Boffo, il frocio non è lui ma un tossicodipendente morto !

Commento di Marco Travaglio.

Ricattatori, ricattati e ricattabili

Prima di dare a Feltri ciò che è di Feltri, bisognerà pur dire qualcosa
anche su Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, il quotidiano della
Conferenza episcopale italiana. Cioè del quotidiano che non ha mai detto
una parola contro le leggi vergogna, le corruzioni, i rapporti con la
mafia, gli attacchi alla magistratura e alla Costituzione, i conflitti
d’interessi del presidente del Consiglio, e s’è svegliato appena appena
dal letargo soltanto quando s’è scoperto che il premier aveva una vita
sessuale piuttosto intensa e poco compatibili con un partecipante al
Family Day, sedicente difensore della famiglia tradizionale di Santa
Romana Chiesa. Come se andare a puttane fosse più grave che trescare con
stallieri e mazzette. Siccome abbiamo battezzato il nostro nuovo
giornale Il Fatto Quotidiano, non possiamo certo ignorare il Fatto
emerso dal cosiddetto “scontro fra Feltri e il Vaticano”.

E cioè che il direttore di Avvenire, che s’è fieramente opposto ai
diritti per le coppie omosessuali, ha patteggiato a Terni una pena
pecuniaria di 516 euro per aver molestato la compagna di un tizio che,
secondo quel che risulta dagli atti giudiziari, aveva con lui una
relazione omosessuale; e, per ottenere il ritiro della querela, ha pure
risarcito con una forte somma la vittima delle molestie. Boffo ha
affidato la sua autodifesa al Corriere di ieri, sostenendo che le
molestie sarebbero opera non sua, ma di un giovane tossicodipendente che
lui aveva “aiutato” prendendolo come suo assistente o qualcosa del
genere, giovane che avrebbe usato il suo telefonino per molestare la
signora. Il giovane, quando si dice la combinazione, è poi morto di
overdose e dunque non può né confermare né smentire la versione di
Boffo. Ammesso e non concesso che le cose siano andate così, non si vede
perché mai Boffo abbia patteggiato la pena: la responsabilità penale è
personale, e dunque nessun giudice l’avrebbe mai condannato per un reato
commesso da un altro, sia pure usando il suo telefonino. Ci permettiamo
dunque di dubitare della versione di Boffo, visto che lui stesso l’aveva
ritenuta così poco credibile da non tentare nemmeno di proporla al
giudice in dibattimento, preferendo patteggiare prima di finire in
tribunale, cioè dopo il rinvio a giudizio.

Resta da capire perché mai i vescovi italiani, che qualche mese fa
avevano ricevuto in forma anonima la sentenza di patteggiamento, non
abbiano ritenuto di accertarne la fondatezza e di sostituire il
direttore di Avvenire. Non perché Boffo risultasse, dagli atti del
processo, un omosessuale, ma per altri due motivi: il suo essere
omosessuale non era affatto coerente con le posizioni di Boffo e dei
vescovi italiani sugli omosessuali; e un patteggiamento per molestie
dovrebbe essere incompatibile con un quotidiano e un’associazione (la
Cei) che difende – in questo caso giustamente – i diritti della persona
umana.

Se oggi è comprensibile e forse doverosa la solidarietà che i vescovi
hanno tributato a Boffo, ieri, quando hanno appreso la notizia del
patteggiamento, quella solidarietà è semplicemente incomprensibile e
sconcertante. Senza contare che, nel paese dei ricatti e dei
ricattatori, sarebbe consigliabile non essere ricattabili (lo dico en
passant, ma un anno fa D’Avanzo fece quel che oggi giustamente
stigmatizza in Feltri, sbattendo in prima pagina il sottoscritto a
proposito di vacanze pagate da un mafioso: con la lievissima differenza
che il fatto era falso di sana pianta, come ho potuto documentare per
tabulas, mentre il patteggiamento di Boffo è vero).

Che cosa c’è di vergognoso, allora, nello “scoop” del Giornale? Che cosa
c’è che non funziona nella posizione di Feltri, il quale sostiene di
aver scritto semplicemente la verità?

Tre aspetti. 1) La notizia della condanna di Boffo è vecchia di cinque
anni e circolava nelle redazioni da tempo, tanto che era già stata
addirittura pubblicata su giornali e siti internet (il blog di Adinolfi
anni fa e il settimanale Panorama a giugno). Quando uno riceve una
notizia, controlla se è autentica e se ha un interesse pubblico, poi la
mette in pagina con il giusto rilievo. Ovviamente la notizia era vera e
di interesse pubblico, ma non meritava il titolo principale della prima
pagina. Perché pubblicarla (anzi, riciclarla) con quel rilievo e proprio
ora? 2) Feltri, con la spudoratezza che gli è propria, l’ha spiegato
nell’editoriale di accompagnamento. “La Repubblica da tempo si dedica
alla speleologia e scava nel privato del premier (come se la notizia che
la moglie del premier lo definisce un malato e lo accusa di andare con
le minorenni e quella che il premier è stato cliente di una prostituta
poi candidata nelle liste del Pdl alle comunali di bari fossero notizie
private, ndr) e l’Avvenire ha messo mano al piccone per recuperare
materiale adatto a creare una piattaforma su cui costruire una campagna
moralistica contro Silvio Berlusconi… Se il livello della polemica è
basso, prima o poi anche chi era abituato a volare alto (Feltri!, ndr),
o almeno si sforzava di non perdere quota, è destinato a planare per
rispondere agli avversari”.

Prima parola chiave: “avversari”. Feltri confonde gli avversari di
Berlusconi con quelli di uno che, fino a prova contraria, dovrebbe
essere un giornalista. Dunque smette di essere un giornalista e
rivendica il diritto di randellare gli “avversari” del suo padrone. E
aggiunge minaccioso: “Cominciamo da Dino Boffo, 57 anni…”. Come sarebbe
a dire “Cominciamo”?

L’abbiamo capito l’indomani, quando anche Ezio Mauro, altro
“avversario”, ha assaggiato il randello feltriano a proposito delle
modalità di acquisto della sua casa (altra notizia stranota, ma
debitamente montata, riciclata e sbattuta in prima pagina). Dobbiamo
pensare che esiste una lista di “avversari” da colpire uno al giorno,
come quella a suo tempo stilata dall’analista del Sismi Pio Pompa (il
reclutatore di Renato Farina, in arte Betulla, condannato a pena
patteggiata per concorso nel sequestro di Abu Omar, espulso dall’ordine
dei giornalisti per essere stato prezzolato dai servizi segreti e dunque
eletto deputato nel Pdl e appena rientrato al Giornale al seguito di
Feltri), che li additava al premier Berlusconi e proponeva di
“neutralizzarli e disarticolarli anche con azioni traumatiche”? Chi ha
notizie interessanti e vere le pubblica subito e basta: non le tiene nei
cassetti per tirarle fuori quando chi ne è protagonista dà fastidio al
suo padrone. 3) L’articolo del Giornale riporta, oltre alla sentenza di
patteggiamento, una cosiddetta “nota informativa che accompagna e spiega
il rinvio a giudizio del grande moralizzatore disposto dal Gip del
Tribunale di Terni il 9 agosto del 2004… ‘Il Boffo – si legge – è stato
a suo tempo querelato da una signora di terni destinataria di telefonate
sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse
libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già
attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni,
aveva una relazione’…”. L’altro giorno D’Avanzo aveva giustamente messo
in dubbio l’esistenza di questa “informativa”: sia perché è impensabile
che la Polizia di uno Stato democratico “attenzioni”, cioè schedi le
persone per i loro orientamenti sessuali; sia perché è assurdo
immaginare che un giudice alleghi all’ordinanza di rinvio a giudizio (a
carico di un tizio ancora da giudicare in tribunale) una “nota
informativa” che racconta il patteggiamento (avvenuto ben dopo il rinvio
a giudizio).

Ieri Paolo Foschini, sul Corriere, ha pubblicato quella nota: che non è
affatto un documento giudiziario o poliziesco allegato al rinvio a
giudizio di Boffo, bensì una lettera anonima giunta a diversi vescovi
allegata alla sentenza di Terni. Lettera anonima che il Giornale ha
riportato in alcuni passi testuali, spacciandola per “nota informativa
che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore
disposto dal Gip del Tribunale di Terni il 9 agosto del 2004”. Un
anonimo, che nessuno sa da chi sia stato scritto, nè perché, nè in base
a quali informazioni, che il Giornale ha consacrato falsamente con i
crismi dell’ufficialità per sputtanare ulteriormente Boffo. Come se non
lo fosse già di suo. Ma anche per intimidire tutti gli altri “avversari”
del premier, cioè del Giornale. Roba da riabilitare Pecorelli.
(Marco Travaglio)

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Un Commento a “Boffo, il frocio non è lui ma un tossicodipendente morto !”

  1. Rudy Basilico scrive:

    Perchè Boffo si dimette se è così sicuro del suo? Bah!
    Una mia lettera a Boffo:
    http://www.moschebianche.it/2009/09/02/lettera-a-boffo/