Ventiquattro anni fa (13 aprile 1986) papa Giovanni Paolo II varcò la soglia della sinagoga di Roma accolto dal rabbino Elio Toaff. La visita significò per la prima volta disponibilità, e portò ad un risultato concreto: il riconoscimento di Israele da parte del Vaticano. Ricorda il rabbino Riccardo Di Segni “la disparità tra noi e loro venne messa da parte. Riteniamo importante che il nuovo pontefice confermi questa impostazione”.
Domenica 17 gennaio, 2 Shevat 5770 che nel calendario ebraico corrisponde al Moed di piombo, giorno in cui gi ebrei romani ricordano la salvezza dalle fiamme appiccate nel 1793 al ghetto, papa Benedetto XVI si recherà in visita alla più antica comunità ebraica della diaspora. Una visita che Pagine ebraiche, rivista della comunità, ha sintetizzato con una vignetta in cui il pontefice traversa il Tevere su una corda tesa utilizzando una pertica per tenersi in equilibrio con scritto da un lato conversione e dall’altro – più piccolo – dialogo.
Più deportati romani diserteranno il Tempio Maggiore per recarsi alle Fosse Ardeatine accompagnati da numerosi correligionari.
Diventando papa, Benedetto XVI ha tentato di riportare la Chiesa sulla via della tradizione.
Prima mossa è stata la restaurazione della Messa Tridentina in latino, abolita dal Concilio Vaticano II. Il 7 luglio 2007 il Segretario di Stato ha pubblicato il Motu Proprio, documento scritto e firmato dal papa, reintroducendo l’uso della messa latina di papa Pio V (1566-1572). Con questo atto Benedetto XVI ha inteso riportare all’interno della Chiesa la confraternita di san Pio X, fondata nel 1970 a Econe (Svizzera) dal vescovo Marcel Lefebvre in rifiuto del Concilio Vaticano II. Lefebvre venne sospeso a divinis da papa Paolo VI. Nonostante la sospensione Lefebvre consacra quattro vescovi aprendo lo scisma e viene scomunicato. Per i lefebvriani gli ebrei rimangono deicidi, ed educano i loro fedeli all’antisemitismo che considera gli ebrei responsabili dell’uccisione di Gesù.
La preghiera del venerdì santo sugli ebrei è stata modificata più volte. Nel 1959 papa Giovanni XXIII decise di abolire l’aggettivo perfidus in relazione agli ebrei. Papa Paolo VI introduce la preghiera in italiano e introduce una condanna dell’antisemitismo. Benedetto XVI il 4 febbraio 2008 modifica la preghiera del venerdì santo cancellando due volte l’aggettivo perfidus in relazione agli ebrei, ma con la conservazione del passo che esorta gli ebrei a riconoscere Gesù Cristo. Secondo rav Riccardo Di Segni è la prova del “ritorno della speranza di conversione degli ebrei” come previsto nel testo pre-conciliare. Benedetto XVI il 25 gennaio 2009 dice: “Nel caso di san Paolo alcuni preferiscono non usare il termine conversione perché era già credente, era un ebreo fervente, dunque non passò da una condizione di non fede a una condizione di fede, dagli idoli a Dio, e non dovette abbandonare la fede ebraica per aderire a Cristo”. Per Benedetto XVI il giudaismo non è una fede separata ma una fase antica della storia del cristianesimo. Certamente una ombra nera sulla strada del dialogo tra fedi, per cui è l’ebraismo che dovrebbe avvicinarsi al cristianesimo. Come del resto si legge in un documento ratzingeriano del 2000, Dominus Jesus, in cui è scritto: “il dialogo non sostituisce ma accompagna la missione evangelizzatrice della Chiesa”. Può interessare agli ebrei un dialogo che ha come obiettivo la loro conversione? Nella nuova versione della vecchia preghiera, unica occasione in cui la Chiesa prega per gli ebrei, si esprime la speranza che questi si convertano.
Il 21 gennaio 2009 il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione episcopale revocò la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani guidati da mons. Bernard Fellay superiore generale della confraternita di san Pio X. La questione divenne di interesse mediatico quando uno dei quattro, il vescovo inglese Richard Williamson rilasciò una intervista alla televisione svedese andata in onda il 22 gennaio 2009 in cui negava la Shoah; il Vaticano non chiese a Williamson di ritrattare le sue dichiarazioni. Un passo indietro rispetto al Concilio Vaticano II “autorizzando” contemporaneamente la negazione della Shoah. Molte dichiarazioni di condanna vennero pronunciate da confraternite episcopali (in Germania, Austria, Francia, Svizzera). La cancelliera Angela Merkel accusò apertamente il papa di avere dato il permesso di negare la Shoah, aggiungendo che il Vaticano non aveva ancora prese adeguate posizioni sull’olocausto. Il 4 febbraio 2009 il Segretario di Stato vaticano finalmente intervenne dicendo che il papa aveva voluto soltanto eliminare l’impedimento al dialogo con i 4 vescovi, ribadendo che il riconoscimento del Concilio Vaticano II è una condizione irrinunciabile per il riconoscimento della confraternita di san Pio X e che le posizioni di Williamson sulla Shoah sono inaccettabili. Nel frattempo la superficialità della Chiesa rispetto alle posizioni negazioniste del vescovo inglese, provocano forti reazioni nel mondo, più deboli in Italia, e viene diffusa la notizia che il papa non conosceva queste posizioni. A distanza di alcuni mesi dalla revoca della scomunica, Williamson non ha ritrattato ma è rimasto dentro la Chiesa con funzioni non autorizzate di vescovo. Il 10 marzo 2009 Benedetto XVI ha fatto un gesto inconsueto e coraggioso inviando una lettera a tutti i vescovi per spiegare il suo comportamento e riconoscendo che questa sua disattenzione aveva messo a rischio i rapporti con gli ebrei e la pace all’interno della chiesa. Non solo, ha ringraziato gli ebrei per avere evidenziato l’equivoco. Comunque, è rimasta la remissione della scomunica ai quattro vescovi perché, ha ricordato il papa, non si può rimanere indifferenti ad una comunità che ha 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 università, 117 confratelli, 164 consorelle e migliaia di fedeli. In sintesi né il papa né il suo entourage si è posto la domanda se questa riammissione avrebbe creato problemi con gli ebrei; anche strano appare che all’interno della curia nessuno fosse a conoscenza delle posizioni negazioniste di Williamson. Il rabbino David Rosen dell’American Jewish Commitee , ha messo in relazione questo episodio con le parole pronunciate da Benedetto XVI ad Auschwitz il 28 maggio 2006 in cui disse che “sei milioni di polacchi , un quinto della nazione, persero la vita nella seconda guerra mondiale”. Tornato in Vaticano si corresse “Hitler fece sterminare 6 milioni di ebrei ad Auschwitz- Birkenau e in altri campi analoghi”. La correzione, rara in un papa, è un gesto apprezzabile, specie per gli ebrei che nelle quotidiane benedizioni della mattina ringraziano Dio per il dono del ripensamento (ma anche per l’intelligenza che, come vediamo, spesso manca anche in persone di alto potere).
Il 12 maggio 2008, in occasione delle presentazione delle credenziali di Mordechay Lewy, nuovo ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, il papa ha detto di ritenere Israele responsabile del “declino allarmante della popolazione cristiana in Medio Oriente” (in Israele la popolazione cristiana è stabile, la forte emigrazione è dai territori palestinesi); ha accusato Israele per l’eccesso di difesa ma senza dire una parola sul terrorismo subito e chiedendo al solo Israele di assumersi la soluzione di due stati sovrani e indipendenti fianco a fianco. E infine “le trattative su questioni economiche e fiscali”, oltre ai “visti per collaboratori della Chiesa”, cosa quanto mai pericolosa perché la Chiesa vuole portare in Erez Israel preti dai paesi arabi, per cui sono richiesti grossi controlli di sicurezza.Domenica 19 aprile 2009, il papa, parlando da piazza san Pietro diede il suo pieno sostegno alla conferenza di Ginevra contro il razzismo e la xenofobia, e parlò di paesi vittima del terrorismo escludendo dall’elenco Israele. L’8 maggio 2009 il papa arriva in visita ufficiale in Giordania e fra l’11 e il 15 maggio visita Israele e l’Autorità palestinese. Verrà evitato accuratamente per tutta la durata della visita di chiamare Israele col suo nome utilizzando il termine improprio Terra Santa. Visitando Yad Vashem il papa tiene una lezione biblica sull’importanza del nome di ogni vittima (yad vashem = ricordo di ogni nome) . Ma il direttore di Yad Vashem è deluso perché si aspettava una forte condanna del nazismo. Per ultimo, ma solo in ordine di tempo, l’accelerazione decisa per la beatificazione di Pio XII. Le beatificazioni sono una questione interna alla Chiesa, anche se alcune di queste hanno importanza anche per altri, in questo caso gli ebrei, poiché se c’è un dialogo in corso è evidente che verrebbe troncato se Pio XII diventasse beato e successivamente santo. L’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede Mordechay Lewy ha ribadito che in seno alla Chiesa persiste l’antigiudaismo e non tutti hanno accettato l’enciclica Nostra Aetate. Quanto alla supposta rete di aiuti avviata da Pio XII, permangono dubbi. Aiuti dati segretamente da religiosi sono indubbiamente esistiti, e la prova è che alti gradi della Chiesa hanno contribuito a sllvare gli ebrei, come ad esempio a Firenze e a Genova, mentre in altre località, come a Venezia, il patriarca era in sintonia con i nazisti. Quindi se ci fosse stata una posizione chiara e netta di Pio XII probabilmente sarebbe stata la stessa per tutti.
Tiziana Ficacci – www.nogod.it
5/1/10 – Pio XII http://www.nessundio.net/blog/2010/01/05/3336/
11/1/10 – Benedetto XVII in sinagoga http://www.nessundio.net/blog/2010/01/10/3394/
11/5/09 – Terrasanta http://www.nessundio.net/blog/2009/05/11/1636/
18/5/09 – Ripensamenti http://www.nessundio.net/blog/2009/05/17/1674/

http://www.gherush92.com/news_it.asp?tipo=A&id=2935
http://www.corriere.it/cronache/10_gennaio_14/papa-visita-sinagoga-roma-rabbino-laras-negativa_4c54b5f0-010e-11df-9901-00144f02aabe.shtml
“Et ecce gaudium Gli ebrei romani e la cerimonia di insediamento dei pontefici” inaugurazione della mostra realizzata in occasione della visita del Pontefice Benedetto XVI Lunedì 18 gennaio 2010 – 4 shevat 5770 alle ore 18.00 Museo Ebraico di RomaLungotevere Cenci (Sinagoga), Roma Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia, Giancarlo Spizzichino Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma-ASCERLungotevere Cenci (Tempio)-00186 RomaTel/Fax0668400663
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=6&sez=120&id=32866
http://www.repubblica.it/esteri/2010/01/14/news/papa_sinagoga_laras-1947990/
http://www.repubblica.it/esteri/2010/01/15/news/pio_xii_documento-1953994/
Gheruh92 Committee for Human Rights
CONFERENZA STAMPA
Domenica 17, ore 10,30
Ristorante Yotvata, Piazza Cenci, 70 Roma
COMUNICATO STAMPA
LA VISITA DEL PAPA: UNA VISITA REVISIONISTA
Nonostante le aspre polemiche, le vivaci e le accorate proteste che segnalano insanabili contraddizioni, irriducibili contrasti e conflitti mai risolti, si darà corso alla visita del papa in sinagoga, ormai un umiliante baraccone mediatico. Se da una parte appaiono sempre più evidenti le ragioni dell’opportunismo e del presenzialismo di un esiguo numero di personalità politiche, non è chiaro quale sarà il reale vantaggio per gli ebrei e per l’ebraismo nel voler dar seguito alla visita.
La visita del papa in sinagoga è una visita revisionista, da parte di un pontefice che da anni sta tentando di riscrivere la storia della persecuzione ebraica occultando le responsabilità e i responsabili del cristianesimo. In tale contesto rientra l’accelerazione del processo di beatificazione di Pio XII e l’elogio del suo silenzio sulla Shoah.
Con la visita si cerca il placet dell’ebraismo per affrancare definitivamente il cristianesimo dall’antisemitismo e quindi dalle responsabilità e dai delitti del passato e del presente. Il nazismo proviene direttamente dal cristianesimo.
La manomissione della memoria è una violazione dei diritti umani di tutte le vittime, pertanto la visita del papa in sinagoga è un’offesa agli ebrei, ai rom, agli omosessuali, ai popoli indigeni, ai disabili, alle donne e a tutti coloro che sono stati massacrati nella Shoah e nel corso dei secoli dal cristianesimo.
Gherush92 si mobilita, a livello nazionale e internazionale, per ripristinare la verità e la memoria storica delle vittime dell’antisemitismo e del razzismo attraverso la ricostruzione della storia documentale delle persecuzioni razziali e della schiavitù. Gherush92 propone di trasformare il controproducente dialogo religioso in un negoziato nel quale si chieda alla chiesa la riparazione per i crimini commessi contro gli ebrei nel corso della storia e sia fugata ogni ipotesi, anche surrettizia, di evangelizzazione. Al più presto organizzerà la conferenza dal titolo “Dalla croce alla Shoah”.
Gherush92 Committe for Human Righs
email gherush92@gherush92.com
Rivka cell 339 8650580 ; Mario cell 335 483798
http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=999920&sez=120&id=32879
Dialogo – I rabbini, i media e gli imbarazzi immaginari
E’ buffo vedere come i grandi mezzi di comunicazione percepiscano talvolta in maniera distorta l’abituale varietà di opinioni e di interpretazioni che il mondo ebraico esprime tutti i giorni.
Alcune dichiarazioni di chi annunciava la sua volontà di non essere presente allo storico incontro alla sinagoga di Roma, sono state così orecchiate come un fattore di debolezza, di divisione del mondo ebraico italiano. E il giornalismo italiano, che come è noto resta spesso un giornalismo “a tesi”, pur di farlo dimentica come le istituzioni degli ebrei italiani eleggano democraticamente i propri organi di governo e scelgano democraticamente i propri rabbini. Se chi ha la responsabilità di rappresentare gli ebrei italiani non è funzionale a questo o a quello, non si esita così a ricorrere agli “ex”, sempre liberissimi, ovviamente, di esprimere le proprie opinioni personali.
Servirebbe qualcuno disposto a spiegare che l’Assemblea rabbinica italiana non è la Conferenza episcopale italiana. Che i rabbini non sono sacerdoti, ma derivano la loro autorevolezza dalle loro conoscenze e dalle realtà che li riconoscono. Che le diverse interpretazioni che i nostri rabbini sono capaci di donarci sono da sempre considerate un patrimonio di ricchezza e di stimolo. Non certo un motivo di imbarazzo.
Per questo, si rassegnino i giornalisti, non ci saranno scomuniche. E non sarà un antipapa, e nemmeno un vescovo, ad accogliere Benedetto XVI. Ma solo un un medico, uno studioso, un giudice, un Maestro. Sarà un normale cittadino ad attenderlo sulla soglia. Un normale cittadino fino al momento di ammantarsi del Talled ultracentenario che rappresenta il simbolo della più antica realtà ebraica della Diaspora.
Per questo non possono esistere, in certi casi, assenze ingiustificate. Ma solo storici appuntamenti che si rischia di mancare.
gv
Grazie nogod per questa utile sintesi
OTTIMO
“Com’è possibile che alla fine del 1943 il papa e i più alti dignitari della Chiesa si augurassero ancora una resistenza vittoriosa ad Est e sembrassero quindi accettare implicitamente il mantenimento, sia pure temporaneo, di tutta la macchina di sterminio nazista? Come spiegare le manifestazioni di particolare predilezione che il pontefice continuava a prodigare ai tedeschi, persino nel 1943, pur conoscendo la natura del regime hitleriano? ”Sono le due domande con cui lo storico del nazismo Saul Friedländer, chiude il suo libro ”Pio XII e il Terzo Reich” (Feltrinelli, 1965, p. 211). Chiarendo preliminarmente che la questione della beatificazione di chicchessia riguarda esclusivamente l’agenzia che la promuove ed è un procedimento volto a sottolineare l’esemplarità, di quella vita dal punto di vista del dogma e dell’adesione alla dottrina, e dunque dichiarato che la beatificazione non è un atto diplomatico, né si preoccupa dei guasti diplomatici che può produrre, queste due domande restano ancora oggi inevase. Continueranno ad esserlo anche stasera.
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