Gli italiani sanno chi è il bisnonno del tizietto che si è presentato al recente festival di Sanremo? No? E allora proviamo a contarglielo. Il suo avo è, con tutto il rispetto, quel bel tomo che: ha trescato e fatto affari con Mussolini e il fascismo dall’ottobre ’22 al 25 luglio ’43; ha salvato Mussolini dalle varie responsabilità dirette e indirette nel delitto Matteotti, grazie anche al grazioso regalo di un’opposizione che abbandona il Parlamento e fa l’aventiniana; si è allegramente “pappato” i titoli di “re d’Albania e imperatore d’Etiopia” in aggiunta a quello di re d’Italia; ha convintamente approvato, e promulgato, le ignobili leggi razziali, emanate esclusivamente contro gli ebrei d’Italia; è stato pieno sostenitore della dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940; si è accorto dopo tre anni che le cose vanno male e organizza così un colpo di stato militare cui danno stupidamente una mano alcuni fascisti rinnegati, tra cui il genero ed ex delfino di Mussolini che mettono in minoranza il “Duce” nella seduta del Gran Consiglio del 24/25 luglio 1943. Quei 19 che votano contro il capo, istigati dai traffici del “piccolo re” sono convinti che sarà uno di loro a succedergli. Ma il monarca li ha fregati. Ha già scelto una figura che peggio di così non si può ed è lo screditatissimo Badoglio, un losco ma furbo arnese buono per tutte le stagioni. Grazie alla massoneria (e a Vittorio Emanuele Orlando) si è salvato dal disastro di Caporetto (24 ottobre 1917), direttamente a lui imputabile: i fratelli frammassoni faranno sparire almeno 13 delle pagine della relazione della Commissione d’inchiesta che inchiodano il comandante del 27° Corpo d’Armata. Grazie al fascismo ha accumulato incarichi, titoli nobiliari e stipendi e che, come capo di stato maggiore generale, nominato da Mussolini nel 1925, fino al suo esonero nel dicembre del ’40, non ha fatto nulla per rimodernare l’esercito. E’ stato “silurato” dopo la balorda aggressione alla Grecia del camerata Metaxas da lui voluta con Mussolini e Ciano e dopo le legnate che “quegli straccioni” infliggono alle nostre truppe regie. E, meno male, che dovevano “spezzargli le reni”, ai greci.
Il cinico “piccolo re” sa che Badoglio, dopo essere stato cacciato, cova un infinito rancore contro il duce e se lo tiene buono: può tornare utile. E gli affiderà il timone dopo il 25 luglio. Inutile tornare sui 44 giorni del governo del duca di Addis Abeba, un esecutivo che, caduto il fascismo, è un fritto misto di generali (tutti ex fascisti) e di alti burocrati dello Stato (tutti ex fascisti). Il re non vuole tra i piedi alcuni rappresentanti dell’antica opposizione al fascismo. Ha determinato la caduta del regime e si è fatto circondare da uomini del disciolto fascio. Si pensi, ad esempio, che il nuovo ministro degli Esteri, Guariglia, è l’ambasciatore, nominato da Ciano – ministro degli Esteri dal ’36 al ’43 -, ad Ankara. Naturalmente “l’uomo del Colle” è accorto e pensa pure ai fatti suoi: in agosto fa spedire in Svizzera due treni zeppi di ogni ben di dio provenienti dal Quirinale. I soldi sono da tempo al sicuro nella banca d’Inghilterra. Serviranno agli inglesi per fabbricare armi e bombe da lanciare contro obiettivi civili sulle città italiane. Ma, dei “dindini” ne avanzeranno tanti, anche dopo la guerra.
Arriviamo a settembre. In questo mese e mezzo, dal 25 luglio, Vittorio Emanuele e Badoglio giocano contemporaneamente su due tavoli: attivano contatti molto confusi con gli americani e gli inglesi, passando per il dittatore portoghese Salazar,nel tentativo di “sganciarsi” dall’alleanza con la Germania. E, per non dare nell’occhio, offrono continue assicurazioni di fedeltà agli emissari di Hitler che, però, non apprezza assolutamente il “nuovo corso” italiano. Gli Alleati, ed a ragione, inizialmente non si fidano di nemici che vogliono diventare ex e dunque amici a tutti i costi. I tedeschi, che conoscono bene i loro polli, pur essendo ignari dei contatti italiani con i nemici (l’Italia e la Germania sono sempre in guerra…), cominciano a far affluire truppe in Italia, facendole passare tranquillamente dal Brennero. Gli italiani, quei pochi che contano, lasciano fare purché nulla trapeli circa le loro reali intenzioni.
In campo alleato sono gli inglesi ad insistere purché si arrivi ad una resa incondizionata dell’Italia: a loro interessa soprattutto che la flotta da guerra italiana, mai impegnata seriamente nel conflitto (stendiamo un velo pietoso sui motivi…) continui a non fare niente nel Mediterraneo e che, anzi, come poi avverrà, si consegni integra a Malta. Così sarà assicurata la supremazia britannica nel “mare nostrum” . Gli americani sono più scettici: dopo lo sbarco e la conquista della Sicilia (ma ci vogliono 38 giorni, al prezzo della perdita di migliaia di soldati), essi pensano già allo sbarco in Normandia (6 giugno ’44). Churcill tiene il punto con Roosevelt che alla fine consente che con gli italiani si tratti solo per la resa incondizionata. Poi si vedrà come utilizzarli ma mai come alleati, semmai come “cobelligeranti”. La banda del Quirinale si frega le mani; è fatta! Quei figuri credono erroneamente che saranno accolti con tutti gli onori nel campo ancora “nemico”. Sicuri del successo commettono un errore madornale e uno criminale. Per trattare la resa, che definiranno un “armistizio” per farlo credere ai gonzi che ancora oggi danno retta a quell’infame pasticcio, spediscono in Sicilia uno dei più colossali tangheri che la storia d’Italia ricordi, un tizio che pur vestendo la greca di generale del regio esercito non ha mai partecipato ad un’azione militare che è una. Questi ne combina di cotte e di crude, c’è da restare allibiti: fa credere agli Alleati – che fingono di crederci – che in Italia ci sono tante di quelle truppe da ributtare a mare e oltre le Alpi e i tedeschi. Che il possibile sbarco dell’82° divisione aviotrasportata negli aeroporti di Roma sia facilmente realizzabile. E ancora… Gli Alleati giocano con lui come il gatto col topo: gli danno in mano un pezzo di carta, lo “short armistice” e lui pensa che sia il testo definitivo dell’intesa che siglerà a Cassibile il 3 settembre. E consegnano invece al gen. Zanussi il documento vero, il “long armistice”, dandone notizia al tanghero dopo la firma della resa nella tenda del Comando alleato. Il tanghero fa intanto sapere alla banda del Quirinale, come cosa sicura, che l’armistizio sarà reso noto il 12 settembre da entrambe le parti. Lui dice di esserne certo, ma non c’è uno straccio di prova che confermi tale sua convinzione. Gli Alleati hanno invece indicato chiaramente l’8 settembre.
Fin qui il balletto degli equivoci basati sulle errate informazioni e supponenze del tanghero. Del quale però la banda del Quirinale si fida mica tanto perché gli ha affiancato il già citato Zanussi. Per la paura che qualcosa dell’inciucio col quasi ex nemico – che sta per diventare almeno secondo loro alleato –trapeli e arrivi alle orecchie degli ancora quasi alleati che stanno per diventare “nemici”, la banda commette l’atto più criminale nella storia d’Italia e che nel ’46 – deo gratis! – manderà i Savoia fuori dalle scatole. Dal momento delle trattative con americani e inglesi, primi di agosto, di questi contatti sono al corrente solo alcuni dei banditi : il re e il suo tirapiedi Acquarone, Badoglio e il gen. Ambrosio, capo di stato maggiore generale nominato da Mussolini nel febbraio ’43, e pochissimi altri. Nessuno fuori dalla ristretta cerchia banditesca è informato su quanto bolle in pentola. Figuriamo cosa interessa a lor signori del popolo italiano che ancora pensa che col 25 luglio sia finita la guerra. Ma lasciano senza direttive gli oltre due milioni di uomini in arme in Italia e all’estero. Che saranno colti assolutamente di sorpresa dall’annuncio dell’armistizio letto all’Eiar, all’imbrunire dell’8 settembre da quel ciarlatano del capo del governo. E’ il prologo di tante tragedie, a cominciare dala morte per combattimento o per fucilazione di 1647 soldati della 33° divisione di fanteria “Acqui” a Cefalonia . Poche ore dopo la diramazione della resa, atto imposto senza ulteriori indugi da Eisenhower, la banda del Quirinale scappa a Brindisi, chissenefrega del Popolo e dell’Esercito italiani.
E il giorno dopo, il 9 settembre? Sembra utile proporre quanto segue perché indica lo smarrimento e lo sfacelo regnanti a Roma dopo che i capi sono scappati a gambe levate.
Dal diario(1) del Maresciallo d’Italia, il generale Enrico Caviglia* che, al comando dell’8° Armata combatté e vinse a Vittorio Veneto contro gli austro-ungarici e che, per l’armistizio di Villa Giusti, non poté dilagare fino a Vienna, come, a quel punto, era nei suoi propositi : zona di guerra, fronte Piave-Monte Grappa-Montello, fine ottobre – 4 novembre 1918.
Caviglia si trovava a Roma nel periodo che va dal 6 al 13 settembre del 1943 e avrebbe potuto avere un ruolo ben più importante in quel cruciale periodo della vita nazionale, in specie per tentare di evitare le terribili conseguenze che stavano per abbattersi sull’Italia dopo la vergognosa fuga da Roma (prime ore del 9 settembre ’43) del re Savoia Vittorio Emanuele 3° e dei suoi accoliti Badoglio (capo del governo post 25 luglio), Ambrosio (capo di stato maggiore generale), Acquarone (capo di gabinetto della “real” casa) e i generali Roatta (vice di Ambrosio) e Sandalli (csm r. aeronautica) e De Courten (ammiraglio (?), csm della r. Marina da Guerra).
L’infame Badoglio, nemico giurato di Caviglia che in ogni epoca gli ricordò le sue gravissime e dirette responsabilità nella rotta di Caporetto (24 ottobre 1917) impedì, mentre con il “piccolo” re se la stavano svignando a Brindisi dopo avere abbandonato popolo ed esercito senza lasciare alcuna direttiva, la trasmissione dell’ordine che il monarca aveva indirizzato a Caviglia per autorizzarlo ad assumere a Roma la guida del governo civile e militare della città e dello Stato. Ecco cosa scrive Caviglia (è il 9 settembre): “Durante il tragitto (dalla Pilotta, piazzale del Quirinale, a palazzo Baracchini, sede degli uffici del capo di stato maggiore e dell’esercito, ndr) Sogno(2) e Campanari(3) precisarono che le Loro Maestà avevano passato la notte al ministero della Guerra e che il principe di Piemonte(4) vi era arrivato verso la mezzanotte. Al mattino per tempo erano partiti in auto per la via di Ortona (5) che era libera. A Ortona dovevano trovare una nave su cui imbarcarsi (6). Badoglio e il comando supremo avevano seguito i Sovrani. Questa notizia mi rattristò e dissi : “Se fossi stato presente non avrei lasciato partire il re. Milioni di uomini hanno affrontato la morte gridando “Savoia!”; ora tocca al re e a noi gridare “Savoia!” Ma non mi sorprende di nulla. Badoglio ha indotto il re a tagliare la corda, così la responsabilità della propria fuga è diminuita, se non annullata da quella del re”
1- “I dittatori, le guerre e il piccolo re – Diario 1925-1945 di Enrica Caviglia”, a cura di Pier Paolo Cervone, Mursia 2009/prima edizione Casini Roma 1952, pagine 468-469
2- Vittorio, generale destinato al comando di un corpo d’armata in Albania, “era in abiti civili”
3- Francesco, generale, antico aiutante di campo di Caviglia, cui rimase sempre legato
4- Umberto, diventerà luogotenente, ossia vice del padre Vittorio Emanuele 3° nel 44-45 e poi, come Umberto 2° governerà da monarca nel solo mese di maggio del ‘46
5- La via Tiburtina Valeria. Per la fuga da Roma consiglio di leggere il libro di Ruggero Zangrandi “1943: l’8 settembre” Feltrinelli 1964 – Mursia 2000 e, a proposito della “strada libera” , di prestare particolare attenzione al capitolo VI, l’intesa con Kesserling
6- La nave era la vedetta Baionetta che, a Ortona, notte tra il 9 e il 10 settembre, caricò i fuggiaschi e li scaricò a Brindisi
*Enrico Caviglia : Finalmarina (oggi Finale) 4 maggio 1962, Finalmarina 22 marzo 1945. Il 22 giugno 1952 avviene la traslazione della salma nel mausoleo di Capo San Donato , davanti al mare. Sono presenti il presidente della Repubblica Luigi Einaudi e Vittorio Emanuele Orlando, il presidente “della Vittoria” del 1918. Sarà l’anziano uomo politico siciliano a commemorare “u’ generale Caviggia” come lo chiamavano i suoi soldati, soprattutto i liguri. E alla straordinaria presenza di migliaia di reduci della Grande Guerra , giunti in autobus e con treni speciali. “E’ la vecchia Italia dei 600mila caduti – scrive Cervone -, l’Italia di Vittorio Veneto e delle terre giulie che accompagna il condottiero vittorioso, deposto su un affusto di cannone e avvolto nella bandiera”
Giovanni Lubrano di Scorpaniello

Colto ed esauriente Scorpaniello Il “tizzietto ” che poi dovrebbe anche avere un nome, sembra non prodursi vantando la sua prosapia e non cita mai il suo cognome Il di Lei affaticarsi a riportare la nemesi storica della famiglia del giovane ,volendo considerare le piu o meno riuscite partecipazioni televisive, non ci interessano al pari di una eventuale narrazione sui Lubrano di Scarpaniello Questo salvo a processi di beatificazione o dover dare giudizi sull’odore di santità. Perchè quindi tanta acredine per un nuovo,probabilmente sincero acquisto della repubblica ?
http://www.campiflegreilive.com/index.php?option=com_content&view=article&id=105:i-savoia-da-vittorio-veneto-a-sanremo-passando-per-l8-settembre-&catid=42:opinioni