E quindi affronto l’ultimo sipario/ho vissuto una vita piena/ho viaggiato su tutte le strade/ma più, molto più di questo/l’ho fatto a modo mio
Nei giorni scorsi un noto matematico ha deciso di restituire un premio assegnatogli qualche anno fa, perché non desiderava che il suo nome figurasse accanto al vincitore di quest’anno. Decisione legittima e che, sia ben chiaro, nessuno ha criticato. Ha però colpito, soprattutto la giuria molto politically correct, la motivazione: il collega vincitore non è stato conteso per il lavoro premiato, ma perché ritenuto un fondamentalista sionista islamofobo. Accuse probabili, essendo – sempre secondo l’accusa – il vincente un noto ex comunista, e si sa che spesso da un fideismo si passa ad un altro. In sintesi, per un motivo ideologico, o meglio per una diversa visione del mondo, ci si mette sotto i piedi l’iscrizione nel libro d’oro dei matematici. Sembrerebbe il solito caso di doppia morale: la libertà di pensiero va bene se coincide con le mie idee, no se non coincide con le mie.
Più o meno la stessa doppiezza per la questione Polanski. Nella sua bella biografia Roman pubblicata nell’84, il regista racconta l’incontro con la tredicenne, l’assoluta mancanza di inibizioni della ragazzina, le pressioni della madre per avere servizi fotografici, l’indifferenza di Anjelica Huston e di Jack Nicholson, il sostegno di Dino De Laurentis. Ma, tutto ciò, oltre la faticosa infanzia e il raccapricciante omicidio di sua moglie Sharon al nono mese di gravidanza, non toglie che il regista ha fatto sesso con una bambina infrangendo le regole della convivenza civile. Il suo genio, innegabile, non può, come sostengono le molte autorevoli firme di colleghi e influenti ministri dei governi francese e polacco, giustificarlo da un crimine. L’attore e deputato Luca Barbareschi che ha lavorato con Polanski in Amadeus (era uno splendido Salieri) di Paul Shaffer, lo difende perché, racconta, in certi ambienti succede di avere proposte di ragazzine disposte a tutto. Sicuramente è così, come il mondo della politica ci ha mostrato in questi ultimi mesi, ma invocare il lodo Polanski (felice espressione di Maria Laura Rodotà) è fare un torto a tutte le ragazzine del mondo.
Doppiezza estrema nei freschi difensori del canone rai. Con tutta evidenza la campagna di Libero e Il Giornale sulla fuga dall’iniqua tassa per non finanziare annozero è pretestuosa; all’azienda andrebbero chiusi i rubinetti per la sua intera programmazione, da miss Italia a la vita in diretta, passando da ballarò a porta a porta agli incredibili telegiornali, per la goffaggine dei programmi d’evasione e per la scarsa professionalità dei duemila giornalisti. Il deputato radicale eletto nel Pd Marco Beltrandi, ricorda come la rai stia trasgredendo a tutti gli obblighi del servizio pubblico, evadendo quanto stabilito dal contratto di dotare almeno il 60% del palinsesto degli strumenti indispensabili per i non vedenti e non udenti, la mancata attuazione del sistema qualitel, la scomparsa delle tribune politiche e degli spazi autogestiti. La rai non è mai stata pluralista ma lottizzata e sarebbe salutare, soprattutto per la cassa, svendere una azienda che non è in grado di stare sul mercato e che grava sui cittadini contribuenti (lavoratori dipendenti e pensionati, ca va sans dire). Stupisce che (quei) giornalisti che sabato manifesteranno per la libertà di stampa vogliano mostrare solidarietà per una azienda che non garantisce corretta informazione e che perpetra lo spreco anche attraverso esosi contratti a star del giornalismo a tesi, soubrette e presentatori perennemente in ginocchio!

