Archivio di febbraio 2010

Avanti Savoia !

venerdì, 5 febbraio 2010

Al grido di Dio, Patria, Famiglia pubblichiamo l’esilarante testo della canzone che l’ultimo regale rampollo savoiardo, Emanuele Filiberto, canterà a Sanremo accompagnato dal corazziere dalla real casa Pupo.

Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici,  “Italia Amore Mio”

(Pupo) Io credo sempre nel futuro, nella giustizia e nel lavoro,
nel sentimento che ci unisce, intorno alla nostra famiglia.
Io credo nelle tradizioni, di un popolo che non si arrende,
e soffro le preoccupazioni, di chi possiede poco o niente.

(E. Filiberto) Io credo nella mia cultura e nella mia religione,
per questo io non ho paura, di esprimere la mia opinione.
Io sento battere più forte, il cuore di un’Italia sola,
che oggi più serenamente, si specchia in tutta la sua storia.

(L. Canonici) Sì stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore
mio.
Io, io non mi stancherò, di dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.

(E. Filiberto) Ricordo quando ero bambino, viaggiavo con la fantasia,
chiudevo gli occhi e immaginavo, di stringerla fra le mie braccia.

(Pupo) Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente,
ma chi si può paragonare, a chi ha sofferto veramente.

(L. Canonici) Sì stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore
mio
Io, io non mi stancherò, di dire al mondo e a Dio, Italia amore mio

(Pupo) Io credo ancora nel rispetto, nell’onestà di un ideale,
nel sogno chiuso in un cassetto e in un paese più normale.

(E. Filiberto) Sì, stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore
mio.

fonte:
http://www.angolotesti.it/S/testi_sanremo_52282/testo_canzone_pupo,_emanuele
_filiberto_e_luca_canonici_-_italia_amore_mio_978917.html

4/2/10 – Il premier in gita

giovedì, 4 febbraio 2010

Si tende a considerare Israele come una turbativa autogenerata, autoprodotta, che sarebbe meglio non esistesse perché, qualunque cosa faccia, crea problemi. E questo perché si ignorano, o si rimuovono, le circostanze nelle quali il Paese, dopo una lunga gestazione, ha iniziato a esistere… se ciò è sbagliato, se ciò ha reso infelice qualcuno, Israele non ha sbagliato da solo ed è giusto che l’Europa se ne ricordi.( dalla lettera di adesione di Alessandra Pontecorvo alla proposta di Pannella per Israele in Europa )

Sefi Hendler, direttore dell’allegato settimanale del quotidiano Haaretz dice che su Berlusconi c’è molta curiosità dovuta in gran parte agli scandali a sfondo sessuale che lo hanno coinvolto e che, generalmente, attraggono molto la stampa israeliana. E’ stato descritto (anche dai giornali Yediot Ahronot e Israel Ha Yom) come un leader eletto dal popolo ma controverso, ci si è soffermati sul divorzio e sui processi pendenti. Ma i quotidiani hanno arricchito il quadro parlando anche del caso Marrazzo (accreditatissimo come prossimo corrispondente rai nel paese) e del clima di ricatti e pettegolezzi che agita la politica italiana. Haaretz (che in Italia definiremmo un quotidiano di sinistra) gli ha fatto una lunga intervista corredata da una vignetta che lo mostra al galoppo alla volta di Gerusalemme: sul cavallo con lui Noemi. Yediot Ahronot, il quotidiano più diffuso, ha descritto Berlusconi vicino allo Stato ebraico a parole, ma pericolosamente vicino a Teheran grazie a rapporti economici intensissimi. Quel che è certo è che in Italia il viaggio del capo dell’esecutivo è stato seguito mediaticamente come lo sbarco del primo uomo sulla luna. Il presidente del Consiglio ha fatto le classiche cose che gli ospiti fanno lì: arrivo all’aeroporto Ben Gurion, visita allo Yad Vashem, il saluto del coro dei bambini che cantano Andando a Cesarea, la visita alla Foresta delle Nazioni sul monte Herzl per piantare un ulivo, il discorso alla Knesset come George Bush, Nicolas Sarkozy, Angela Merkel (ma non Romano Prodi nel 2007, mentre intervenne al parlamento israeliano Giovanni Spadolini). Va detto che ha condito il suo viaggio delle solite sbrasonate che ben conosciamo. Intanto gli otto ministri e una delegazione di oltre cento persone (definita dalla stampa costume italiano perché comparata ad analoga pletorica delegazione del sindaco di Roma), le richieste tipiche degli uomini di spettacolo per la suite al King David (un albergo bellissimo, e dal piano riservatogli, l’ultimo, si vede tutta Gerusalemme e il Golan), l’esagerazione con il personale del Keren Kayemeth sui suoi ulivi a Villa Certosa (addirittura uno con l’impronta di Gesù), le solite invettive alla stampa per salvare Netanyahu da domande puntute (ma lì consentite) non gli hanno impedito di dire un paio di cose interessanti. La prima, più semplice, è stata quella di affermare che la visita allo Yad Vashem gli ha lasciato una profonda traccia. Benissimo. Allora cerchi di fare pulizia tra le sue fila, dove ha appena riammesso il leader della Destra Storace che solo qualche giorno fa si è mostrato deluso per non aver potuto inserire Tilgher, noto ai più per aver sostenuto che la risiera di San Sabba non era un lager, nelle liste elettorali della regione Lazio. La seconda, ben più complicata, è stata la sua reiterata proposta di vedere Israele in Europa. Va ricordato che il suggerimento viene da Pannella, con forza nel 2006, per offrire una tutela ad Israele aggredito. Proposta che portò allo sdegno quasi unanime in Europa, unanime in Italia, spesso con motivazioni risibili come quella di Massimino D’Alema, uno degli uomini politici più inconcludenti della storia recente e dannoso per il libero dispiegarsi della sinistra, che notò acutamente che Israele non rientrava nei confini europei. Cioè, uno che aspirava al posto di Mr. Pesc ha una visione ottocentesca dell’Europa dei confini. Va ricordato che gli israeliani sono molto pragmatici e mai hanno presentato domanda di ammissione all’Unione europea. Se Berlusconi vuole rendere onore a questo pragmatismo, affidi a Marco Pannella, che ha una competenza sui temi internazionali sicuramente più alta della sua e una credibilità maggiore dell’attuale (ma anche di tutti i precedenti) ministro degli Esteri, il compito di verificarne l’eventuale effettività, altrimenti questi suoi sogni si trasformeranno in abbagli. Il presidente del consiglio durante la visita e nel discorso alla Knesset, ha tenuto il punto fermo sulle questioni iraniane. L’idea israeliana è di comminare a quel paese dure sanzioni economiche, ma se l’Italia continuerà a mantenere piene relazioni economiche con Teheran il concetto stesso di sanzione diventa fragile. E per quanto possa essere stata gradevole e gradita la visita in Israele, stia certo il nostro premier che l’amico Benjamin gli chiederà conto delle parole stillanti latte e miele usate durante questi tre giorni.

P.S. Mi sembra doveroso aggiungere che uno statista, come Berlusconi crede di essere, non dovrebbe consentirsi di rispondere che scriveva e non ha visto il Muro. Anche se gli israeliani lo chiamano Barriera difensiva e sanno che li salva dai terroristi, lo vedono e ne conoscono la pesantezza per i palestinesi.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

2/2/10 – Così stanno le cose (forse)

martedì, 2 febbraio 2010

Vasti strati della popolazione italiana accusano il Vaticano e l’alto clero non di aver scatenato l’attuale guerra, ma di aver fatto causa comune con la dittatura fascista per venti anni, e di avere perciò assunto una parte di responsabilità nella politica fascista e nelle sue conseguenze, compresa la presente guerra con le indicibili sofferenze e i disastri che ne sono derivati per l’Italia (Gaetano Salvemini, luglio 1943)

A che servono i giornali?
Tra l’altro a gestirsi fette di Chiesa cattolica se stiamo ai rimpalli tra Il Foglio (Ferrara), Libero (Belpietro), Osservatore romano (Vian) e Il Giornale (Feltri).
Il Foglio e Libero hanno pubblicato più articoli secondo i quali il direttore dell’Osservatore sarebbe la manina che ha fatto arrivare sulla scrivania del direttore del Giornale le carte su Boffo ex direttore di Avvenire. Ferrara e Belpietro hanno sostenuto che il cardinale Ruini avrebbe informato Benedetto XVI sul tradimento di Vian probabilmente con la complicità della Santa Sede. Feltri si è fatto intervistare da Ferrara e ha parlato di una provenienza istituzionale, cioè vaticana, dell’”informativa” su Boffo.
Cavolate? Secondo Sandro Magister, vaticanista dell’Espresso, il complotto c’è stato, e scrive “quella su Boffo è stata un’operazione nata dentro la Chiesa”. Per Ferrara è possibile che Vian abbia lavorato in combutta con una lobby interna al Corriere della Sera capeggiata da Ernesto Galli della Loggia, che mirava a capovolgere la linea ruiniana (Boffo era stato scelto da don Camillo) impegnata a posizionare la Chiesa sul centrodestra attraverso le questioni bioetiche. Secondo l’interpretazione di Ferrara la lobby è intervenuta all’indomani del caso Englaro, sul quale Boffo tenne una linea talmente oscurantista che una larga fetta della Chiesa non ha gradito , almeno nei toni. Naturalmente la Santa Sede respinge questo chiacchiericcio derubricando le varie posizioni a fantapolitica. Certo è che Ferrara in questi giorni ha picchiato duro il nuovo direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, accusato di essere un molle negatore del cristianesimo perché non ha scritto nessun editoriale sulla “peccaminosa Emma” candidata alla presidenza della Regione Lazio, relegando un articolo di Massimo Delle Foglie (presidente di Scienza & Vita) contro Bonino in pagine interne. La nuova generazione di politici cattolici auspicati da Bagnasco, sembrerebbero diversi dai cattolici politici del suo predecessore Ruini. Nel frattempo si fa sempre più insistente la voce che Dino Boffo presto sarà una firma di Repubblica.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

1/2/10 – Adesioni passive

lunedì, 1 febbraio 2010

E in fondo perché no? Perché non andarcene/da questo brutto posto in un paese nuovo, dove sia per così dire possibile/ricominciare da zero (Natan Zach, Sento cadere qualcosa, Einaudi, 15 €)

O da una parte o dall’altra: così sembra essersi ridotto il Paese e noi con lui. Privi ormai di curiosità per le idee degli altri ci adeguiamo acriticamente al pensiero unico, diviso in una corrente di destra e una di sinistra. Aumentano siti e blog ma ognuno di noi resta arroccato sulle sue posizioni non avendo nessun interesse a mettersi in discussione, e così la magnifica rete diventa un miscuglio di informazione anodina che rischia di distruggere le idee, il dibattito, la critica, cioè esattamente il contrario di quel che dovrebbe essere.
In onore del politicamente corretto, che spesso decliniamo scorrettamente tanto da aver paura di prendere posizioni dissonanti col filone d’appartenenza, potremmo raccogliere l’invito della Federazione nazionale della Stampa (Fnsi) che chiede ai media di adottare un blog iraniano censurato dal regime. Ogni sabato alle 19, madri iraniane si incontrano al parco Laleh a Teheran e vestite di nero portano con sé una foto, spesso di ragazzi giovanissimi. E’ sorprendente come nel nostro canale di pensiero l’Iran interessi così poco e così poco ci colpisca sapere che il nostro Paese è il primo partner commerciale in Europa di quella teocrazia violenta.
In onore del politicamente scorretto, oggi mi riconosco di più, scrivo un po’ di cose in libertà.
Vivo a Roma e uso esclusivamente mezzi pubblici. La sera lavoro fino a tardi e prendo spesso il taxi, che trovo esclusivamente perché lavoro in pieno centro. Dopo le dieci le donne sole usufruiscono di uno sconto gentilmente concesso dal Comune di Roma, ma i tassisti lo schifano, anzi appena sali ti avvertono che se gli chiedi l’abbuono loro ci rimettono di tasca loro e ti tocca sentirli per tutto il viaggio che allungano in maniera incredibile se insisti che lo esigi. In linea di massima coprono il tassametro con un pupazzo o il gagliardetto della squadra, difficilmente ottieni il resto perché i tassisti viaggiano solo con banconote da 100 €. Sul taxi il cliente non fuma, ma il tassista ti accoglie in una macchina dove fino ad un secondo prima ha fumato e/o scoreggiato. Il sindaco Gianni Alemanno concederà ai tassisti – che hanno contribuito ad eleggerlo in quanto promise la non liberalizzazione del servizio che la corporativa categoria temeva come la peste - un aumento delle tariffe. Non serve un genio per capire che per decongestionare il traffico bisogna incoraggiare l’uso del mezzo pubblico anche diminuendo le tariffe. L’aumento è solo una concessione corporativa che prevede anche il ritocco della tariffa da Fiumicino da 40 a 45 € . Un notevole trasferimento di ricchezza (5 euro di aumento per n corse) per legge, da cittadino privato a tassinaro. Ha senso questo aumento? Un collaboratore del sindaco, con pragmatismo e spregiudicatezza, ha detto ai tassisti : “gli aumenti scatteranno dopo le elezioni regionali, così voi tassisti sarete contenti, ma il giorno del voto i cittadini non avranno ancora fatto i conti con le nuove tariffe” . Questa dichiarazione tra virgolette pubblicata sul Corriere della Sera non è stata smentita… sicché.
E neanche si parla più delle diciotto (18) linee di autobus che provenienti da via del Corso, via del Teatro Marcello, via Nazionale, per raggiungere largo Argentina saltano la fondamentale fermata palazzo Grazioli, sede di molti uffici e anche residenza privata del premier. Un gesto da servi da parte del prefetto e dell’Atac che, tra l’altro, non risponde a nessun criterio di sicurezza. Se il premier è in pericolo è doveroso e giusto proteggerlo, ad esempio consigliandogli vivamente di rimanere a palazzo Chigi che è pure un bel posto e che gli spetta di diritto. Dobbiamo assuefarci all’ingiustizia? Continuare ad essere vinti in un mondo di vincitori? O scegliere la strada del confronto di idee fra di noi per tentare di uscire dalla secca?

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Le radici della Jihad, la “guerra santa”.

lunedì, 1 febbraio 2010

Un utile pro-memoria su quello che aspetta chi non si converte all’islam.

Leggiamo “Jihad:le radici” di Luciano Pellicani

di Gianluigi Mazzufferi

Il 27 dicembre è morto Samuel Huntington, uno dei più influenti politologi statunitensi; aveva 81 anni ed era professore all’Harvard University. Conosciuto dappertutto come un saggio, ha pubblicato molti libri, il più famoso di tutti, tradotto in oltre quaranta lingue, dal titolo “Lo scontro delle civiltà”. Con queste pagine aveva posto al centro delle sue riflessioni l’idea “che, nel mondo successivo alla dissoluzione dell’Urss, i conflitti violenti non vedranno più contrapporsi nazioni o gruppi di nazioni, ma nasceranno dalle differenze culturali e religiose fra le grandi culture”.

Il professor Giovanni Sartori, nella prefazione del volume di Luciano Pellicani “Jihad: le radici”, edito dalla Luiss University Press (12 €) lo cita nelle primissime righe per evidenziare questa sua acuta osservazione, che a quasi vent’anni dalla pubblicazione induce ad una profonda riflessione. Conflitto di civiltà? Huntington ritiene ed argomenta per il si, mentre “i politici rispondono quasi tutti di no”. Perché mai così? Sartori , come sempre ironico, li assimila con quella “vasta schiera di lieto pensanti, che vive sperando e muore cantando”.

E’ indubbia la verve umoristica del noto professore toscano, ma questa stroncatura non poteva offrire miglior presentazione per il professor Pellicani, titolare della cattedra di sociologia politica presso la Luiss, già direttore di “Mondoperaio”, ed autore di questo volume edito alla fine del 2004.
Si tratta di una ricca lettura, senz’altro capace di indurre molte riflessioni. Si presenta con un agile volumetto di meno di 100 pagine (altre 20, utilissime, sono di bibliografia) pubblicato nella collana “Agorà”. Giovanni Sartori chiude la sua presentazione con queste incisive parole: “ Vorrei che questa raccolta diventasse un testo <classico> di riferimento”.

Pellicani indica in apertura alcuni suoi lavori di riferimento per la materia: su Mondoperaio due scritti del 1990 e del 2001 e poi altri due studi pubblicati nel 2002 (Dalla società chiusa alla società aperta, Rubettino) e nel 2004 (Enciclopedia del Novecento, Il terrorismo Islamico).
Ineludibile è la con nettezza con cui si evidenzia come la “civiltà occidentale” abbia “letteralmente assediato le altre civiltà e le ha poste di fronte ad una sfida di immani proporzioni”.

Ciò appare evidente anche nel titolo del primo capitolo “La guerra culturale fra Occidente ed Oriente” dove si spiega ripetutamente, con esempi e citazioni, come di fatto la moderna civiltà industriale abbia in se un “bacillo letale per la religione”. Infatti “ uccide ovunque s’installa il senso del sacro”. Di conseguenza i fondamentalisti si sentono chiamati a proteggere l’Islam dal Grande Satana. A loro dire ne consegue che la guerra santa dovrebbe essere condotta “senza quartiere sino all’instaurazione del governo di Dio”.

Davvero stimolante appare anche il secondo capitolo laddove diverse citazioni di Claude Lévi-Strauss ci portano a conclusioni lapidarie. Ad esempio quando scrive : “… di colpo, mi sento etnologicamente e fermamente difensore della mia cultura”. Chi lo scrive ora noi ben sappiamo che ci ha spiegato per primo e per tanti anni che non esiste una cultura che sia ontologicamente superiore alle altre. Oggi questo assunto è divenuto terreno comune per tutti gli etnologi.

Nel terzo capitolo viene sviluppato sempre il tema dell’Islam e dell’Occidente partendo dalla rivoluzione di Khomeini che, come ricorderete, aveva cercato di arrestare, prima che fosse troppo tardi, il processo di “intrusione” della civiltà moderna. Ciò era avvenuto eliminando tutto ciò che inquinava la Umma, e Khomeini predicava ossessivamente ai suoi che non poteva esserci “altro partito che il partito di Dio”. Questa fu una operazione devastante per tutti gli intellettuali del mondo mussulmano: distruggendo il principio base della libertà individuale, negava di fatto la possibilità di raggiungere sicurezza e prosperità e quindi anche la felicità su questa terra.

Il lavoro del professor Pellicani termina con il capitolo quarto, sul terrorismo islamico. Questo è incentrato, come subito s’intuisce, sulla “guerra santa”, il jihad. Trattasi di una grande ed assoluta battaglia concepita da Maometto come “un dovere religioso”. “Il jihad è il monachesimo dell’Islam” recita un hadith; così quelli che “combattono sulla via di Dio” saranno destinati ad entrare immediatamente in paradiso. In quanto “martiri della fede, non muoiono veramente; essi continuano a vivere; cambiando solo forma di vita”: questa è la promessa del Profeta.
Così anche la chiamata alle armi, finalizzata ad uccidere i politeisti che “Dio punirà per mano vostra”, come recita sempre il Corano, non è che la lettura puntuale del messaggio del Profeta. Il tutto finalizzato a distruggere i valori e le istituzioni della civiltà occidentale in quanto dominata da “forze sataniche”.