Archivio di novembre 2009

Agorà, un film che nessuno deve vedere in Italia.

martedì, 24 novembre 2009

Abbiamo già segnalato su questo sito il caso clamoroso di un film molto bello, presentato al Festival di Cannes quest’anno, dedicato alla straordinaria figura di Ipazia, la filosofa-matematica fatta torturare e assassinare dal vescoco di Alessandria nel IV secolo perchè pagana. Un nostro cortese lettore ci segnala di nuovo questo clamoroso caso di “oscuramento” di un film pericoloso per i gerarchi della SS vaticana dal momento che dimostra ampiamente i metodi feroci utilizzati fin dall’inizio per eliminare quanti non si assoggettavano alla versione cristiana della Menzogna Globale .

23/11/09
Gent.mo sig. Vallocchia,

Vorrei richiamare la Sua attenzione sul misterioso  caso del film Agorà dedicato alla scienziata Ipazia  di cui lei certamente conosce la storia.
Il film, un kolossal  storico, è già uscito in Spagna ed è stato programmato in tutti paesi tranne che in Italia. Anche su internet in vari siti si parla apertamente di censura organizzata dalla Chiesa Cattolica per impedire che il film, in cui evidentemente il loro San Cirillo e i  miseri cristiani del tempo non fanno proprio una bella
figura, venga mostrato nei cinema italiani. Questo film infatti, a mio avviso, per la Chiesa è molto più
pericoloso di Angeli e  Demoni in quanto quest’ultimo era solo fiction. Ma qui in Agorà si parla di Storia, dei veri metodi con cui il cristianesimo ha conquistato il potere, del tipo di personaggi su cui ha fatto presa. Nè rivela la vera natura plebea e infantile. Sono anch’io convinto che il Vaticano, “immanicato” col governo e il
mondo industriale, abbia cambiato strategia nei confronti dei film scomodi e abbia optato per una censura silenziosa in modo da non attirare  ulteriore attenzione sul film. Semplicemente i diritti non sono stati acquistati e come può vedere su www.comingsoon.it il film non è in programma fino  a maggio 2010….
Vorrei sapere se ne sa qualcosa e se non intende parlarne sul sito.
Cordiali saluti.
A.P.

La bomba demografica.

martedì, 24 novembre 2009

E’ regolarmente ignorata dai burocrati che campano lautamente grazie ai fondi dell’ONU, i quali evitano accuratamente di proporre misure per contrastare la crescita indiscriminata delle nascite. Ma il fenomeno viene anche ignorato da insospettabili organizzazioni culturali, come ad esempio il TCI – Touring Club Italiano, che nell’ Agendina omaggio che fornisce ai soci ogni anno continua a mantenere praticamente invariati da dieci anni i dati relativi agli abitanti di alcuni dei paesi maggiormmente interessati alla crescita demografica. Forse è il caso farglielo notare da qui  http://www.touringclub.it/contatti/
Potete telefonare o scrivere.

La notizia ci è stata segnalata dal nostro amico L:F

Lunedì 23 novembre 2009 alle 20:22 da Marcus:

> Risultati? Esplosione demografica non riconosciuta e non presa sul serio,
> che sta portando alla rovina il mondo.

Non so quanti di noi siano iscritti al TCI (Touring Club Italiano).
I soci del TCI hanno molta fiducia in quello che viene riportato nelle agendine che vengono pubblicate ogni anno e fanno parte del pacco-soci.
Ad esse viene attribuita autorevolezza così come, in genere, nelle altre pubblicazioni edite dal Touring.
Vi ricopio velocemente un esempio:
Nigeria, agendina 2001 abitanti 117.897.000
Nigeria, agendina 2002 abitanti 117.897.000
Nigeria, agendina 2003 abitanti 111.506.000
Nigeria, agendina 2004 abitanti 111.506.000
Nigeria, agendina 2005 abitanti 114.628.000
Nigeria, agendina 2006 abitanti 114.628.000
Nigeria, agendina 2007 abitanti 114.628.000
Nigeria, agendina 2008 abitanti 114.628.000
Nigeria, agendina 2009 abitanti 114.628.000
Nigeria, agendina 2010 abitanti  114.628.000
La stessa cosa si ripete per la maggioranza degli stati.
Ho anche scritto una lettera di protesta direttamente ai probiviri parecchi mesi fa in modo che potessero intervenire nei confronti di chi lavora (?) così male.
Non mi hanno degnato di una risposta.
Ciao
Gigi

L’Iran mostra i muscoli a Israele,

martedì, 24 novembre 2009

e minaccia sfracelli se verrà attaccato. La parata militare dell’altroieri a Teheran ha arricchito di immagini bellicose l’ormai tradizionale scontro verbale e diplomatico della teocrazia iraniana con Gerusalemme. Ma stavolta Ahmadinejad, la voce degli ayatollah, aggiunge una fatica libraria che a qualcuno ha ricordato il “Mein Kampf” di Hitler.

Il “Mein Kampf ” di Ahmadinejad da non sottovalutare
Prima che Israele diventi il nuovo ghetto

di Giordano Masini
È stato pubblicato il nuovo Mein Kampf. In Iran.Tra il 1925 e il 1926 Adolf Hitler pubblicò un libro dal titolo Mein Kampf (la mia battaglia). L’aveva scritto nel 1924, quando era detenuto nel carcere di Landsberg Am Lech, dopo il suo tentativo fallito di colpo di stato a Monaco. Nella “bibbia del nazismo” (così veniva spesso chiamato) era contenuto per filo e per segno il programma di Adolf Hitler, dalla necessità di espansione territoriale della Germania, alla superiorità della razza ariana, allo sterminio del popolo ebraico. Nulla di quanto avvenne dopo non era stato già scritto su quelle pagine.

Il libro ebbe una popolarità straordinaria. Soltanto prima dell’ascesa al potere di Hitler ne furono vendute più di 270mila copie, passate subito dopo a un milione e mezzo, fino a raggiungere i dodici milioni complessivi. Ne veniva regalata una copia a ogni giovane coppia che convolava a nozze. Il numero di copie vendute e le numerose traduzioni (ne ho a casa una del 1934 edita da Bompiani) dimostrano quanto diffusa fosse in Germania e in Europa la conoscenza del programma politico di Hitler ben prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.

Eppure, nel 1938, tornando dalla famosa conferenza di Monaco, i primi ministri britannico e francese Chamberlain e Daladier dichiararono di aver «portato la pace nel nostro tempo» firmando un trattato che concedeva alla Germania hitleriana di occupare parte del territorio cecoslovacco e dando, di fatto, inizio alle danze.

Oggi, grazie al lavoro di Giulio Meotti de Il Foglio e della fondazione francese Projet Aladin, veniamo a sapere che è stata appena pubblicata l’ultima fatica letteraria del presidente iraniano. Il suo titolo non lascia molto spazio all’immaginazione: Disintegrazione del mito dell’Olocausto, le idee e i pensieri del dottor Mahmoud Ahmadinejad.

Sembra che l’opera, di cui si conoscono ancora solo pochissimi passaggi, sia divisa in otto capitoli: “Le dimensioni globali della questione palestinese”, “L’obiettivo dietro la creazione del regime sionista”, “La Palestina agli occhi delle potenze mondiali”, “La rivoluzione islamica in Iran e il dovere di sostenere la liberazione di al Quds (Gerusalemme)”, “Il sionismo oggi”, “Il Libano e la felice conclusione dell’aggressione sionista” e “Il regime sionista sulla strada della disintegrazione”. In essa Ahmadinejad rivendica di aver portato al centro del dibattito la questione palestinese: «La creazione del regime d’Israele nella storica e islamica patria della Palestina non è una questione che possa essere abbandonata all’oblio sotto il pretesto dei negoziati multilaterali» e cerca di negare la Shoah per negare la legittimità di Israele a esistere «una lettura nuova del falso mito dell’Olocausto e di come questo sia legato alla creazione del falso regime di Israele».

Nulla di nuovo, in realtà, da parte di un “presidente” che già da tempo ha auspicato la sparizione di Israele dalle mappe, e che si sta armando per raggiungere questo obbiettivo. Nulla di nuovo per chi ha orecchie per ascoltare e occhi per leggere. E un pizzico di memoria.

Dopo la guerra si è discusso a lungo su quanto era costato all’Europa e all’Occidente non aver preso sul serio il Mein Kampf, e non aver fermato Hitler finché c’era tempo per farlo. Oggi, prima che la terra di Israele si trasformi nel nuovo ghetto di Varsavia le cui fiamme potrebbero forse lambire le nostre coscienze tranquille, sarebbe forse il caso di tirare le somme.

Tempo fa il regime iraniano ha premiato una vignetta satirica. In essa si vede Anna Frank a letto con Hitler. Il dittatore tedesco, abusando di lei, le dice: «Racconta questo nel tuo diario». Noi cosa racconteremo?


22 novembre 2009

Incredibile Rutelli !

lunedì, 23 novembre 2009

Pretende che la cittadinanza venga concessa solo a chi giura di tenere separata la fede dallo Stato. E allora cominci a giurare lui, cazzo !

Da il Riformista

Immigrati/Rutelli:Cittadinanza a chi tiene separati credo e Stato

“Non basta un riferimento generale ai principi costituzionali”

Roma, 23 nov. (Apcom) – Una nuova legge sulla cittadinanza “deve contenere l’obbligo per chi voglia diventare italiano, o voglia ottenere il diritto di voto, di una dichiarazione-giuramento che coinvolga anche la separazione tra religione e Stato. Non basta un riferimento generale ai principi costituzionali”. Lo spiega l’ex presidente del Copasir Francesco Rutelli in un’intervista al Corriere della Sera. Quello “sarebbe un momento simbolico alto, perchè dobbiamo sposare l’Islam moderato e valutare a fondo la larga parte di Islam che esclude laicità e pluralismo, un nucleo sostanzialmente estraneo alla democrazia. Ma so – prosegue Rutelli – che la cittadinanza deve accompagnare l’integrazione, sulla strada aperta dai ministri Pisanu e Amato. Cittadinanza in Italia deve significare anche uguaglianza tra uomo e donna. La dignitaà della donna è un punto di diversità fondamentale rispetto all’Islam. Gli anni di attesa si possono ridurre, ma il criterio dell’anzianità non soddisfa. Vanno introdotti anche criteri ‘qualitativi’”.

23/11/09 – Amori e disamori

lunedì, 23 novembre 2009

Fai le cose che sai fare e falle meglio che puoi, il resto linkalo (Jeff Jarvis)
Marcello Marchesi raccontava di un tale che affogò perché si vergognava a gridare aiuto

La delusione (dell’intero mondo politico, della presidente di Confindustria, di Pippo Baudo, di Platinette…) per la mancata nomina dell’italiano Massimino D’Alema al vertice della politica estera europea, dovrebbe lasciare il posto ad una riflessione meno emotiva e un po’ più politica.
Si può comprendere la dietrologia dei primi giorni che addossava al nostro premier un suo disimpegno, ma solo chi non ha idea di come funziona Bruxelles può continuare a sostenerlo. Berlusconi, dopo il goffo tentativo di imporre Mauro (pdl) alla presidenza del parlamento Ue – incarico che era riservato alla Polonia e che solo un presuntuoso errore di calcolo dovuto all’incompetenza o del premier o dei suoi consiglieri ha provocato – in questo frangente si è mosso con passo felpato e secondo le regole. Il gruppo Pse, soprattutto Schulz e Rasmussen, aveva chiesto la disponibilità a D’Alema per la candidatura a Mister Pesc, il governo italiano ha dato la sua apertura a sostenerlo con dichiarazioni reiterate del ministro degli Esteri Frattini. Per Roberto Gualtieri, eurodeputato di fede dalemiana, i socialisti europei hanno dimostrato la loro debolezza e la subalternità alla signora Merkel, in particolare Schultz che non ha opposto resistenza quando è saltata la candidatura italiana. Tutta colpa del Pse dunque? Certamente il gruppo ha dimostrato di essere secondo ai governi, ma non ci si può illudere che sia passata inosservata la sceneggiata dell’adesione del Pd al Pse ed è più che probabile che il Pd abbia pagato il prezzo dell’indecisione sull’affiliazione internazionale. Per il senatore Nicola Latorre, alter ego di Massimino (ma molto più fascinoso), nel gruppo Pse hanno prevalso scelte nazionaliste. Dice il senatore : “il traguardo del Pse deve essere la costruzione dell’Europa politica, se invece il Pse resta fermo ai riformismi nazionali allora sorge un problema e noi del Pd dobbiamo affrontarlo”. Auguri.
Onde evitare gli alti lai di chi trova politicamente scorretto che in queste righe non ci siano i soliti insulti al premier, rimedio subito ricordando che Berlusconi si trova bene con Putin e Gheddafi e che, pare sembra si dice, presto rincontrerà il presidente bielorusso già accolto a palazzo Grazioli in occasione della sua visita, qualche mese fa, al teocrate vaticano.
Francamente odioso invece l’atteggiamento della stampa e dei politici italiani sulle nomine di basso profilo. Se è vero che sarebbe stato molto meglio per l’Europa avere rappresentanti che dessero l’idea che l’Ue comprende il nuovo ordine mondiale, la scelta diversa non significa che il belga Van Rompuy e la britannica lady Ashton siano privi di talento.
Il presidente belga potrebbe essere in grado di costruire consenso tra i 27 anche se certamente vederlo a tu per tu con il presidente americano piuttosto che cinese sembra difficile. Più di lui conterà però Catherine Ashton: intanto controllerà un budget multimiliardario e uno staff di migliaia di persone disseminate nel mondo, e certamente i suoi studi prestigiosissimi nella London School of Economics, il suo passato semirivoluzionario (addirittura attenzionata dai servizi britannici), il suo interesse all’educazione (sottosegretaria all’’istruzione), al sociale, alle minoranze e in particolar modo ai diritti degli omosessuali, saranno utili nel momento in cui dovrà sintetizzare la posizione dei 27.
Quel che è certo è che oggi nell’Unione, come nella Fattoria di Orwell, tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri. E al resto del mondo difficilmente questo è sfuggito.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Su questo argomento vedi anche :

3/11/09 – Mr. Europe
http://www.thefrontpage.it/?p=799
http://www.cronachelaiche.it/2009/11/d%e2%80%99alema-non-sara-ministro-degli-esteri-dell%e2%80%99unione-europea/

Monsignor Ravasi nell’occhio di bue.

domenica, 22 novembre 2009

In gergo teatrale si chiama “occhio di bue” il fascio di luce intensissimo che, nel buio, illumina l’ assolo del protagonista sul palcoscenico. E’ quello che metaforicamente è successo ieri nella Cappella Sistina, eletta a palcoscenico privilegiato per l’incontro del papa con 260 artisti di tutto il mondo, ma soprattutto italiani. L’evento è stato fortamente voluto, organizzato e diretto da Gianfranco Ravasi, monsignore in rapida ascesa nella nomenklatura vaticana, che rappresenta in qualche modo un’anomalia nel sistema di potere in seno alla curia. Infatti i gerarchi che contano nella SS vaticana sono da sempre i capi di qualche ordine religioso o consorteria cattolica, dotati comunque di due elementi costitutivi imprescindibili, un consistente seguito di massa e/o la movimentazione e la gestione di ingenti capitali. Dall’Opus Dei a Comunione e Liberazione, dai Gesuiti ai Salesiani, dalle Acli ai Focolarini, quelli che contano in Vaticano posseggono questi requisiti. Invece monsignor Ravasi, ricco soltanto di innegabile charme e riconosciuti meriti culturali, ha trovato la scorciatoia per arrampicarsi ai vertici della nomenklatura grazie a un intelligente lavoro di penetrazione nel mondo dell’arte. Con una particolare attenzione agli artisti dello spettacolo, quelli che tutti conoscono e riconoscono. E questi ieri l’hanno gratificato con una massiccia e qualificata presenza nella Cappella Sistina dove, dopo il consueto minestrone di aria fritta scodellato dal papa sul divino connubio fra arte e fede, hanno fatto ciò che -forse inconsapevolmente- erano stati chiamati a fare, il chorus line per Gianfranco Ravasi, leader ormai affermato di una personale e inconsueta lobby artistica. Applausi.

Qui la fonte della notizia papa-artisti.html da La Repubblica

ROMA - Duecentosessanta artisti nella Cappella Sistina, chiamati di fronte a Papa Benedetto XVI. Da Vadim Ananiev a Claudio Baglioni, da Roberto Vecchioni a Antonello Venditti, dal maestro Ennio Morricone a Marco Frisina, e poi Riccardo Cocciante, Andrea Bocelli. Una pletora di artisti prima in sfilata poi in chiesa, eppure i musicisti più applauditi al passaggio in via della Conciliazione, questa mattina, sono stati i Pooh. Ormai in pensione, e di nuovo insieme in Vaticano. Tra gli attori Raoul Bova, molto ben accolto tra urla e schiamazzi composti, e Claudio Amendola, Terence Hill e Maddalena Crippa, Anna Proclemer, Irene Papas, Monica Guerritore, Pamela Villoresi, Franco Nero e Arnoldo Foa. Tra i registi l’immancabile Franco Zeffirelli, Pupi Avati, Mario Monicelli, Marco Bellocchio, Nanni Moretti, Giuseppe Tornatore, Liliana Cavani e Kryzstof Zanussi e i fratelli Taviani. Tra i 260 c’erano anche ballerine di fama mondiale come Carla Fracci e Liliana Cosi, oltre ai registi teatrali come Maurizio Scaparro e Luca Ronconi. Tanti, puntuali, arrivati alle 11. L’arte nella Cappella Sistina per un incontro fortemente voluto dal presidente del pontificio consiglio della cultura, monsignor Gianfranco ravasi.

“Con grande gioia vi accolgo in questo luogo solenne e ricco di arte e di memorie. Rivolgo a tutti e a ciascuno il mio cordiale saluto, e vi ringrazio per aver accolto il mio invito”, ha detto Benedetto XVI dando il benvenuto agli artisti. “Con questo incontro – ha spiegato il Pontefice – desidero esprimere e rinnovare l’amicizia della Chiesa con il mondo dell’arte, un’amicizia consolidata nel tempo, poiché il Cristianesimo fin dalle sue origini, ha ben compreso il valore delle arti e ne ha utilizzato sapientemente i multiformi linguaggi per comunicare il suo immutabile messaggio di salvezza”.

Il primo a prendere la parola in Sistina per l’incontro tra il Papa e gli artisti è stato Sergio Castellitto che al micorfono ha letto alcuni brani della Lettera di Giovanni Paolo II agli artisti. La sua voce era emozionata quando ha detto: “L’arte continua a costituire una sorta di ponte verso la fede, un appello al mistero” per spiegare perché “la Chiesa ha bisogno degli artisti” e si domanda: “Anche gli artisti hanno bisogno della Chiesa?”.

Se non si lasciano illudere. Il Papa ammonisce. “Troppo spesso, la bellezza che viene propagandata è illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento e rende schiavi, privi di speranza e di gioia”, avverte il Pontefice. Parla di bellezza a chi bellezza cerca di creare. E per il Pontefice può essere “seducente ma ipocrita”, in grado di “ridestare la brama, la volontà di potere, di possesso, di sopraffazione sull’altro e che si trasforma, ben presto, nel suo contrario, assumendo i volti dell’oscenità, della trasgressione o della provocazione fine a se stessa”. C’è solo un tipo di bellezza. “L’autentica – ha ricordato Papa Ratzinger – schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’altro, verso l’oltre da sè. Se accettiamo che la bellezza ci tocchi intimamente, ci ferisca, ci apra gli occhi, allora riscopriamo la gioia della visione”. L’invito di Benedetto XVI agli artisti di tutto il mondo è stato quindi quello di “non aver paura”, di non temere il confronto con “la sorgente prima e ultima della bellezza”. Perché “la fede non toglie nulla al vostro genio, alla vostra arte, anzi li esalta e li nutre”, ha detto.

Al termine del suo discorso, dopo un lungo applauso che ha coinvolto anche i più laici tra i presenti, Benedetto XVI ha lasciato la Cappella Sistina, delegando all’arcivescovo Gianfranco Ravasi la consegna delle medaglie agli artisti. E l’arcivescovo, grande organizzatore dell’incontro di oggi, ha parlato, sorriso con ciascuno, scherzando con Lino Banfi, ascoltando con attenzione i commenti dei fratelli Taviani, complimentandosi con la Mazzantini per il recente premio Campiello e infine rivolgendosi con un divertito “Don Matteo” a un impettito ed elegante Terence Hill.

Guerre di religione.

domenica, 22 novembre 2009

Rischia di scoppiarne una in Russia, dove un pope ortodosso anti-islamico è stato assassinato brutalmente.

Da il Giornale.

Assassinio in chiesa a Mosca, dove nella tarda serata di giovedì un giovane parroco, Daniil Sisoiev, una sorta di Salman Rushdie russo noto per le sue crociate anti Islam, è stato freddato da tre colpi di pistola esplosi da uno sconosciuto con il volto nascosto da una mascherina anti influenza. Un delitto clamoroso, che rischia di ripercuotersi sui delicati rapporti tra la dominante Chiesa ortodossa e quella musulmana, seconda confessione in un Paese dove vive la più grande comunità islamica europea (20 milioni di fedeli). L’omicidio è l’ultimo di una lunga serie contro i preti ortodossi: 18 le vittime dal 1990. Sisoiev, 35 anni, sposato con tre figli e capo di una piccola chiesa nella periferia sud della capitale, si era fatto comunque molti nemici anche al di fuori del mondo islamico per la sua ostilità verso sette, movimenti occultisti, ultranazionalisti e nostalgici staliniani.
Il killer è entrato in chiesa verso le 23 e, dopo aver chiamato per nome il parroco per assicurarsi della sua identità, gli ha sparato a distanza ravvicinata. Poco prima il sacerdote aveva ricevuto una telefonata in cui un anonimo interlocutore gli aveva chiesto se sarebbe rimasto in chiesa anche in tarda serata. Sisoiev è morto durante il trasporto all’ospedale, dove è ancora ricoverato in condizioni stazionarie il suo maestro di coro Vladimir Strelbitski, colpito subito dopo di lui. «L’ipotesi principale è che dietro al delitto ci siano motivazioni religiose», hanno ammesso gli inquirenti. Il prete, un missionario con toni da crociata ma anche un teologo preparato, aveva denunciato sul suo blog e in una recente intervista a un quotidiano di aver ricevuto 14 minacce di morte («vogliono tagliarmi la testa») via mail e telefono, attribuendole agli islamici radicali. I nemici se li era fatti con la sua attività missionaria tra gli immigrati caucasici e asiatici, ma soprattutto predicando contro l’Islam, tanto che nel 2007 la co-presidente del consiglio dei muftì russi Nafigulla Ashirov l’aveva bollato come il «Salman Rushdie russo», mentre una giornalista, Khalida Khamidullina, l’aveva denunciato per istigazione all’odio religioso. Colpa anche dei suoi due libri, «Una risposta ortodossa all’Islam» e «Matrimonio con un musulmano», dove nega la compatibilità e il possibile dialogo tra Cristianesimo e Islam, definendo le rivelazioni di Maometto come opera del Diavolo e denunciando la condizione di sudditanza femminile nel mondo musulmano.
Sisoiev era stato preso di mira anche sui siti ultrapatriottici e non era ben visto dalle sette che avversava, come Testimoni di Geova, Avventisti, Rodnovers, neopagani slavi sui quali la polizia ha qualche sospetto.
(Il Giornale.it 21/11/2009)

A proposito di D’Alema.

domenica, 22 novembre 2009

Abbiamo pescato nelle mailing-list che frequentiamo abitualmente due feroci commenti sull’esclusione di D’Alema dalla leadership europea.

Da P.
Invece di mettersi a fare raffinate quanto improbabili congetture, non  sarebbe meglio, molto più onestamente, prendere atto che l’Europa non  conta un cazzo, che Berlusconi in Europa è un due di briscola che non  conta un cazzo e che D’Alema, al netto degli intrallazzi in patria, non  conta un cazzo. Prendiamo atto che Francia e Germania hanno deciso di tenersi il timone  della politica europea eleggendo, tra le tante, due teste di cazzo. La mancata elezione di D’Alema è per me una buona notizia. Dopo l’asse  Veltrusconi, ci mancava solo il D’Alusconi!!!
Saludos. P.

Deborah Fait
Molti ne hanno  scritto e continuo a leggere su internet commenti sull’esclusione di Massimo Dalemmah dal Parlamento europeo ma lasciatemi esultare  perche’ tra Dalemmah e me
esiste quasi un rapporto personale visto che ne ho scritto per anni  quando abbracciava Arafat, lo consolava, gli asciugava amorevolmente le lacrime di coccodrillo e la bava  quando stava al Mukata, quando amoreggiava con i boss peggiori dell’OLP,  di Fatah, poi di Hamas, e infine, ciliegiona sulla torta, la famosa passeggiata a Beirut a braccetto con un maggiorente di Hezbollah.

Ne ho scritto, quasi tra conati di vomito, quando lo sentivo esternare su Israele, contro Israele, a morte Israele, Israele Israele Israele l’ossessione di Dalemmah.
Ne ho scritto per anni, quando era premier, quando era ministro degli esteri, prima ancora quando era un semplice segretario di partito dall’aspetto di un barbiere e dagli occhi di ghiaccio, antipatico come i debiti.
Ricordo il suo antisemitismo portato con eleganza e menefreghismo, ricordo quanto l’ho detestato per aver rovinato, aiutato dai suoi compari della sinistra, non tutti ma tanti, l’animo degli italiani, per averlo avvelenato, per aver tollerato, con malcelata simpatia, le manifestazioni antisraeliane, antisemite fino al parossismo.
Tollerato? ma che dico, per averle appoggiate, per non aver mai detto parola, se non di simpatia e comprensione,  nel vedere bruciare le bandiere del paese da lui tanto odiato, per aver assistito col sorrisetto storto del “lei non sa chi sono io” a manifestazioni romane con gentaglia disumana travestita da kamikaze, e i cartelli su Israele che “deve essere distrutto” perche’?
Ma per far posto alla palestina rossa naturalmente.
Via gli ebrei fascisti, quelli che hanno costruito un paese dal nulla, che hanno creato i kibbuzim e gli Yishuvim, sti ebreacci fascisti che hanno una tale democrazia  che mai nessun israeliano , nemmeno durante gli anni del terrore, quando qui si saltava per aria, ha mai toccato un arabo israeliano che magari esultava per ognuno dei nostri morti e che spesso aiutava i terroristi.
Questi ebreacci che 65 anni fa hanno ricevuto dall’ONU un territorio che per il 65% era deserto eppure hanno detto “si, lo vogliamo, e’ casa , e’ Erez”.
E lui, il Dalemmah solo critiche e disprezzo, mai una parola di pieta’ per i morti israeliani, lui che definisce sempre “spedizioni punitive” le azioni di difesa israeliane dai terroristi e dai missili sparati in mezzo ai civili.
Lui, Dalemmah, e il suo leccamento degli arabi, il suo amore per i  terroristi, la sua amicizia sfegatata per Nemer Hammad, uno dei capoccetti messi al potere da Arafat, uno che ha sempre supportato il terrorismo, uno che dopo 40 anni in Italia, mantenuto alla grande dallo Stato Italiano, ancora non conosce la lingua del paese che lo ospita e lo finanzia.
Ricordo quando Israele supplicava l’Europa e l’Italia in particolare di isolare Arafat durante la guerra del terrore dichiarata dal terrorista il 29 settembre del 2000, ricordo la tragedia di quel periodo, ricordo la morte, il sangue, le esplosioni, i pezzi di corpi di cittadini israeliani che finivano fin sui balconi delle case, ricordo i bambini torturati , ammazzati e smembrati dai coraggiosi “guerriglieri” palestinesi, ricordo il linciaggio di Ramallah, i due riservisti israeliani torturati, fatti a pezzi, i crani svuotati, pezzi di fegato ancora caldo mangiato, si avete letto bene, mangiato dagli assassini,  gettati dalla finestra della stazione di polizia e infine resi poltiglia dalla folla assetata di sangue.
Sembra un fil dell’orrore?  la realta’ era infinitamente peggio eppure gente come Morgantini e Dalemmah ci sputavano addosso e accusavano noi di maltrattare i coraggiosi gurriglieri palestinesi e correvano a consolare il mandante dell’orrore: Arafat.
Ricordo i politici israeliani che cercavano di arginare il sostegno dato a queste bestie immonde da molti italiani, tra cui, appunto, la peggiore di tutti, l’ineffabile Morgantini, per fortuna scomparsa, e Dalemmah  che diceva col sorrisetto infame “E’ Israele il terrorista”.
Io ricordo tutto e mi viene ancora la pelle d’oca.
Ricordo tutto e faro’ in modo , scrivendo, che non sia dimenticato.
Tutto questo odio, tutto questo supporto a bestie feroci, a questi neonazisti palestinesi, non deve mai essere dimenticato perche’ i nostri morti  sono stati ammazzati anche colla complicita’ di qualche politico italiano.
Non so chi siano gli eletti dal Consiglio Europeo, al posto di Dalemmah e’ stata scelta la britannica Catherine Ashton. Non si sa chi sia  ma non illudiamoci,  ormai l’Europa e’ in mano all’islam e dobbiamo farcene una ragione, una triste ragione.
Per Israele i prossimi mesi, forse anni, non saranno una passeggiata, a guidare gli USA abbiamo Barak Obama e i suoi inchini servili al mondo mediorientale e orientale( ma lo avete visto piegarsi ad angolo acuto davanti all’Imperatore del Giappone? Penoso. Il Presidente degli Stati Uniti col deretano per aria!).
L’Europa e’ quasi tutta in mano a chi vuole la Sharia.
Hezbollah si sta riarmando colla benedizione delle truppe dell’ONU.
Hamas si prepara alla prossima guerra riempiendosi di missili e altre armi.
Ahmadinejad  esterna dall’Iran che ci vuole morti a noi sporchi e schifosi ebrei.
In Israele da gennaio ricomincera’ la distribuzione delle maschere antigas. Perche’?
Ce le hanno date nel 1991 perche’ Saddam Hussein, tra i gridolini di gioia di Arafat, aveva minacciato di gasarci.
Ce le hanno ridate nel 2000 perche’ ancora Saddam Hussein ci minacciava.
Mio nipote l’ha ricevuta dall’ospedale , al posto del talco per neonati, all’eta’ di tre giorni di vita.
Una culla intera antigas.
Adesso ce le ridanno.
Perche’?
Tra i tanti  che ci vogliono morti , chi ci minaccia di piu’?
Forza fatevi sotto, noi siamo qua.
Tra le varie tragedie di Israele presenti passate e future c’e’ almeno una piccola grande gioia:  Dalemmah ha perso il posto, non potra’ piu’ nuocere.
Basta.
Deborah Fait

L’imbroglio FAO.

domenica, 22 novembre 2009

E’ finita la grande kermesse romana del Vertice da cui si sono tenute lontane le primedonne (Obama, Merkel, Sarkozy, Brown, ecc,), ma non B16, che però è una primadonna solo per i media italiani e per gli zuavi pontifici che presidiano il Parlamento. Invece hanno brillato le attricette di varietà e le ballerine del chorus line, e le “dittarici” come Tiziana Ficacci ha soprannominato le mogli dei dittatorelli che hanno arricchito i negozianti di Via Condotti. LEGGI http://www.nessundio.net/blog/2009/11/18/2996/

Come epilogo dello squallido spettacolo (che ha ignorato la bomba demografica e il controllo delle nascite come unico rimedio per non far nascere un altro miliardo di disgraziati destinati a morire di fame) vi proponiamo due commenti illuminanti.

Orrore al vertice FAO
da Luca Pardi

Il papa e tutti gli altri (incluso il nostro amico Mario Ferrandi che crede nella regolazione genetica delle nascite) devono accettare di affrontare il tema della sovrappopolazione umana: controllo delle nascite, programmazione familiare, educazione alla salute sessuale e riproduttiva. Interrompere la propaganda natalista che i preti in tonaca di qualsiasi religione e quelli in giacca e cravatta delle school of economics, propinano direttamente o indirettamente, interropere il più rapidamente possibile il trend di crescita demografica dei poveri e incoraggiare quello di decrescita gia iniziato dei ricchi, in cambio di una migliore redistribuzione delle risorse (che poi basterebbe lasciarle dove sono). Propaganda a favore dei metodi anticoncezionali e loro diffusione gratis per chi li vuole. Propaganda sul “valore” della famiglia piccola. Interrompere il flusso di melassa retorica sulle famiglie numerose e su come sono belli molti bambini e come è triste la società invecchiata. E’ più triste una società con molti bambini che muoiono di fame e di
malattie ad essa collegate. Quello che si deve fare è affrontare è il tabù, in versione aggiornata e corretta, affrontato da Malthus più di due secoli fa. La sostenibilità è un problema di popolazione oltre che di consumi. I ricchi devono, e sottolineo il devono, rinunciare alla bulimia consumistica in cambio di una riduzione della natalità dei poveri. Senza questo ci saranno solo sangue, sudore e lacrime per tutti. Anche per i preti in tonaca e in giacca e cravatta.

Da il Velino
Luca Ponzi

Una grande kermesse, quella di Roma, ma al di là degli appelli e delle nobili dicharazioni (di intenti) c’è un mostro insaziabile che macina un smisurata quantità denaro soprattutto per alimentare … sè stesso. Qualche cifra che dovrebbe far meditare, soprattutto chi lancia facili accuse.

Appelli e promesse; il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, che evoca la cifra di 44 miliardi di dollari l’anno per sconfiggere la fame nel mondo; gli aiuti alle banche, le speculazioni, i consumi e gli sprechi nei Paesi ricchi oggetto del biasimo internazionale e “papale”. Ma a quanto ammonta il budget della Fao e come viene speso? Si parla abbastanza dell’efficacia dell’attuale modello di aiuti, o delle terribili responsabilità di regimi corrotti e criminali, di capi di Stato che affamano i loro popoli e vengono accolti con tutti gli onori ai vertici Fao? Basti per tutti l’esempio di Mugabe, il dittatore dello Zimbabwe che ha trasformato l’ex Rhodesia del Sud, uno dei “granai d’Africa”, in una terra di fame, miseria e malattia. Dal bilancio di previsione per il biennio 2008-2009 risulta che la Fao ha potuto contare su un budget di 929 milioni 800mila dollari (1,8 miliardi complessivi considerando anche le donazioni private). Tuttavia, circa la metà delle sue risorse se ne va in costi di struttura, stimava ottimisticamente nel 2007 una commissione di valutazione esterna incaricata dalla direzione generale, certificando così l’inefficienza dell’organizzazione. Ma si stima che le spese “operative”, quelle effettivamente destinate ad aiutare le popolazioni vittime della fame nel mondo, possano ammontare addirittura a molto meno della metà, forse solo ad un terzo del bilancio.

Difficile stabilirlo con certezza. Dei 930 milioni garantiti alla Fao dai 191 stati membri, circa 248 milioni di dollari, il 27 per cento, risultano dedicati ai programmi, alla voce “sistemi sostenibili di alimentazione e agricoltura”. Di questi, tuttavia, 21 milioni vengono spesi nella “gestione” dei programmi (quasi quanto l’intera voce “nutrizione e protezione del consumatore”, cui sono destinati 25 milioni 453mila dollari), nonostante nel bilancio già compaia una voce a se stante “gestione e supervisione”, la parte amministrativa, per un ammontare di 126 milioni di dollari. Un altro 25 per cento di risorse è destinato ai programmi decentralizzati e alla cooperazione con le Nazioni Unite, ma anche sotto questa seconda voce “operativa” del bilancio, accanto ai 70 milioni dedicati al capitolo “sicurezza alimentare, riduzione della povertà e programmi di cooperazione allo sviluppo” troviamo le immancabili spese di “gestione”. Per la sola “coordinazione dei servizi decentralizzati” 23 milioni di dollari. Per la sua “governance” la Fao spende 21 milioni di dollari, di cui oltre 9 se li “mangia” l’ufficio del direttore generale, mentre tutto ciò che serve ad elaborare i programmi – l’acquisizione e lo scambio di informazioni, studi, analisi e statistiche, la promozione e la comunicazione, fino all’”information technology” – costa 220 milioni di dollari. Per fare qualche esempio, le statistiche sull’agricoltura quasi 13 milioni, la comunicazione 19. Tra gli uffici decentrati, la sede più costosa è quella di Bangkok per l’Asia, quasi 19 milioni di dollari, ma ci sono anche quelle di Santiago, in America Latina, e di Accra, in Africa (12 e 11 milioni). Per non parlare dei costi per il personale e i meeting: oltre 200 milioni. Dei 4 mila funzionari della Fao, la metà sono a Roma a godersi gli stipendi da 8 mila euro al mese esentasse.


L’impressione, dunque, è che la cosiddetta spesa “operativa”, per programmi concreti contro la fame nel mondo, non raggiunga la metà del bilancio della Fao, mentre ben più della metà venga assorbito da una burocrazia dalle dimensioni elefantiache e inefficiente. E’ quanto certificava nel 2007 la Commissione Christoffersen: “In molti uffici i costi amministrativi sono superiori ai costi del programma”. Nel rapporto si legge che la burocrazia della Fao è “molto costosa e farraginosa e si caratterizza per un elevato livello di sovrapposizione e di duplicazione degli sforzi”, e inoltre ha difficoltà a “identificare le vere priorità”. Nonostante quanto si spende per “coordinare”, nel rapporto si osserva che “le relazioni tra le attività sul campo e la sede sono gravemente frammentate”. Problemi che pongono la Fao in uno stato di “crisi” che “mette in pericolo il suo futuro”, concludeva la Commissione Christoffersen invocando una riforma urgente. Nonostante tutti gli sforzi e le somme spese, secondo Robert Paarlberg, autore di “Starved for Science: How Biotechnology Is Being Kept Out of Africa”, oggi gli agricoltori africani producono, su base procapite, il 19 per cento in meno rispetto al 1970. E’ così in quasi tutta l’Africa sub sahariana e le altre variabili (conflitti etnici, dittature, corruzione, inflazione, Aids, accesso ai mercati, aiuti dall’estero) sono quasi insignificanti. La produzione è stagnante perché non sarebbero arrivati i progressi tecnologici: sementi migliorate, fertilizzanti chimici, corrente elettrica, irrigazione. Chi doveva promuoverli?

Federico Punzi Il Velino

Gran paraculi.

venerdì, 20 novembre 2009

I preti-padroni riescono a farsi dare la gestione anche dei corsi preparatori ai matrimoni civili. E riescono addirittura a infiltrarsi nelle Sale del Commiato laiche per imporre le loro stregonerie anche a chi non non vuole il funerale in chiesa. Insomma, ti devono ficcare il crocifisso….dappertutto, anche dopo morto. Segnalazione di Giacomo Grippa dell’UAAR di Lecce.

Il Comune di Lecce per il secondo anno ha patrocinato corsi di preparazione ai matrimoni civili.
Il bello è che i corsisti saranno seguiti da esponenti del centro “Le Sorgenti”, una filiazione della Comunità Emmanuel, una potente organizzazione  che fa capo ai gesuiti.
“Tengo a precisare” – ha affermato la responsabile Anna Rita Capozza Chiari – che non c’è assolutamente concorrenza con i corsi di preparazione al rito religioso, passando poi ad elòencare tutte le problematiche e le discipline di riferimento  che saranno approfondite con i nubendi.(Corriere del Mezzogiorno del 29,9,09).
A fine-corso ai partecipanti, in un incontro allargato ai rispettivi genitori, sarà donata una pergamena, quasi una garanzia per un legame non reciso con la fede, a beneficio, non c’è da escluderlo, della stessa onlus.
Da informazioni assunte sembra che l’ente locale non abbia concesso alcuna contribuzione, ma solo, come credito o accredito civile, per “Le sorgenti”, il semplice patrociDio.
L’operazione o la simbiosi fra Amministrazione e chiesa non è diversa dal caso dall’inaugurazione, al nord, di una sala comunale del commiato per i funerali civili, con la immancabile benedizione del prete.
Se in futuro diventassero tutti atei o agnostici la chiesa continuerebbe a riproporsi, in forza di un Cristo, primo laico, ma anche primo ateo, abbandonato da un padre che si era illuso esistesse.

Giacomo Grippa Uaar circolo di Lecce