diffusione della sua cultura: il velo integrale è un costume e non ha niente a che vedere con la religione». Un’altra riprova? Arriva dall’università Al Azhar, uno dei principali centri d’insegnamento religioso dell’islam sunnita: il grande imam, Mohammed Said Tantawi, stava visitando un’aula ed è rimasto colpito dalla presenza di una studentessa al secondo anno di liceo che indossava il niqab (la versione integrale del velo che lascia scoperti solo gli occhi). Una situazione che lo ha fatto adirare, al punto da obbligare la studentessa, alquanto restia, a toglierlo: la giovane, infatti, ha provato a resistere ma la risposta di Tantawi è stata dura e secca. «Il niqab è un’usanza tribale che non ha niente a che vedere con l’islam e io – ha aggiunto rivolto alla studentessa – mi intendo di religione molto più di te e dei tuoi genitori», prima di annunciare una circolare di divieto. A vietare l’uso del niqab nelle scuole sono anche altri Paesi di tradizione musulmana, come la Turchia e la Tunisia, mentre lo scorso anno anche le autorità marocchine avevano annunciato di non ammettere donne completamente velate nei luoghi pubblici prendendo spunto dal dibattito sorto in Francia.
Certo, c’è anche chi, come la deputata afghana Malai Joya, è convinta che sia solo una strategia «per distrarre l’attenzione della gente da cose più importanti». Eppure i numeri parlano chiaro: più della metà degli europei, secondo un sondaggio del Financial Times fatto in Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito, è contraria, con punte del 70% a Parigi e del 63% nel nostro Paese.
(il Giornale, 4 marzo 2010)
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
A Gaza coiffeur per donne vietati a parrucchieri
Nuova stretta nei costumi imposta da Hamas
GAZA, 4 mar. – Nuova stretta nei costumi imposta dal movimento islamico Hamas nella Striscia di Gaza, dove vive oltre un milione e mezzo di palestinesi. L’organizzazione estremista, al governo dal 2007, ha stabilito il divieto per i parrucchieri di lavorare nei coiffuer riservati alle donne. Oggi, il ministero dell’Interno di Gaza ha annunciato il nuovo divieto, forte della tradizione islamica che consente alle donne di mostrare i capelli solo ai mariti e ai parenti consanguigni. Chi violerà la misura, ha sottolineato il dicastero in una nota, subirà conseguenze legali.
(Apcom, 4 marzo 2010)
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
Germania, condannati aspiranti terroristi islamici
Tra i quattro condannati, anche due cittadini tedeschi convertitisi all’Islam – Quattro cittadini musulmani, due dei quali tedeschi convertiti all’Islam, sono stati condannati a pene tra i cinque e i dodici anni, per aver pianificato attacchi contro siti statunitensi in Germania. Il giudice della corte d’appello di Düsseldorf ha dichiarato che il loro obiettivo sarebbe stato un “secondo 11 settembre”, uccidendo civili e militari americani in attacchi a luoghi come la base aerea di Rammstein e l’aeroporto di Francoforte. I quattro condannati apparterrebbero ad una cellula tedesca dell’Islamic Jihad Union, gruppo legato ad al-Qaeda, responsabile degli attentati alle ambasciate di Usa e Israele in Uzbekistan nel 2004. Nel corso del processo, durato dieci mesi, gli imputati hanno ammesso di appartenere ad una rete terroristica, di aver pianificato attentati e di aver preparato ordigni esplosivi. Conosciuti come il “gruppo di Sauerland”, i quattro sono stati addestrati in campi in Pakistan.
(PeaceReporter, 4 marzo 2010)

Ottimo, purchè non siano follie islamofobe paraleghiste.
Farei particolarmente attenzione agli articoli de Il Giornale che generalmente hanno un occhio benevolo alle manifestazioni dei crociati (nel senso di crocefisso) della Lega che sbarrano il passo a malcapitati lavoratori marocchini o asiatici che vengono da paesi con quelle credenze. Anche perchè a me scoccerebbe, visto che lunedì parto per Londra, essere inquadrato con una cupola di sanpietro in testa invece del berretto di lana
mi pare che l’isalmofobia sia parente stretta dell’antisemitismo e cugina carnale del razzismo; quindi
concordo in pieno con il Sig. Iannelli: denunciare la follia dei fanatici isalmici è bene, occhio alle fonti però e ai crociati in Lega style, razzisiti e fanatici che poi, per me, sono uguali uguali ai fanatici religiosi.
A quando li zingari fetano e l’ebrei avvelenano i pozzi?