Si tratta di un “istituto religioso” non meglio specificato, forse una clinica per disintossicarsi dal brutto vizio di andare a trans, o forse un convento o monastero per fare un mese di esercizi spirtuali, confessione, pater-ave-gloria e rosari onde emendarsi dai peccati commessi. Fatto sta che per un mese ce lo leviamo da torno finchè lo vedremo tornare puro come una colomba. Che bello essere cattolici, con due preghierine passa tutto. Intanto, mentre tutta l’intellighenzia italiana di destra e di sinistra si affanna a dire (giustamente) che andare a mignotte o a trans è un fatto esclusivamente privato e quindi non condannabile nè moralmente nè giudizialmente, è proprio Marrazzo che si riconosce colpevole, e si dice affranto e stravolto dal senso della colpa. Come a dire che avere pulsioni omosessuali piacevolmente soddisfatte con un trans è un crimine quanto meno morale da emendare con un congruo periodo di pentimento e autoflagellazione. Ecco qui il commento del nostro amico Gigi che ha individuato acutamente la contraddizione del Marrazzo fino a clasificcarla come implicita manifestazione di omofobia. E subito dopo due imperdibili commenti di Travaglio e Gramellini.
Gigi
> Ma perché Marrazzo si è dimesso?
Mi pare che si sia “autosospeso”, poi sono arrivate da altri, soprattutto dagli avversari politici, le richieste di dimissioni.
Questa fantasiosa invenzione politica nostrana dell’”autosospensione” è abbastanza interessante.
Mi ero dimenticato del Barone di Munchausen che si tirava su dalle buche tirandosi per i capelli, ringrazio colui che me lo ha ricordato nella lista [ateismo].
Marrazzo è rimasto vittima delle proprie parole (come il cattolico direttore del quotidiano “L’Avvenire”).
Piero Marrazzo si era scavato la buca per anni da solo (e magari l’aveva preparata anche per altri molto più sinceri di lui) ed a un certo punto c’è cascato dentro a causa di un incontro fortuito con una banda di delinquenti.
Ma l’immagine di politico tutto di un pezzo se l’è costruita da solo.
Era liberissimo di avere la vita sessuale che preferiva ma per colpa del suo cattolicesimo conclamato, a cui adesso vuole essere fedele, è finito nei guai.
E’ la sua personale mancanza di coerenza che lo frega.
La signora Paola Binetti promette cilici ed è coerente.
Franco Grillini è coerente.
Vladimir Luxuria è coerente.
Cicciolina è coerente.
…
E Silvio Berlusconi?
Temo che se andassimo a chiedere, uno per uno, ai suoi elettori troveremmo tanti che rispondono di sì, Berlusconi è coerente e da lui non si aspettano niente di più (in questo campo) anzi sono disposti a perdonargli anche peggio.
(Gli avversari di Berlusconi, come tutti gli amanti respinti, devono chiedersi quali siano i propri difetti.)
Può, Piero Marrazzo, utilizzare adesso le libertà che vengono concesse dai biechi illuministi?
Temo di no.
E’ prigioniero del ruolo che si è scelto.
Se Piero Marrazzo fosse d’accordo con la libertà sessuale che una persona può esercitare, vedendosela con la propria famiglia e con il ruolo pubblico che ha scelto, non si sarebbe “autosospeso”.
Se la sua coscienza (cattolica) fosse a posto sarebbe rimasto lì.
In definitiva, secondo me, l’omofobo è Piero Marrazzo.
Dispiace constatarlo.
Piero Marrazzo diventa omofobo nel momento in cui ammette che quei rapporti sessuali sono un vergognoso peccato così come dice la sua santa romana chiesa.
Piero Marrazzo diventa omofobo perché adesso decide che le sue azioni erano riprovevoli.
E’ sporco ciò che ha fatto?
Sono sporche quelle trans?
Adesso, solo adesso, per lui sì?
Ma chissà che non ci sia un ritorno a sorpresa.
Fra un mesetto finisce il “certificato di malattia” che si è fatto dare e forse finisce l’”autosopensione”.
Nel frattempo va al confessionale, si purga dei suoi peccati, patteggia qualcosa con la chiesa e tutto va a posto.
Non mi meraviglierei.
Oggi i telegiornali insistono a dire che si dimette, forse in giornata.
La telenovela, brasiliana, continua.
Ciao
Gigi
Marco Travaglio
Poteva mancare Silvio Berlusconi nello scandalo
Marrazzo? No che non poteva: lui c’entra sempre. Infatti
ha messo lo zampino anche lì. E dire che stavolta la sua
personale intelligence di barbefinte, tarantini e piipompa
aveva fatto cilecca: pare che sia piuttosto deboluccia sugli
ambienti trans di Roma Nord, così sono sfuggite al suo
controllo le varie Natalia, Michelle, Joycs e Brendona, nonché il
portavoce di quest’ultima, Thaynna. Ma il prode Signorini ha
subito colmato la lacuna, ricevendo il videotape da un’a genzia
che l’aveva avuto dal celebre Scarfone, già noto per aver
immortalato Sircana con un altro viado, dunque esperto del
ramo “sinistra transgender”. Così il presidente del Consiglio,
quello che non ha tempo per i processi, ha allestito un piccolo
cineforum a Palazzo Grazioli per visionare la pellicola,
autentico capolavoro del neorealismo, poi ha atteso il momento
giusto e lunedì scorso ha chiamato Marrazzo con voce
suadente, tipo il gatto e la volpe con Pinocchio: sapesse i filmati
che girano su di lei, ma noi siamo uomini di mondo, certe cose
non le pubblichiamo, non le dico però quanto ho faticato a
frenare i miei scalpitanti reporter, comunque stia tranquillo, il
video è nella nostra cassaforte, al sicuro. Da quel momento il
governatore era nelle mani, oltreché di quattro carabinieri
ricattatori, del premier. Parlare di conflitto d’interessi pare
eccessivo: ormai i tentacoli della piovra sono talmente estesi da
escludere la presenza del conflitto. Siccome è tutto suo, ci sono
solo interessi. Il fatto poi che il Ros abbia arrestato i ricattatori
(solo i quattro carabinieri, ovvio) tre giorni dopo la chiamata
del premier e alla vigilia delle primarie del Pd è una semplice
coincidenza, ci mancherebbe. Proviamo ora a immaginare se
Marrazzo fosse un esponente del centrodestra. Intanto i quattro
carabinieri che lo ricattavano sarebbero già parlamentari o
eurodeputati o ministri. I trans coinvolti avrebbero esordito ieri
al Grande Fratello, ribattezzato per l’occasione Grande
Transgender, e non sarebbe uscito nulla. Se invece non si fosse
fatto a tempo a tacitarli tutti, a quest’ora avremmo tv e giornali
alluvionati da dichiarazioni sulla giustizia
a orologeria, sui carabinieri rossi pilotati
dall’onnipresente sinistra (quando
arrestarono il pusher ministeriale che
portava la coca a Miccichè, questi strillò
al complotto dell’Arma, le cui inclinazioni
progressiste sono note a tutti), sui
comunisti che vogliono sovvertire il
risultato delle elezioni eliminando per via
giudiziaria un governatore eletto dal
popolo. Il quale dunque resterebbe a pie’
fermo al suo posto, con la solidarietà delle più alte cariche dello
Stato per l’infame intrusione nella sua privacy, con l’immediato
intervento del Garante per vietare la diffusione del videotape e
con gli autorevoli inviti del Pompiere della Sera a porre fine allo
scontro fra politica e giustizia, separare le carriere, abolire
intercettazioni e videotape, aprire un tavolo delle riforme
allargato ai trans. Intanto Mattino5 starebbe pedinando il pm
che ha smascherato lo scandalo per mostrarne urbi et orbi i
calzini, le sedute dal barbiere, le fumatine e altre bizzarrie
tipiche della toga politicizzata. Invece Marrazzo (che, lo
ripetiamo a scanso di equivoci, è indifendibile e deve
dimettersi) è di centrosinistra, non ha la fortuna di possedere tv
per sputtanare i suoi avversari né giornali con cui manovrare le
loro foto o video compromettenti. La prossima volta, se vuol
fare carriera sugli scandali anziché stroncarsela, si faccia furbo:
si iscriva al Popolo delle Libertà.
Gramellini
L’ ASSUEFAZIONE
Il disinteresse del conflitto
Che il capo del governo sia venuto in possesso di un video contro Marrazzo non in quanto capo del governo ma nelle vesti di proprietario di un’impresa di comunicazione è qualcosa di cui sembra non essersi accorto nessuno. Nemmeno i suoi oppositori. Avete forse letto una sola dichiarazione indignata o almeno stupita?
Commentavo con tre amici di sinistra la telefonata in cui Berlusconi avverte il governatore del Lazio di un filmato che lo riguarda, dopo averne avuto notizia dai dirigenti della Mondadori ai quali era stato proposto. Il primo amico, tendenza D’Alema, ha detto: stavolta Silvio si è comportato da signore, poteva rovinarlo e invece lo ha risparmiato. Il secondo, tendenza Veltroni: è il presidente del Consiglio, avrebbe dovuto avvertire la polizia. Tesi discutibile, perché presuppone che Berlusconi fosse a conoscenza non solo del video, ma anche del ricatto. Era naturalmente questa l’opinione del terzo amico, tendenza Di Pietro: per lui il premier è all’origine di tutti i mali dell’umanità dai tempi del Diluvio Universale «perché non poteva non sapere». Ma neppure il più ossessivo dei berluscallergici mi ha opposto la semplice osservazione che mi sono sentito fare al telefono da un collega inglese che vota per i conservatori: «Come potete accettare che un primo ministro riceva e usi, anche a fin di bene, informazioni ottenute in virtù del suo ruolo di editore?».
E’ l’ultima, lampante esplicazione del conflitto di interessi. Ma così lampante che nessuno di noi ci ha fatto caso. Provate a pensarci un attimo. I carabinieri ricattatori filmano Marrazzo e provano a vendere il video a un giornale del presidente del Consiglio. Non importa che il presidente del Consiglio abbia evitato di infierire. Resta il fatto che, grazie al suo ruolo di tycoon mediatico, gli era stata offerta la possibilità di distruggere un avversario politico. E pensare che molti fingono ancora di non capire quale differenza passa, ai fini delle regole democratiche, fra il possesso di una fabbrica di frigoriferi e il controllo di una che produce rotocalchi e programmi televisivi.
Ma questo totale disinteresse per i conflitti di interesse rivela anche qualcos’altro. Assuefazione. Ogni cosa, a furia di esserci, finisce per sembrare inesorabile. Mancanza di senso dello Stato, e lo si è appena visto proprio con Marrazzo: tutti scandalizzati dalle sue frequentazioni e non perché si recava agli incontri con l’auto di servizio. Rivela soprattutto disprezzo per le istituzioni. Viene il dubbio che gli italiani sappiano benissimo quali rischi si corrano a consegnare il governo nelle mani di un imprenditore di quel calibro e di quel ramo. Ma è tale il loro disprezzo per i politici di professione che ritengono meno grave truccare il gioco della democrazia che riaffidare le redini della Repubblica allo schema classico, in base al quale il mondo dei media e degli affari condiziona la politica attraverso le lobby, ma non si sostituisce a essa per esercitare direttamente il potere. E un editore, quando riceve un video compromettente, decide in base alle sue valutazioni di editore, non di presidente del Consiglio.