Cosa portare con sé da Roma al momento d’andare via? Personalmente andrei sul classico, quindi opterei per un bambolotto di panno Lenci, un bersagliere, un carabiniere, una guardia svizzera con alabarda… volendo spaziare, una maxi penna tipo Carioca tempestata di vedute romane. Lo stesso modello di quella che papa Wojtyla donò a Lec Walesa, e quest’ultimo usò per firmare uno storico patto con il generale Jaruzelski nella sua Polonia. Andrei sul classico perché non mi pare che Roma abbia prodotto nel frattempo nulla di nuovo, nulla di più moderno (Fulvio Abbate, ROMA guida non conformista alla città, Cooper, € 12)
Via Padova a Milano è una via lunga, semicentrale abitata soprattutto da stranieri extracomunitari dove, qualche giorno fa, un ragazzo egiziano è stato ucciso per futilissimi motivi. Un episodio di cronacaccia, tipico delle grandi metropoli, ma che ha scatenato la furia leghista che pure governa la città e la regione da tantissimi anni. A Roma invece via Padova è una strada di circa 400 metri che va da via delle Province a via Catanzaro, dritta come una spada, tranquilla fino alla noia. Una prima parte è più sciccosa, con dei palazzoni bellissimi costruiti negli anni Trenta e ben mantenuti e un secondo tratto più caotico, anche per il fatto che un brutto cinema è diventato una sinagoga di rito tripolino. Grazie alle frenesie governative sulla sicurezza la sobria volante dei carabinieri che lì davanti stazionava, è stata rimpiazzata da una jeep con tre soldati, peraltro quasi sempre bei ragazzi, con mimetica e fucile spianato. Quindi, anche chi passasse lì per caso – ma per quale caso si passa in via Padova? – si accorgerebbe che lì c’è una sinagoga, e magari si chiederebbe anche perché. In realtà la zona Bologna, un quartiere destinato al ceto medio, piccolo ma con pretese, è diventato il territorio d’elezione degli ebrei espunti dalla Libia quaranta anni fa, probabilmente per caso, verosimilmente per imitare un amico già lì da tempo. E così, ignorata dalla più parte degli abitanti del quartiere, nella zona c’è una enclave di ebrei che vive come se non avesse ancora lasciato Tripoli. Se esci la mattina presto in via Padova incontri giovani maschi con la chippà che vanno al tempio, poi dopo un po’ si tuffano nel kosher bakery café, poggiano l’astuccio dei tefillin sui tavolini e si tuffano sui cornetti e dolci senza lievito animale, che io mangio ma che riconosco pesanti come sassi. Ci sono parecchi lubavich con il cappello duro e gli tzizit che spuntano dal soprabito, che spingono passeggini mentre le loro mogli, quasi sempre incinte, comprano il pane e i dolcetti al miele e corrono al lavoro. Lasciando via Padova finiscono i ragazzi con la chippà e i lubavich camminano rasente il muro e a passo svelto. Le scale della chiesa di sant’Ippolito a pochi metri di distanza, sembrano ergersi come un confine di sicurezza . Appena poco più su, piazza Bologna, con l’ufficio postale littorio, le scale fanatiche ma ancora, nonostante le richieste dei residenti, inaccessibile per chiunque abbia un handicap o anche solo una gamba ingessata. Bologna è anche una delle principali stazioni della metro B, a volte mi è capitato di vedere tutte le scale mobili funzionanti, ma soprattutto mi sorprende perché puntualmente l’8 dicembre il personale della metro allestisce albero di natale e presepio! Dalla piazza parte via Sambucuccio d’Alando, una strada corta che porta le ferite della guerra: da un lato un paio di palazzi crivellati dai colpi di fucile dei mitragliatori tedeschi , dall’altro la casa di Pilo Albertelli, professore di filosofia che insegnava agli studenti “la fedeltà socratica alla verità e al dovere” prima di morire alle Fosse Ardeatine, e come è scritto nella lapide che i suoi compagni di Giustizia e Libertà gli hanno dedicato. Lo scorso anno il 24 marzo, mi sono trovata per caso alla sua commemorazione quando due vigili hanno portato una corona, l’hanno appesa e sono ripartiti velocemente anche per togliere la vettura dalla doppia fila. Eravamo in tre… compresi i due vigili. Macchine ovunque, anche perché ci sono genitori che accompagnano bambini alla scuola Fratelli Bandiera dove insegnò il maestro Manzi, l’inventore della trasmissione Non è mai troppo tardi, che permise a milioni di italiani di ottenere la licenza elementare. Erano i tempi della rai servizio pubblico sul serio, oggi neanche il direttore della scuola sa più chi era Manzi. Speriamo che ai bambini dicano chi erano i fratelli Bandiera. Parallela corre via Livorno dove c’è la lapide rotta di Eugenio Colorni, strada conosciuta perché c’era la sezione più nera dell’msi, poi diventata di tutto, oggi addirittura Milizia. La zona infatti è piena di fascisti molesti che disegnano svastiche e celtiche sui muri, attaccano manifesti ovunque sull’anniversario dei vari fascisti morti, sull’onore all’rsi ecc., ma questo, per il momento, non ha un riscontro elettorale, considerato che, con grande scherno di tutti questi odiosi facinorosi attivisti, il municipio è in mano al cosiddetto centrosinistra. Oltre ai nomi delle province (ma via Torino è in via Nazionale e via Perugia sta al Pigneto) la toponomastica è ricca di donne: via Stamira, Piccarda Donati, Eleonora d’Arborea, Duchessa di Galliera, Isabella d’Aragona, Contessa Bertinoro… In questo quartiere è cresciuta la fascistissima Francesca Mambro e tanti fascisti ora in rai, alla Camera, al Campidoglio. Passeggiando si incontra Alessandra Mussolini e sua madre, grandi frequentatrici delle bancarelle dei bangla; entrambe tirano sul prezzo delle finte pashmine e delle finte prada. Ma anche Luigi De Marchi allo sma che compra il latte e che è una gioia salutare e Remo Remotti che qui è nato e riempie gli occhi coi suoi vestiti coloratissimi. In via Arezzo ha abitato Aldo Fabrizi, in via Monaci nell’immediato dopoguerra ci fu il delitto Fenaroli che interessò molto i romani. E’ un quartiere così, come tanti.
Tiziana Ficacci, www.nogod.it
http://www.nessundio.net/ritratti.htm 15/10/08 – Fuori dal coro ma senza stonare
http://www.la7.it/tv/dettaglio_puntata.asp?id=535&prog=16729
http://no-luogo.it/mamma-roma-addio-remo-remotti/
Tag: via padova

Cara Tiziana,
come sai faccio parte dell’enclave grazie alla mia famiglia che si è trasferita a Roma e in zona Bologna esattamente 41 anni fa. Mi racconta mia madre Dinah che gli altri condomini si riunirono per apporre in tutta fretta una madonnina col manto azzurro sull’ingresso del portone. Una coincidenza? Non saprei dirlo, ma risulta, anche nei palazzi di altre strade adiacenti.
A presto,
Fortunée
Complimenti a Tiziana, E’ un impeccabile esercizio di stile. Godibilissimo. Spero non solo per i romani che conoscono la zona. Grazie
Cara Tiziana,
io abito in via Monaci, la via del delitto, ma faccio parte dell’enclave e mangio i conetti e i dolci al miele e la challa per lo shabbat.
Tutto perfetto, aggiungo una nota dal profondo dell’enclave: tutti vivremmo un pochino meglio se rispettassimo come in via Padova si fa, la libertà religiosa e-o quella di non credere, come non scampanae e non aggiungere imponendo simboli come fanno i cattolici nel quartiere ( e anche i fascisti)
Scusami, un appunto su via Padova di Milano. Il funesto episodio di cronacaccia metropolitana, prima dell’odiosa propaganda leghista, ha scatenato un’orda barbarica di devastazione (l’orda a cui le becere camicie verdi si sono aggrappate per mascherare la loro incapacità di prevenire le condizioni daBronx che ci sono regolarmente tutt’ora, sai è anche il mio quartiere…)
@Soqquadro
Grazie della precisazione, ma mi sembra che sostanzialmente siamo d’accordo con l’incapacità di governo dei leghisti ecc. A Roma, descritta sapientemente dalla destra come un girone dell’inferno dantesco, episodi di questo genere non si sono mai verificati. Per la verità è proprio con l’avvento del sindaco Alemanno – magari sarà un caso – si sono esacerbate alcune situazioni.
http://www.nessundio.net/ritratti.htm
15/10/08 – Fuori dal coro ma senza stonare
“La faccia esangue, gli occhi verdognoli… un individuo squallido e sgradevole. Questo giovanotto ispira una incontrollata e irragionevole sensazione di ripugnanza”. Così sul Borghese Gianna Preda, nel 1961, descrive il prof. Luigi De Marchi. Non solo, un anno prima l’Osservatore romano ne aveva chiesto l’arresto, mentre i responsabili di una delle tante opere assistenziali ecclesiastiche – sentendosi offese dal suo lavoro – gli fanno la posta sotto casa; e infastidiscono Maria Luisa Zardini, allora sua moglie, impegnata a spiegare la contraccezione nelle periferie. Ma, che cosa aveva mai fatto questo signore?
Pioniere del controllo delle nascite, De Marchi individua tra i suoi avversari la sessuofobica Chiesa, e una bella domenica se ne va a piazza San Pietro con un camioncino dal quale disinvoltamente scarica una pillolona di polistirolo e la fa rotolare fin sotto l’obelisco. Viene fermato dai carabinieri, il pillolone sequestrato dalla gendarmeria vaticana, e la foto del professore si fa un bel giro. Inventore dell’AIED (Associazione italiana educazione demografica), vive amori e disamori con i radicali. E’ un personaggio chiave nella storia dei diritti civili, ed è la dimostrazione di come parlare di sessualità e diritti riproduttivi ti inimica il sistema dei partiti e tutte le Chiese. Si inventa un modo accattivante per parlare di sessualità e contraccezione, facendo il regista di fotoromanzi interpretati dai giovani Paola Pitagora e Ugo Pagliai. Lo scrittore Luciano Bianciardi gli dedica un bel racconto: in una ipotetica città dove tutti sono costretti a mangiare semolino, il prof. Marco De Luigi, dalla gola anarchica, si batte perché tutti possano scegliere di mangiare spaghetti, polpette e patatine. Il professore, venuto da Brescia dove è nato nel ’37, si becca ben sei processi per violazione dell’art. 553 c.p. per le sue conferenze scientifiche sulla contraccezione. Ma il “tignoso” non smette, e nel corso degli anni i suoi interventi diventano libri, programmi tv, rubriche radiofoniche.
Tanti sono i motivi per cui riconosciamo quasi ogni giorno di vivere in un paese anormale. Incontrare il prof. De Marchi alla Sma di via Livorno, sempre con il suo cappello a metà tra un basco e una coppola, e non vedere uomini e donne (e si che gli dobbiamo tutte qualcosa) che lo salutano con reverenza, è uno.
Ma forse lui lo sa che non essere sempre compresi è il prezzo che pagano quelli che hanno ragione prima degli altri.
Bello il post e anche i link. Non sapevo che Remotti fosse di piazza Bologna. La Mussolini che tira sul prezzo la vedo benissimo!!!
http://maps.google.it/maps?hl=it&source=hp&q=Via+Padova+a+Roma&um=1&ie=UTF-8&hq=&hnear=Via+Padova,+00161+Roma&gl=it&ei=Ko6CS6C7FNT7_AaSi9yQBw&sa=X&oi=geocode_result&ct=title&resnum=1&ved=0CAsQ8gEwAA
Cara Tiziana,
se ti piglia Darbush che gli hai criticato i cornetti….