20/1/09 – Storie

Non è accettabile che i minuti che si vogliono far risparmiare a chi attraversa lo stretto di Messina costruendo il ponte valgano di più della sofferenza che si impone agli abitanti dell’Aquila, dilazionando la ricostruzione della città addirittura sino al 2032 (come da Decreto terremoto Abruzzo, dl 39). Le priorità del Paese le si vuole portare avanti come se all’Aquila non fosse successo nulla, come se vite di sacrifici, per comprarsi una casa o avviare una attività economica, non meritassero un ripensamento delle priorità nazionali. L’Ue dovrebbe dirottare parte dei fondi che mette a disposizione per i progetti, verso la ricostruzione dell’Aquila, rendendo così concreto il suo impegno alla solidarietà tra Stati membri che è uno dei suoi valori fondanti come recitano i primi articoli della Costituzione europea. (lettera di Ascanio De Sanctis a Il Riformista)

“Cito la testimonianza, semplice e toccante, di Leone Sabatello, da poco scomparso: al Collegio militare – il luogo dove erano stati raccolti dopo la razzia del 16 ottobre – ci chiedevano se qualcuno era di religione cattolica o se volevamo diventare cattolici. Qualcuno ha detto di si, ma noi ci siamo raccolti tutti quanti in famiglia e siamo rimasti quelli che siamo sempre”. Così il rav Di Segni nell’incontro di domenica alla sinagoga con Benedetto XVI. Il pontefice ha riconosciuto che la Shoah è stato un dramma singolare – avrebbe potuto dir meglio utilizzando la parola unico – e non ha rinunciato a dire che anche la sede apostolica (cioè il papa Pio XII) “svolse una azione di soccorso spesso nascosta e discreta”. Insomma.
Certamente un incontro importante, ma non tale da giustificare i toni trionfalistici dell’informazione vaticaliana. Le divergenze restano nella lettura dei fatti storici più recenti, da Pio XII al ruolo della Chiesa cattolica durante il nazismo e il fascismo, alla dolorosa questione dei bambini, talvolta messi in salvo dalle istituzioni religiose ma la cui identità ebraica è stata cancellata. E’ importante il confronto perché il dialogo è possibile riconoscendo ognuno le proprie mancanze, senza, soprattutto, mai credere di possedere la verità ma, al contrario , rispettando le differenze. Da un punto di vista ebraico sembra che il problema riguarda soprattutto la Chiesa che avrebbe bisogno di una riflessione critica, quello che nell’ebraismo si chiama teshuvà.
Fin qui il rapporto tra le due religioni.
Senza archiviare la questione Pio XII, quando in Italia si farà una riflessione sul ruolo della volenterosa gente comune, degli intellettuali, degli accademici, nell’accettazione delle leggi razziali varate nel ’38? Ricorda Pigi Battista, editorialista del Corriere della Sera, che né Croce, né Einaudi, né De Nicola, senatori del regno d’Italia, si presentarono in aula il 20 dicembre 1938, giorno in cui si approvarono le leggi razziali. Oppure il questionario sulla razza accettato dai professori universitari ai quali i docenti non opposero resistenza con la sola eccezione di Benedetto Croce, forse anche per giustificarsi dell’assenza al Senato.
Fra qualche giorno, ritualmente e noiosamente, verrà celebrata la Giornata della Memoria e ci toccherà vedere qualche rappresentante delle istituzioni con la lacrima delle grandi occasioni. Sarebbero auspicabili meno lacrime e più riflessioni sui fatti recenti.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

http://www.nessundio.net/blog/2010/01/15/3443/

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4 Commenti a “20/1/09 – Storie”

  1. Marcello scrive:

    Credo che sia l’intreccio perverso tra chiesa e stato che non consente ( perchè non si vuole) di districare le colpe.

  2. Marcello scrive:

    Segnalo articolo dal Corriere della Sera, a presto Marcello

    Come commenta, il giorno dopo la visita di Benedetto XVI alla Sinagoga maggiore, rabbino Di Segni?
    «Complessivamente un evento importante col segno positivo».
    «Complessivamente»? Questo scarso entusiasmo è forse legato alle ombre che hanno preceduto l’avvenimento?
    «Le ombre ci sono state e hanno lasciato il sapore amaro negli organizzatori. Hanno diviso la comunità, il rabbinato, il mondo ebraico romano. E non abbiamo certo bisogno di motivi per dividerci tra noi. Poi abbiamo preso la decisione, malgrado tutto. Una decisione sofferta».
    Ma se è stata così sofferta, perché prenderla?
    «Quando una visita di simile portata viene programmata, ritornare indietro diventa un gesto clamoroso. E non compreso. Anche se le novità sopravvenute sono importanti…».
    Pensa alla notizia della beatificazione di Pio XII?
    «Ovviamente. Il tempo stabilirà se abbiamo fatto bene. Oggi sono contento e sento di sì».
    Benedetto XVI ha detto che «purtroppo molti rimasero indifferenti» di fronte alla Shoah. Per lei è incluso Pacelli?
    «Si sta aprendo l’esegesi su quel passaggio… Io credo sia stata usata una espressione diplomatica per non chiudere il discorso con noi » Avrebbe potuto dire di più? «Certo» C’è chi si dichiara deluso, su quel punto. Lei lo è?
    «Per rimanere delusi bisogna avere delle aspettative». Ne avevate? (sorride, non risponde) C’è chi lamenta il mancato accenno a Israele.
    «Sì, è mancato. In altre sedi no, non è mancato. Qui forse non c’è stato altrimenti, penso, avrebbe dovuto citare anche l’Islam. Sarebbe stato un passaggio difficile. E il non farlo qui sarebbe diventato probabilmente un problema per il Vaticano».
    Lei ha insistito sulle conversioni forzate. Cosa aspettate ora dal Vaticano?
    «Gesti concreti e indicazioni precise. Non si può andare alla cieca. E poi dobbiamo calcolare che parliamo di persone ormai anziane che rischiano di ritrovarsi con questo pacco dono: “Tu sei ebreo…” Comunque sarebbe un gesto importante. Nel 1945 il rabbino capo di Israele recuperò in Francia molti bambini ebrei convertiti. Alcuni scelsero liberamente di rimanere cattolici. Uno di loro diventò il cardinale di Parigi, Jean-Marie Lustiger».
    Rabbino, lei ha chiesto accesso agli archivi vaticani per studiare su Pio XII. Ha detto di «ritenere implicita» la richiesta di un rinvio della beatificazione. Conferma?
    «Sì, per me la cosa è implicita. Se si chiede agli storici di studiare, significa che un itinerario si sospende. È bene aprire presto gli archivi e capire».
    È chiuso il suo dissidio col rabbino Laras?
    «Vorrei precisare che la discussione tra me e Laras era sull’opportunità politica su un rinvio della visita. Io ero per farla subito, lui per procrastinarla. Una normale discussione per risolvere un problema. Né Laras né io eravamo a favore della beatificazione di Pacelli…»
    Ora quale futuro atteggiamento vaticano vi aspettate?
    «Attenzione e rispetto per la nostra sensibilità. E che problemi difficili che ci riguardano possano essere discussi prima delle decisioni». Naturalmente su Pio XII… «Nessuno vuole limitare la loro libertà e capacità di decidere. Ma se la cosa ci riguarda occorre il dialogo per fare chiarezza».

  3. Paola scrive:

    In Germania sono state fatte riflessioni sulle scelte antiebraiche, in Italia secondo me non saranno fatte grazie allo scudo protettivo della Chiesa.

  4. Francesco Lucrezi scrive:

    Forse, se non tutti, da parte ebraica – e non solo – si mostrano sempre entusiasti di fronte al tanto elogiato dialogo interreligioso, ciò dipende anche dalla ricorrente tentazione, da parte di alcuni ‘dialoganti’, a trasformare il dialogo stesso in qualcosa di più, e di diverso, da quello che esso dovrebbe essere. L’idea di una semplice conoscenza fra diversi, nel mutuo rispetto, senza alcuna pretesa di plasmare l’altro a proprio piacimento, o comunque, in qualche modo, di trasformarlo, a molti appare, evidentemente, non sufficientemente attraente, qualcosa per cui non varrebbe la pena impegnarsi troppo. È così, per esempio, che, a coronamento di un’esistenza in buona parte spesa proprio per la causa del dialogo ebraico-cristiano, il Cardinale Carlo Maria Martini, nel suo recente libro Le tenebre e la luce, ha affermato che le tradizioni religiose non dovrebbero essere considerate dei “monoliti immutabili”, ma dovrebbero accettare la possibilità di una propria decadenza, in nome di una nuova vivificazione, per arrivare alla conclusione che, al momento attuale, “il nostro cammino interreligioso deve consistere soprattutto nel convertirci radicalmente alle parole di Gesù, e, a partire da esse, aiutare gli altri a compiere lo stesso percorso”. Ed è singolare che parole simili possano venire anche dallo stesso mondo ebraico. Su la Repubblica di lunedì 18 gennaio, in un articolo a commento della visita del Papa nel Tempio, Gad Lerner, nell’elencare luci e ombre sulla strada del dialogo, dopo avere enumerato alcune “pietre d’inciampo” in campo cristiano, si chiede: “a loro volta, quando gli ebrei saranno pronti a riconoscere familiare e profetico il messaggio del loro correligionario Gesù…?”. Non si discute, per carità, lo spirito amichevole di simili esortazioni. Che, tuttavia, possono generare disagio, dando l’idea di un dialogo su “piano inclinato”, atto a fare insensibilmente scivolare verso nuovi, impensati confini. È proprio troppo difficile accontentarsi di un umile, modesto dialogo su “piano orizzontale”?