E’ finita la grande kermesse romana del Vertice da cui si sono tenute lontane le primedonne (Obama, Merkel, Sarkozy, Brown, ecc,), ma non B16, che però è una primadonna solo per i media italiani e per gli zuavi pontifici che presidiano il Parlamento. Invece hanno brillato le attricette di varietà e le ballerine del chorus line, e le “dittarici” come Tiziana Ficacci ha soprannominato le mogli dei dittatorelli che hanno arricchito i negozianti di Via Condotti. LEGGI http://www.nessundio.net/blog/2009/11/18/2996/
Come epilogo dello squallido spettacolo (che ha ignorato la bomba demografica e il controllo delle nascite come unico rimedio per non far nascere un altro miliardo di disgraziati destinati a morire di fame) vi proponiamo due commenti illuminanti.
Orrore al vertice FAO
da Luca Pardi
Il papa e tutti gli altri (incluso il nostro amico Mario Ferrandi che crede nella regolazione genetica delle nascite) devono accettare di affrontare il tema della sovrappopolazione umana: controllo delle nascite, programmazione familiare, educazione alla salute sessuale e riproduttiva. Interrompere la propaganda natalista che i preti in tonaca di qualsiasi religione e quelli in giacca e cravatta delle school of economics, propinano direttamente o indirettamente, interropere il più rapidamente possibile il trend di crescita demografica dei poveri e incoraggiare quello di decrescita gia iniziato dei ricchi, in cambio di una migliore redistribuzione delle risorse (che poi basterebbe lasciarle dove sono). Propaganda a favore dei metodi anticoncezionali e loro diffusione gratis per chi li vuole. Propaganda sul “valore” della famiglia piccola. Interrompere il flusso di melassa retorica sulle famiglie numerose e su come sono belli molti bambini e come è triste la società invecchiata. E’ più triste una società con molti bambini che muoiono di fame e di
malattie ad essa collegate. Quello che si deve fare è affrontare è il tabù, in versione aggiornata e corretta, affrontato da Malthus più di due secoli fa. La sostenibilità è un problema di popolazione oltre che di consumi. I ricchi devono, e sottolineo il devono, rinunciare alla bulimia consumistica in cambio di una riduzione della natalità dei poveri. Senza questo ci saranno solo sangue, sudore e lacrime per tutti. Anche per i preti in tonaca e in giacca e cravatta.
Da il Velino
Luca Ponzi
Una grande kermesse, quella di Roma, ma al di là degli appelli e delle nobili dicharazioni (di intenti) c’è un mostro insaziabile che macina un smisurata quantità denaro soprattutto per alimentare … sè stesso. Qualche cifra che dovrebbe far meditare, soprattutto chi lancia facili accuse.
Appelli e promesse; il direttore generale della Fao, Jacques Diouf, che evoca la cifra di 44 miliardi di dollari l’anno per sconfiggere la fame nel mondo; gli aiuti alle banche, le speculazioni, i consumi e gli sprechi nei Paesi ricchi oggetto del biasimo internazionale e “papale”. Ma a quanto ammonta il budget della Fao e come viene speso? Si parla abbastanza dell’efficacia dell’attuale modello di aiuti, o delle terribili responsabilità di regimi corrotti e criminali, di capi di Stato che affamano i loro popoli e vengono accolti con tutti gli onori ai vertici Fao? Basti per tutti l’esempio di Mugabe, il dittatore dello Zimbabwe che ha trasformato l’ex Rhodesia del Sud, uno dei “granai d’Africa”, in una terra di fame, miseria e malattia. Dal bilancio di previsione per il biennio 2008-2009 risulta che la Fao ha potuto contare su un budget di 929 milioni 800mila dollari (1,8 miliardi complessivi considerando anche le donazioni private). Tuttavia, circa la metà delle sue risorse se ne va in costi di struttura, stimava ottimisticamente nel 2007 una commissione di valutazione esterna incaricata dalla direzione generale, certificando così l’inefficienza dell’organizzazione. Ma si stima che le spese “operative”, quelle effettivamente destinate ad aiutare le popolazioni vittime della fame nel mondo, possano ammontare addirittura a molto meno della metà, forse solo ad un terzo del bilancio.
Difficile stabilirlo con certezza. Dei 930 milioni garantiti alla Fao dai 191 stati membri, circa 248 milioni di dollari, il 27 per cento, risultano dedicati ai programmi, alla voce “sistemi sostenibili di alimentazione e agricoltura”. Di questi, tuttavia, 21 milioni vengono spesi nella “gestione” dei programmi (quasi quanto l’intera voce “nutrizione e protezione del consumatore”, cui sono destinati 25 milioni 453mila dollari), nonostante nel bilancio già compaia una voce a se stante “gestione e supervisione”, la parte amministrativa, per un ammontare di 126 milioni di dollari. Un altro 25 per cento di risorse è destinato ai programmi decentralizzati e alla cooperazione con le Nazioni Unite, ma anche sotto questa seconda voce “operativa” del bilancio, accanto ai 70 milioni dedicati al capitolo “sicurezza alimentare, riduzione della povertà e programmi di cooperazione allo sviluppo” troviamo le immancabili spese di “gestione”. Per la sola “coordinazione dei servizi decentralizzati” 23 milioni di dollari. Per la sua “governance” la Fao spende 21 milioni di dollari, di cui oltre 9 se li “mangia” l’ufficio del direttore generale, mentre tutto ciò che serve ad elaborare i programmi – l’acquisizione e lo scambio di informazioni, studi, analisi e statistiche, la promozione e la comunicazione, fino all’”information technology” – costa 220 milioni di dollari. Per fare qualche esempio, le statistiche sull’agricoltura quasi 13 milioni, la comunicazione 19. Tra gli uffici decentrati, la sede più costosa è quella di Bangkok per l’Asia, quasi 19 milioni di dollari, ma ci sono anche quelle di Santiago, in America Latina, e di Accra, in Africa (12 e 11 milioni). Per non parlare dei costi per il personale e i meeting: oltre 200 milioni. Dei 4 mila funzionari della Fao, la metà sono a Roma a godersi gli stipendi da 8 mila euro al mese esentasse.
L’impressione, dunque, è che la cosiddetta spesa “operativa”, per programmi concreti contro la fame nel mondo, non raggiunga la metà del bilancio della Fao, mentre ben più della metà venga assorbito da una burocrazia dalle dimensioni elefantiache e inefficiente. E’ quanto certificava nel 2007 la Commissione Christoffersen: “In molti uffici i costi amministrativi sono superiori ai costi del programma”. Nel rapporto si legge che la burocrazia della Fao è “molto costosa e farraginosa e si caratterizza per un elevato livello di sovrapposizione e di duplicazione degli sforzi”, e inoltre ha difficoltà a “identificare le vere priorità”. Nonostante quanto si spende per “coordinare”, nel rapporto si osserva che “le relazioni tra le attività sul campo e la sede sono gravemente frammentate”. Problemi che pongono la Fao in uno stato di “crisi” che “mette in pericolo il suo futuro”, concludeva la Commissione Christoffersen invocando una riforma urgente. Nonostante tutti gli sforzi e le somme spese, secondo Robert Paarlberg, autore di “Starved for Science: How Biotechnology Is Being Kept Out of Africa”, oggi gli agricoltori africani producono, su base procapite, il 19 per cento in meno rispetto al 1970. E’ così in quasi tutta l’Africa sub sahariana e le altre variabili (conflitti etnici, dittature, corruzione, inflazione, Aids, accesso ai mercati, aiuti dall’estero) sono quasi insignificanti. La produzione è stagnante perché non sarebbero arrivati i progressi tecnologici: sementi migliorate, fertilizzanti chimici, corrente elettrica, irrigazione. Chi doveva promuoverli?
Federico Punzi Il Velino
Tag: bomba demografica, fame nel mondo, FAO

GLI AFFAMATI DAL CROCIFISSO
La disutile presenza del pontefice al vertice della FAO, se da una parte evidenzia l’incapacità di questo mastodontico organismo ad affrontare le tematiche della fame, dall’altra ci costringe a delle osservazioni sull’enciclica Caritas in Veritate. Il testo, richiamato più volte nel discorso del papa in plenaria, è l’apogeo di un’ideologia universalista e neo-omologazionista con la quale il cristianesimo vorrebbe costruirsi la patente di risolutore dei problemi della povertà e della fame estrema del mondo, dopo esserne stato uno degli artefici principali in Africa, in America Latina e non solo.
In verità, la Caritas in Veritate non risolve né il problema della povertà, né quello della fame, anzi le aggrava. Il difetto principale sta nel voler gestire il problema con l’assistenzialismo e l’evangelizzazione. Il titolo sintetizza la teoria: la carità nella verità ovvero nell’evangelizzazione; il corollario riepiloga il programma: la croce per un pugno di riso.
Il cristianesimo pratica e prescrive l’evangelizzazione e l’uniformità sotto forma di un unico modello culturale. La diffusione del cristianesimo non è altro che la diffusione di un prototipo universale precostituito, che ostacola la conoscenza e gli scambi fra le specie, fra i popoli e le culture. E’ un processo contro natura perché non accetta la diversità e si adopera per ricondurre le migliaia di opere e culture che incontra all’interno di uno schema precostituito, auto referenziato, ma del tutto inefficace a spiegare e interagire con l’universo, la diversità culturale e i fenomeni naturali. L’evangelizzazione, insieme con altre forme di omologazione, è la causa principale della cancellazione delle diversità, porta alla perdita di conoscenza e ha significato e provocato la scomparsa e l’assimilazione di molti popoli e culture. L’evangelizzazione è una delle principali cause della povertà, della miseria e della fame estrema, perché cancellando la diversità si elimina la conoscenza che è olistica, il bene più prezioso, il motore per la produzione di cibo e di benessere.
L’enciclica Caritas in Veritate, sulla quale si sono espressi in modo servile, ossequioso e incompetente politici e intellettuali e la FAO, è, in realtà, un guazzabuglio tuttologico che affronta i temi della globalizzazione, della cooperazione internazionale, dello sviluppo umano, dell’ambiente, dei cambiamenti climatici, della natalità, della finanza internazionale, del sindacato, usando qua è là parametri di giudizio ereditati, secondo la convenienza, da vulgate terzomondiste e neoglobal da una parte e da analisi economiche di stampo liberale dall’altra.
Tesi e opinioni sostenute con ambiguità, per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, fatte per il politicume, per accontentare i benpensanti, i teorici della banalità, i conformisti ad oltranza e, nel caso, qualche cariatide ammuffita degli organismi intergovernativi.
L’enciclica, invece, disboscata e ripulita dalle molte ed inutili incrostazioni, afferma che la salvezza dell’uomo e dei popoli viene solo “dall’unità della carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini”.
A questo punto vogliamo affermare in maniera chiara che il diritto al cibo non può essere mediato né da Gesù Cristo né da speculazioni finanziarie né da altre presunte verità. Il diritto al cibo deve essere garantito e basta, lasciando la possibilità a ciascuno di riappropriarsi della propria conoscenza per la produzione delle proprie risorse alimentari. Sembrerebbe che il papa voglia fare concorrenza alla FAO nell’agguantare risorse finanziarie da utilizzare nell’assistenzialismo o per lo sviluppo della Caritas in Veritate, dopo averle opportunamente decurtate a proprio uso e consumo. E’ così da sempre.
Il documento parla di carità, ma non propone, come sempre, nessuna regola su come, cosa e quanto dare, su come scambiare, su come creare benessere, sulla soluzione del problema della povertà e della fame. La carità cristiana, infatti, “supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono. La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione.” Si tratta, viceversa, proprio di un problema di giustizia per sanare le ingiustizie sociali, economiche, ambientali e spirituali commesse nel corso dei secoli da parte del cristianesimo – con la scusa della misericordia che supera la giustizia – per appropriarsi arbitrariamente e avidamente di risorse, uomini, anime, conoscenze e spiritualità. La concezione della carità cristiana ha bisogno di uniformità umana indistinta, “universalizzata”, ridotta all’incapacità di provvedere a se stessa, quale terreno fertile per un disegno di evangelizzazione-omologazione che si perpetua da secoli.
La carità cristiana, così definita, non ha alcuna parentela con il concetto ebraico e islamico rispettivamente di Tzedaka e Sadaqah che vuol dire giustizia e si rifà ai concetti giustizia e diritto sociale e di distribuzione dei beni e che tende a considerare la povertà non uno status perenne da utilizzare per attingere proseliti, ma un incidente di percorso a cui porre rimedio in modo equo ed efficace. Secondo Maimonide esistono otto livelli di carità ma la forma più alta è quella di aiutare qualcuno ad aiutare se stesso cioè a provvedere ai mezzi per la sua riabilitazione.
D’altronde il documento incalza quando sostiene che “le povertà spesso sono generate dal rifiuto dell’amore di Dio e che l’umanità intera è alienata quando si affida a progetti solo umani, a ideologie e a utopie false……..Tra evangelizzazione e promozione umana — sviluppo, liberazione — ci sono infatti dei legami profondi ”
Cosa significa tutto ciò? L’enciclica lo spiega in modo chiaro e inequivocabile in questo passaggio chiave dove affonda la lama della evangelizzazione:
“Per questo motivo, se è vero, da un lato, che lo sviluppo ha bisogno delle religioni e delle culture dei diversi popoli, resta pure vero, dall’altro, che è necessario un adeguato discernimento. La libertà religiosa non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali. Il discernimento circa il contributo delle culture e delle religioni si rende necessario per la costruzione della comunità sociale nel rispetto del bene comune soprattutto per chi esercita il potere politico. Tale discernimento dovrà basarsi sul criterio della carità e della verità. Siccome è in gioco lo sviluppo delle persone e dei popoli, esso terrà conto della possibilità di emancipazione e di inclusione nell’ottica di una comunità umana veramente universale. «Tutto l’uomo e tutti gli uomini» è criterio per valutare anche le culture e le religioni. Il Cristianesimo, religione del « Dio dal volto umano », porta in se stesso un simile criterio.”
La carità non è, quindi, semplice atto di donazione ma, addirittura, metro di giudizio del cristianesimo, per stabilire quali culture e quali popoli possono essere inclusi nella “comunità universale” e quindi possono mangiare. Una nuova inquisizione, dunque, dal volto inumano, dove la scelta è: fame o conversione. Qual è il metodo migliore per convertire se non mantenere popoli e comunità in uno stato perenne di indigenza?
L’enciclica è, peraltro, in perfetta continuità con la dichiarazione Dominus Jesus dello stesso Ratzinger dove “La missione ad gentes anche nel dialogo interreligioso conserva in pieno, oggi come sempre, la sua validità e necessità …e che il dialogo interreligioso deve avere essenzialmente lo scopo di convertire”.
L’evangelizzazione ha praticato il razzismo, lo sfruttamento di risorse ed uomini, fino alla schiavitù.
Ecco cosa significava il rifiuto della conversione nel “Requerimemiento”, il documento letto dai cristiani in spagnolo ai popoli dell’America Latina: “…Ma, se voi non vi convertite (al cristianesimo) e con malizia frapponete ritardi, io vi dichiaro che, con l’aiuto di Dio, noi faremo ingresso con la forza nel vostro paese e vi faremo guerra in tutti i modi e maniere che potremo e vi assoggetteremo al giogo e all’obbedienza della Chiesa, e prenderò le vostre persone e figli e i farò schiavi e come tali li venderò….” .
Ed ecco ancora cosa veniva sancito nel breve Dum Diversitas : “Noi concediamo per il presente atto, con la nostra Autorità apostolica, pieno e libero permesso di invadere catturare e sottomettere i saraceni e i pagani e qualunque altro infedele o nemico di Cristo, in qualunque luogo, come anche nei suoi regni ducati, contee e principati e altre proprietà… e di ridurre queste persone a schiavitù perpetua”. Il testo della bolla del papa Nicola V specifica la concessione di ridurre a schiavitù perpetua gli africani e riguarda gli abitanti di tutti i territori a partire da Capo Bojador a Capo Nun e quindi «tutte le coste meridionali fino al limite estremo». Il papa allora poteva condannare interi continenti, come l’Africa, alla cattività perpetua perché esisteva la teologia della schiavitù. Le conseguenze le conosciamo: decine e decine di milioni di morti ammazzati e di schiavi. Ecco da dove viene la povertà e la fame.
La teologia della schiavitù appare come lo sbocco inevitabile dell’evangelizzazione, la quale, definita come il motore di un processo evolutivo dell’umanità verso valori più elevati, per giustificare la propria esistenza, deve necessariamente schematizzare i rapporti fra i popoli (e fra le diverse culture o società), secondo un sistema gerarchico in cui si degradano gli altri per affermare il ruolo guida del cristianesimo. Se l’evangelizzazione è un’operazione di emancipazione, a cui si è sempre associato il significato di civilizzazione, è implicito che deve essere diretta ad emancipare e a civilizzare chi ne ha bisogno, nel caso specifico, gli Ebrei, i Mori, gli Africani e poi gli Indiani, i Roma. Questi non solo erano considerati una merce ma, secondo la teologia della schiavitù, erano destinati ad un’esistenza di subordinazione e assoggettamento ai cristiani, come metodo per evangelizzare il mondo.
Ora c’è da chiedersi che differenza epistemologica c’è tra i documenti di oggi che reiterano il ricatto dell’evangelizzazione come chiave per accedere alla “carità” e le disposizioni di cinque secoli fa che hanno messo interi popoli, allora pienamente in grado di vivere in armonia con l’ambiente, traendone risorse alimentari e il giusto godimento per la vita, sotto il giogo del crocifisso attraverso: separazioni delle famiglie, battesimi forzati, editti da fè, inculturazione, encomiendas, la tratta degli schiavi fino ad oggi con il costoso assistenzialismo perpetuo?
Si resta quindi scioccati nel vedere il massimo esponente della Chiesa Cattolica – campione dell’impoverimento e della distruzione secolare di popoli – dare lezioni alla FAO su come risolvere il problema della povertà che ha contribuito a creare. Si resta anche scioccati nel vedere la FAO senza programmi diventare succube di queste inconsistenti teorie. Nessun “mea culpa”, nessuna volontà di confrontarsi con la propria storia e di riconoscere che il processo di evangelizzazione, del passato e del presente, sia produttore e mantenitore di povertà in quanto distruttore di quella diversità culturale e ambientale data in principio dal Creatore.
Un’operazione di costante revisione e falsificazione storica in contrasto, peraltro, con la Convenzione sulla Diversità Biologica nella quale si prescrive di “rispettare, conservare e mantenere la conoscenza, le innovazioni e le pratiche delle popolazioni indigene e delle comunità locali, comprendendo gli stili di vita tradizionali come rilevanti per la conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica”.
Questo principio è in netto contrasto con la concezione dell’enciclica dove, invece, è continua l’ipotesi di un’omogeneizzazione del mondo verso lo status entropico del pensiero unico, del cibo unico, della cultura e religione unica.
E’ assolutamente necessario fermare l’opera degli oltre 300.000 missionari che assediano popoli e nazioni nel nome dell’uniformità e interrompere la loro attività distruttiva di cristianizzazione. E’ necessario anche contenere l’opera delle NGO che si ispirano ai principi dell’evangelizzazione e dell’assistenzialismo cristiano.
Secondo Gherush92 è necessario che vengano riaffermati i seguenti principi, senza il ricatto della conversione:
- Il principio della solidarietà – aiutare gli altri ad aiutare se stessi;
- Il principio della riparazione – ogni danno ad un popolo provocato da razzismo e/o schiavitù deve essere compensato;
- Il principio del negoziato – ogni decisione deve essere presa in accordo con ciascun popolo;
- Il principio dell’extraterritorialità – ogni cultura deve avere il diritto di gestire la sua identità come un popolo e una nazione;
- Il principio della salvaguardia della diversità culturale.
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