17/6/09 – Lo yogurt è buono e fa bene

Qualche giorno fa, alla bella età di 103 anni, è morto il sig. Daniel Carasso. Suo padre, che faceva il medico a Salonicco, si chiamava Isaac Carasso; nel 1912, per sfuggire alle guerre balcaniche, lasciò la Grecia per la Spagna stabilendosi a Barcellona. Ai suoi pazienti che soffrivano di digestione lenta, il dott. Isaac consigliava di mangiare lo yogurt come aveva appreso dalle popolazioni balcaniche. Avendo l’uzzolo per gli affari cominciò a importare il prodotto dalla Bulgaria facendolo commercializzare dalle farmacie. Lo yogurt ebbe talmente tanto successo che il dott. Isaac iniziò, nel 1919, a produrlo direttamente dando vita all’industria Danone, il nomignolo col quale veniva chiamato affettuosamente suo figlio Daniel. Che continuò l’impresa del padre in Francia dove quest’anno si festeggiano i 100 anni del marchio, come ricordano i divertenti spot mostrati sulla tv francese.
Oggi solo una piccola quota è ancora nelle mani dei Carasso, ma ciò non ha impedito, in Italia ad esempio, di chiamare al boicottaggio del prodotto in chiave antisraeliana, anche se gli yogurt Danone non arrivano nei supermercati israeliani nonostante il consumo di yogurt sia altissimo, e i Carasso siano rispettabilissimi cittadini francesi che onorano e rispettano il loro paese. Non vogliamo pensare ad un pregiudizio per la loro etnia. (e invece è così e non potrebbe essere altrimenti in un paese che si chiama Vaticalia)
Testimonial del marchio è il calciatore francese di origine algerina Zinedine Zidane, oggi dirigente del Real Madrid, e che si rese protagonista insieme (e alla pari) all’italiano Materazzi di un episodio di rara sgradevolezza nel pur antipatico mondo del calcio. Lo yogurt è buono e fa anche bene, come testimonia la lunga vita del sig. Daniel Carasso. Ma se avete compiuto 50 anni e avete problemi di digestione, una volta ogni due anni fate una colonscopia. Dobbiamo arrivare almeno a 103 anni, se non altro per provare a buttare giù qualche stupido pregiudizio.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Questa sera Nogod parteciperà alla serata di vicinanza con l’Iran, indetta da il Riformista e Radio Radicale, in piazza Farnese a Roma dalle 18,30 http://www.ilriformista.it/publisher/Prima%20pagina/section/. In Iran si spara su chi protesta, si mandano a morte gli oppositori, si impiccano gli omosessuali, si arrestano le donne che non accettano di sottomettersi. Quando si alza la voce delle persone che chiedono la libertà non possiamo tapparci le orecchie. Probabilmente lo faranno i governi, compreso il nostro. E’ la realpolitik che accarezza i dittatori dal verso del pelo sperando di essere mangiata per ultima. Ma si sa, nella palude si salva solo il coccodrillo.
Ci vediamo a piazza Farnese, e non solo per la paura di essere mangiati.

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3 Commenti a “17/6/09 – Lo yogurt è buono e fa bene”

  1. marcello scrive:

    Contesto che le responsabilità di Zidane e Materazzi fossero sullo stesso piano. Comunque lo yogurt Danone è buono e non costa neanche troppo. Il pezzo è interessante, ma sei sicura che bisogna per forza fare la colonscopia?
    Per l’Iran anche io sarò in piazza Farnese, ma metterò il nastro verde solo lì, non vorrei essere confuso col Bossi

  2. Francesco scrive:

    Infatti è Materazzi il responsabile

  3. Tiziana scrive:

    UN PO’ DI RASSEGNA STAMPA SUI FATTI DELL’IRAN
    La magmatica situazione iraniana, con la vasta protesta popolare contro l’esito probabilmente falsificato del voto pronta a trasformarsi in rivolta e in guerra civile, campeggia al centro degli eventi internazionali di oggi e trova adeguato spazio sulle pagine dei quotidiani. L’attenzione dei giornali all’Iran si manifesta su piani diversi e complementari, che è interessante passare in rapida rassegna.
    Innanzitutto è la difficoltà di dare notizia a fare notizia. Il Corriere della Sera denuncia in un articolo di Andrea Nicastro e Davide Frattini il blocco pressoché totale dell’informazione in atto da parte del sistema di potere Khamenei-Ahmadinejad: per seguire qualsiasi avvenimento legato alle contestazioni in corso è necessario il permesso del Ministero degli Interni, il quale non rinnova il pass agli interpreti e spesso rispedisce a casa molti inviati di testate straniere. Il bavaglio ai mass media – descritto anche dal Messaggero e dal Sole 24 Ore (che significativamente parla di “velo elettronico”) – è la puntuale conseguenza del recente attacco del Presidente ufficialmente rieletto alla stampa internazionale, le cui ingerenze alimenterebbero la protesta post-elettorale. Ma alla censura montante sta rispondendo un montante tam tam elettronico. Come ci riferisce il Sole 24 Ore, Twitter, Facebook You Tube sono il veicolo che la rabbia e l’organizzazione degli studenti iraniani usano per diffondere nel mondo il loro dissenso politico, mentre entrano in scena anche gli hacker-attivisti tentando di sabotare i sistemi di controllo informatico in mano al potere. E’ interessante e paradossale che in un Paese in cui il dominio politico sulle coscienze naviga sull’integralismo religioso iper-tradizionalista e anti-modernista, la ribellione navighi invece su internet, che appare così come vero strumento di libertà civile.
    Se dai problemi di informazione passiamo ai fatti, troviamo ampi resoconti di una situazione ancora fluida. Il Paese appare spaccato in due. L’immagine di questa divisione ce la dà Alberto Negri sul Sole 24 Ore, descrivendo i due opposti cortei che hanno attraversato ieri le strade di Teheran: quello delle donne mute e velate a sostegno dell’establishment, quello delle donne e degli uomini in appoggio di Moussavi vestiti a lutto per le vittime della repressione. In realtà, il binomio Kathami-Ahmadinejad, che si è di prepotenza auto-riconfermato al vertice, appare oggi in grado di controllare e arginare l’opposizione diffusa. Certo, è costretto a farlo con la forza (come ci ricordano Il Messaggero, Il Sole 24 Ore, Il Tempo, e un po’ tutti i quotidiani), quella forza brutale che guida i reparti speciali del regime a fare irruzione a suon di pestaggi nelle hall degli alberghi o a sparare sulla folla, quella violenza che ha provocato sette morti lunedì scorso. Una forza che è anche segno di debolezza, o comunque di una incertezza politica sul presente e sul futuro dell’Iran.
    A orientarci nella complessa matassa religioso-politica dell’Iran della Repubblica Islamica (ma sempre meno repubblica e sempre meno islamica, dice l’oppositore ayatollah Saanei intervistato dal Sole 24 Ore) ci guidano le interessanti analisi di Riccardo De Polo sul Messaggero, di Carlo Panella e di Daniele Raineri sul Foglio. Sguardi diversi, comunque analoghi nello spingersi a osservare dietro e al di sopra della nobile protesta popolare e nel restituirci l’immagine di una drastica lotta per il potere in corso tra i nomi forti del regime khomeinista. Si scontrano visioni differenti del rapporto Islam-politica-società, visioni più o meno aperte all’Occidente (e questo certo fa la differenza), visioni comunque legate a una tradizione religiosa radicata e rivendicata da tutti. Dietro l’ideologia religiosa, gli spazi di potere personale ricercati da vari personaggi eccellenti (Khamenei, e contro di lui Rafsanjani – Presidente dell’Assemblea degli Esperti, Larijiani – Presidente del Parlamento, Montazeri – ayatollah dissidente, e ancora altri). Dietro ancora, le più o meno ampie prospettive di apertura all’Occidente, le possibili scelte politiche ed energetiche: prospettive differenti, per tutte le quali però l’obiettivo nucleare, per scopi pacifici e probabilmente non solo, resta comunque prioritario. Neppure il moderato Moussavi e i suoi alleati, che purtroppo – come rileva Panella – hanno anch’essi scomodi scheletri nell’armadio, ne farebbero probabilmente a meno.
    Ma l’Occidente che fa di fronte a quel che accade in queste ore in Iran? Obama sta a guardare, e anzi giudica sostanzialmente analoghi i programmi di Ahmadinejad e quelli del suo principale rivale; ambedue ostili agli Stati Uniti, che comunque devono provare a dialogare con chi è al potere. Sul Corriere della Sera Suzanne Maloney, ex consulente del Dipartimento di Stato americano, si dice convinta che i vertici attuali controlleranno la piazza e giudica positivamente la cautela del Presidente Usa. Anche Nathan Brown, intervistato dall’Unità, non si scalda molto per i possibili cambiamenti; arriva anzi a sostenere che l’approccio diplomatico di Obama, basato su un Iran dominato da Ahmadinejad, è rimasto spiazzato dagli eventi e ci vorrà del tempo prima che la sua strategia di dialogo possa riprendere con un regime così contestato. In Europa solo Sarkozy (seguito però in parte dalla Merkel e da Gordon Brown) si è schierato decisamente contro la repressione messa in atto dal regime iraniano e contro il suo truce leader: ce lo fa notare Davide Carretta sul Foglio, analizzando i molteplici interessi francesi nel Medio Oriente che spingono l’Eliseo a farsi paladino delle libertà iraniane. Gli altri sono in posizione di attesa, e addirittura Frattini si affanna a ribadire la centralità della presenza dell’Iran alla prossima conferenza di Trieste sull’Afghanistan (25-27 giugno): come se a Teheran non fosse in corso in queste ore una battaglia decisiva per il futuro. L’attendismo in questi casi è un invito alla normalizzazione, un chiaro (voluto?) sostegno al regime.
    E invece servirebbe un appoggio internazionale e popolare per i coraggiosi oppositori del potere. Come quello che proveranno a dare i partecipanti alla manifestazione indetta per oggi a Roma dal Partito Radicale e dal Riformista, a cui anche la Comunità ebraica di Roma e l’UGEI hanno dato la loro adesione (Paolo Conti sul Corriere della Sera). Come quello richiesto con nobile franchezza da Davide Giacalone, che su Libero striglia le coscienze addormentate dell’Occidente. Come quello a cui ci richiama Abraham Yehoshua nell’intervista concessa all’Unità.