Archivio di maggio 2009

21/5/09 – Cattolici in politica

giovedì, 21 maggio 2009

“C’è una sproporzione tra le chiese vuote e Benedetto XVI che ogni giorno dobbiamo sorbirci sulla rai. La politica, anche a sinistra, riserva al Vaticano un’obbedienza formale” Marco Bellocchio, regista

“C’è un drappello di parlamentari cattolici che vuole fare delle leggi che piacciono molto a loro, piacciono molto alla Chiesa ma piacciono molto meno alla maggioranza degli italiani. La differenza tra loro e me, tra loro e la maggioranza di noi, non è una diversa base valoriale, ma l’incrollabile consapevolezza che la democrazia viene prima” Filippo Facci, giornalista

Solo un minuto dopo l’elezione di Obama alla presidenza degli Stati Uniti, la Conferenza dei vescovi americani ha richiamato al valore irrinunciabile della vita. Ma secondo il giornalista Enrico Beltramini che sa di cose americane, non c’è mai stata un’amministrazione così cattolica, neanche quando il presidente era JFK. Sono cattolici il vicepresidente Joe Biden, la speaker (terza carica) Nancy Pelosi, quattro ministri del governo su dodici. E ancora lo sono ¼ dei membri del Congresso mentre il 54% della popolazione di fede cattolica ha votato per il presidente. Segno evidente che non ubbidiscono alle gerarchie giacché le posizioni obamiane sugli embrioni e l’aborto erano esplicite. Il bell’intervento (pubblicato integralmente dal Sole 24ore) all’Università cattolica di Notre Dame, che ha registrato qualche malumore, il boicottaggio di alcuni vescovi che sono riusciti a raccogliere ben 360.000 firme contro di lui e la polemica assenza di Mary Ann Glendon, ambasciatrice (di Bush) presso la Santa Sede, ha mostrato come Obama sta disegnando una nuova America. Un paese fatto di minoranze – culturali, religiose, etniche – dove la cultura bianca e cristiana è già minoranza e non può pretendere di avere supremazie.
“Ricordate anche che l’ironia ultima della fede è che ammette necessariamente il dubbio. E’ il credere in cose non viste. Sapere con certezza ciò che Dio ha pianificato per noi o che cosa ci chiede è oltre la nostra capacità di esseri umani. E questo dubbio deve temperare le nostre passioni, renderci diffidenti nei confronti del troppo moralismo. Deve costringerci a lasciarci aperti e curiosi … Se c’è una legge della quale possiamo dirci certi è quella che lega i credenti di ogni religione a coloro che non credono. Dobbiamo trattarci l’un l’altro come vogliamo essere trattati”. Sembrerebbe la strada giusta da percorrere, come lo scrosciante applauso del rettore dell’Università Notre Dame e degli studenti ha accolto queste parole.
Questo negli Stati Uniti.
Più o meno nelle stesse ore in Italia il presidente della Camera Gianfri Fini (terza carica dello Stato, cioè omologo di Nancy Pelosi), ha detto che “il Parlamento deve fare leggi non orientate da precetti di tipo religioso”. Enunciazione ovvia e banale che ha imbarazzato la sua parte politica producendo reazioni da manicomio.
Nella nostra Costituzione c’è lo scellerato art. 7, che impegna l’Italia ad abbassare il capo davanti ai dogmi religiosi del cattolicesimo sancendo una condizione di privilegio per la Chiesa che non corrisponde con uguali doveri civili. Unica Costituzione al mondo che contempla uno Stato che da sovranità ad un altro Stato sul proprio territorio. La domanda che ci facciamo, ma conoscendo un po’ la risposta, è: tra i due contraenti concordatari, lo Stato e la Chiesa cattolica, chi ha in questo paese il sopravvento?

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Ferrara Vs Fini, l’ateo devoto contro il neofita laico.

mercoledì, 20 maggio 2009

Nonostante un’apparente (e un po’ supponente) bonarietà in questa intervista Giuliano Ferrara lascia trasparire una buona dose di malignità. Magari  poteva essere lui, invece di Fini, il possibile leader di una destra laica affrancata da ogni untuoso leccaculismo clericale. Ma è troppo tardi per Ferrara, la sua “devozione” è ormai troppo affermata e il posto di leader laico del futuro è ormai occupato da Fini.

Da il Giornale del 20/05/09

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=352609&START=0&2col=

Ferrara: “Sono anti-laicista ma resto affascinato dalla svolta di Fini”

Tra le tante prime pagine geniali che hanno confezionato al Foglio nella loro giovane ma fecondissima storia, ne hanno scelte due da appendere all’ingresso: la prima è quella del giorno d’apertura dell’ultimo conclave («La formidabile lezione del prof. Ratzinger»); la seconda è quella del giorno successivo: «La formidabile elezione del prof. Ratzinger». Sono quelle due lì, che ti accolgono appena entri in redazione. Giri la testa e sulla parete opposta ne vedi un’altra. Il titolo è «Storie di disordinata fecondazione».

Ti aspetteresti insomma di trovare un Giuliano Ferrara pronto a dire il peggio sulla svolta laicista di Gianfranco Fini. Anche perché non è solo questione di laicismo. Ormai ogni volta che Fini apre bocca, Scalfari applaude. E applaudono MicroMega, Gad Lerner, Furio Colombo e tutto quel milieu politicamente corretto di cui Ferrara denuncia da un pezzo la banalità, l’inerte accodarsi a un pensiero-slogan. E invece, «la svolta di Fini mi affascina», ci dice Ferrara dalla sua poltrona di direttore-fondatore. Dietro di lui, si vede scorrere il traffico del Lungotevere. È vero che Ferrara ha sempre detto che solo i cretini non cambiano mai idea. Però tra il non cambiare mai idea e il cambiarla su tutto, e in così poco tempo, una via di mezzo ci dovrebbe pur essere. Molti elettori, anzi molti ex elettori di An, dicono che Fini è un traditore.
Invece lei, Ferrara, lo difende?
«Non è che difendo Fini. Anzi, nel merito spesso lo critico. E non ho neanche mai avuto una gran stima di lui come politico. Ma sono molto preso da questa sua nuova avventura, che trovo abbia un lato romantico e uno politologico».
Perché romantico?
«Perché c’è un uomo che si converte, e le conversioni sono sempre interessanti».
Secondo lei Fini è sincero?
«Non lo so, non posso entrare nel suo animo. Ma dal giorno del “fascismo male assoluto” e da quello del tre sì al referendum sulla legge 40 è stato un crescendo. Ormai Fini ha cambiato praticamente tutto di se stesso. La sua assomiglia molto a metanoia».
Veniamo al fatto politologico.
«Anche qui siamo di fronte a qualcosa di singolare. In genere, un leader è forte perché ha alle spalle un gruppo dirigente e un elettorato. Fini aveva i colonnelli, e poteva contare sul consenso del 12 per cento degli italiani. Aveva pure una tradizione – e che tradizione – nel suo bagaglio. Bene, Fini ha scientemente decostruito tutta la sua base. A un certo punto ha detto: io sono solo».
È qualche anno, che si smarca.
«Ma adesso non è solo questione di smarcarsi. Fini sta cercando di diventare leader non più di un partito, ma di una rivoluzione culturale».
È l’uomo che visse due volte?
«Anche più di due volte. O forse, al contrario, è un uomo che cerca finalmente di vivere almeno una volta».
Fino ad ora non ha vissuto di vita propria?
«Beh, insomma, diciamo la verità: nessuno gli ha mai dato molto credito. Come comincia la vera carriera politica di Fini? Quando Berlusconi disse che a Roma avrebbe votato per lui. Ma in quel momento Fini era solo l’oggetto politico. Il soggetto era Berlusconi».
Poi però ha cercato di mettersi in proprio. Via da Silvio, e vai con il sodalizio con Mario Segni.

«E fu un tonfo clamoroso. Fecero una lista che aveva per simbolo un elefante, e io tolsi l’elefantino dalla mia rubrica, sostituendolo con un ippopotamo, proprio per evitare confusioni».
Ma a un certo punto s’è pensato: il delfino di Berlusconi è lui.
«Ridicolo. Non c’era nessuna possibilità».
Sta dicendo che la carriera politica di Fini è stata un flop dietro l’altro? Una vita da mediano?
«L’immagine che aveva Fini era quella di uno che veste Facis e parla bene. Sa che cosa diceva Craxi di lui? È un vuoto incartato: dentro, non c’è il regalo».
Curioso. Nel Fronte della Gioventù lo chiamavano «dietro gli occhiali niente».
«Appunto. Più o meno la stessa cosa».
Adesso, invece, il riscatto?
«Sicuramente adesso sta nascendo un fatto interessante. Fini sta cercando un ruolo da protagonista».
Il suo amico Buttafuoco dice che Fini ha gettato via tutto, del passato. E non si può gettare via tutto.
«È vero, Pietrangelo lo vede come un voltagabbana. Lo capisco. Fini ha buttato via tutta una tradizione che non era certo banale, perché il fascismo sarà stato un orrore ma non era un patrimonio insignificante. Però sono anche passati sessant’anni, era ora di cercare qualcosa di nuovo».
Ma che cosa c’è di nuovo in quello che dice Fini? Sempre Buttafuoco dice che ha solo copiato il politically correct della sinistra.
«È vero anche questo. Per ora, di nuovo Fini non dice nulla. Ha preso lo schema Bobbio-Zagrebelsky e lo ha fatto suo».
I finiani dicono: anche Sarkozy ha innovato la destra.
«Ma è una storia diversa. Sarkozy ha fatto qualche piccola rottura, tuttavia rappresenta sempre il gollismo che si fa strada nel segno dell’autorità. Voglio dire: Sarkò rimane di destra, ha un impianto culturale che gli consente qualche concessione al politically correct pur restando nella tradizione della destra francese. Che è una destra antifascista. Questo Fini non se lo può permettere. Lui viene da una destra che era fascista. Ecco perché deve rompere completamente con il proprio passato».
Ma scusi: ma che cosa c’entrano le battaglie per la fecondazione assistita o per le coppie gay con la rottura con il fascismo?
«Niente. Però Fini non è stupido, sa che il Paese è in gran parte secolarizzato, e che la Chiesa stessa su certi temi è divisa. Se fai il laicista prendi certamente più voti di quanti ne ho presi io con la lista contro l’aborto. Con le sue nuove posizioni sulla bioetica, Fini conquista consensi e diventa una voce credibile per i lettori di Repubblica».
Una battaglia dagli scopi personali?
«È un dubbio che non mi faccio neanche venire. Da Machiavelli in poi, s’è sempre saputo che c’è una coincidenza di interessi pubblici e di egotismi. Il buon politico non è quello che rinuncia a se stesso».
Secondo lei questa volta Fini ce la fa, a diventare un numero uno?
«Non so. Dovessi fare una diagnosi, direi che per adesso il progetto non si è ancora depositato. Galleggia. Però, sa, l’Italia è un Paese strano, in un certo senso è tutta di sinistra, e Fini sta toccando corde che alla sinistra piacciono».
L’Italia tutta di sinistra? Questa è nuova.
«Non mi fraintenda. Mi rendo conto che è difficile da spiegare, però c’è tutto un modo di essere che, insomma, è di sinistra. Maroni è il ministro che caccia i clandestini, ma è uno che suona con la band; Bossi fa il nordista, ma lo fa mettendosi il fazzoletto al collo come i partigiani. E la diocesi di Milano? È la più grande del mondo, e ha una cultura solidarista, di sinistra in fondo. E Tremonti? Tremonti è uno di sinistra, dai!».

Vediamo se riesco a capire. Sta dicendo che, al fondo, la cultura italiana è di sinistra, e Fini sta puntando a ottenere i consensi della cultura?
«Dico che la destra è un concetto abbastanza estraneo alla cultura italiana. E non si può escludere che un giorno Fini possa apparire come un modernizzatore a un bacino elettorale che oggi ancora lo rifiuta».
Fini prossimo leader della sinistra?
«Questo no, è impossibile. Però può darsi che fra quattro anni Fini sappia trovare i toni giusti, i tratti giusti per piacere a un certo elettorato. Potremmo trovarci di fronte a un cambiamento che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare».
Anche lei, Ferrara, è un «convertito», intendo dire in politica. È per questo che la conversione di Fini la affascina?
«Non lo nascondo. Le storie degli ex mi piacciono anche perché sono io pure un ex. Fini ha mollato un gruppo per diventare un oratore solitario. E, improvvisamente, si è trovato a contare più di prima. Per adesso, solo dal punto di vista psicologico e mediatico. Poi, quale sarà il suo destino, questo non lo sappiamo».
Michele Brambilla

Mills condannato, ma il DuceSilvio si salva.

martedì, 19 maggio 2009

Pubblicate le motivazioni della condanna inflitta a Mills dopo il processo da cui è stata stralciata la posizione di Berlusconi grazie alla legge salva-culo-del-duce votata da PDL e Lega.

Commento imperdibile di Marco Travaglio.

Si dice il corrotto ma non il corruttore

“Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno”. Lo dice Gesù all’apostolo
Tommaso, che ha dovuto infilare la mano nella piaga del costato per credere
nella resurrezione.
Il processo Berlusconi-Mills (noto a tutti, grazie a un’informazione serva,
soltanto come il “processo Mills”: si diceva il corrotto, ma non il corruttore)
non ha nulla di spirituale né di trascendente. E’ una sporca storia di
corruzione, il paradigma del modus operandi di Silvio Berlusconi, presidente del
Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana. Un grande corruttore che ha
sempre comprato tutto e tutti, avendo sempre avuto la fortuna di incontrare
gente comprabile.

lI suo gruppo comprava la Guardia di Finanza perché chiudesse gli occhi sui
libri contabili taroccati. Comprava politici, da Craxi in giù, in cambio di
leggi à la carte. Comprava giudici, da Vittorio Metta in giù, per vincere cause
civili perdute in partenza, come quella che scippò la Mondadori a De Benedetti
per dirottarla nelle mani del Cavaliere. Pagava persino la mafia, per motivi
facilmente immaginabili. Per sapere tutto questo non era necessario attendere la
sentenza di ieri: bastavano tutte le altre, emesse negli ultimi 15 anni nella
beata indifferenza della quasi totalità della stampa e della totalità della
televisione, per non parlare della cosiddetta opposizione.

Ora il Tribunale di Milano ci informa che il Cavaliere comprò con 600 mila
dollari anche un falso testimone, il suo ex consulente inglese David Mackenzie
Mills (che gli aveva costruito un sistema di 64 società occulte, nei paradisi
fiscali), per garantirsi “l’impunità e i profitti” nei processi Guardia di
Finanza e All Iberian. Il tutto nel 1998-99, quando era già travestito da
politico, aveva già guidato un governo e si accingeva a guidarne altri due. Ma
anche questo si sapeva da anni. O meglio: lo sapeva chiunque avesse dato
un’occhiata alle carte del processo o ne fosse stato informato. La sentenza
doveva semplicemente sanzionare penalmente una condotta già assodata. Perché uno
dei due protagonisti, David Mills, aveva confessato tutto al suo commercialista
Bob Drennan, in una lettera che pensava sarebbe rimasta top secret: “… la mia
testimonianza (non ho mentito ma ho superato curve pericolose, per dirla in modo
delicato) aveva tenuto Mr B. fuori da un mare di guai nei quali l’avrei gettato
se solo avessi detto tutto quello che sapevo… Nel 1999 mi fu detto che avrei
ricevuto dei soldi… 600 mila dollari furono messi in un hedge fund… a mia
disposizione…”.

Purtroppo per lui (e per “Mr B.”), Drennan lo denunciò al fisco inglese, così la
lettera finì sul tavolo dei pm milanesi. Interrogato a botta calda, Mills
confessò a verbale che era tutto vero, salvo poi ritrattare con una tragicomica
e incredibile retromarcia. La sentenza di ieri aggiunge la sanzione a ciò che
chi voleva o poteva sapere già sapeva: il nostro presidente del Consiglio è, per
l’ennesima volta, un corruttore, per giunta impunito per legge. Ha comprato un
testimone in cambio di una falsa testimonianza. Un reato commesso per occultarne
altri, a loro volta commessi per nasconderne altri ancora. Ora che è di nuovo al
governo, per garantirsi l’impunità non ha più bisogno di corrompere nessuno: gli
basta violare la Costituzione con leggi come la Alfano, approvata e promulgata
nell’indifferenza di chi avrebbe dovuto contrastarla e respingerla. La stessa
indifferenza, salvo rare eccezioni, ieri ha accolto un verdetto che in qualunque
altro paese avrebbe portato su due piedi all’impeachment. Lo stesso silenzio di
Mills. Che però, almeno, si faceva pagare bene.

Cronache dall’Eurabia.

martedì, 19 maggio 2009

Vi proponiamo un contributo importante trovato in una mailing list per conoscere a che punto è la conquista islamista dell’Europa. Cominciamo dalla testa di ponte ormai saldamente stabilita a Rotterdam. Ricordiamo che in Olanda abbiamo già registrato una vittima eroica, Pym Fortuyn, assassinato da una testa di cazzo della sinistra verdastra, accecato dall’odio per la libertà che accomuna tutte le forze ispirate dall’ideologia sorella gemella (anche se solo apparentemente avversaria) del nazi-fascismo. Ricordiamo anche che in Italia altre teste di cazzo della sinistra vomitavano odio contro Fortuyn fino al giorno del suo assassinio accusandolo di fascismo e xenofobia solo perchè metteva in guardia i suoi concittadini dal pericolo islamista, totalitario, criminale e feroce come le ideologie politiche sue  degne consorelle.

“il Frankenstein del multiculturalismo”

L’Eurabia ha una capitale: Rotterdam
Qui interi quartieri sembrano Medio Oriente, le donne camminano velate, il sindaco è musulmano, nei tribunali e nei teatri si applica la sharia. Un grande reportage dalla città più islamizzata d’Europa

ROMA, 19 maggio 2009 – Uno dei frutti più incontestabili del viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa è stato il migliorato rapporto con l’islam. I tre giorni passati in Giordania e poi la visita alla Cupola della Roccia a Gerusalemme hanno fatto circolare anche tra il grande pubblico musulmano – per la prima volta in misura così diffusa – l’immagine di un papa amico, attorniato da leader islamici visibilmente felici di accoglierlo e di collaborare con lui per il bene della famiglia umana.

Ma altrettanto incontestabile è la distanza tra questa immagine e la cruda realtà dei fatti. Non solo nei paesi a dominio musulmano, ma anche là dove i seguaci di Maometto sono minoranza, ad esempio in Europa.

Nel 2002 Bat Ye’or, una studiosa nata in Egitto e di nazionalità britannica, specialista della storia e della condizione delle minoranze cristiane ed ebraiche – dette “dhimmi” – nei paesi musulmani, coniò il termine “Eurabia” per definire il destino verso il quale vede incamminata l’Europa. Un destino di sottomissione all’islam, di “dhimmitudine”

.

Oriana Fallaci riprese nei suoi scritti la parola “Eurabia” e diede ad essa una risonanza mondiale. Il 1 agosto 2005 Benedetto XVI ricevette la Fallaci in udienza privata, a Castel Gandolfo. Lei rifiutava il dialogo con l’islam, lui lo voleva e lo vuole. Ma si trovarono d’accordo – come poi riferì la Fallaci – nel riconoscere “l’odio di sé” che l’Europa mostra, il suo vuoto spirituale, la sua perdita d’identità, proprio mentre aumentano in essa gli immigrati di fede islamica.

L’Olanda è un test di verifica straordinario. È il paese in cui l’arbitrio individuale è più legittimato ed esteso – fino al punto di consentire l’eutanasia sui bambini –, in cui l’identità cristiana si è più dissolta, in cui la presenza musulmana cresce più spavalda.

Qui il multiculturalismo è la regola. Ma drammatici sono anche i contraccolpi: dall’uccisione del leader politico anti-islamista Pim Fortuyn alla persecuzione della dissidente somala Ayaan Hirsi Ali, all’assassinio del regista Theo Van Gogh, condannato a morte per il film “Submission” di denuncia dei crimini della teocrazia musulmana. Il successore di Fortuyn, Geert Wilders, vive da sei anni protetto minuto per minuto dalla polizia.

In Olanda c’è una metropoli dove questa nuova realtà si vede a occhio nudo, più che altrove. Qui interi quartieri sono pezzi di Medio Oriente, qui sorge la più grande moschea d’Europa, qui nei tribunali e nei teatri si applica la legge islamica, la sharia, qui molte donne camminano velate, qui il sindaco è musulmano, figlio di un imam.

Questa metropoli è Rotterdam, la seconda città d’Olanda per popolazione, il primo porto d’Europa per volume di traffico.

Quello che segue è un reportage da Rotterdam uscito sul quotidiano italiano “il Foglio” il 14 maggio 2009, seconda di sette puntate di una grande inchiesta riguardante l’Olanda.

L’autore, Giulio Meotti, scrive anche per il “Wall Street Journal”. Nel prossimo settembre uscirà un suo libro-inchiesta su Israele.

Nella casbah di Rotterdam

di Giulio Meotti

A Feyenoord si vedono ovunque donne velate che sfrecciano come lampi per le strade del quartiere. Evitano ogni contatto, soprattutto con gli uomini, perfino il contatto visivo. Feyenoord ha le dimensioni di una città e vi convivono settanta nazionalità. È una zona che vive di sussidi e di edilizia popolare, è qui che si capisce di più come l’Olanda – con tutte le sue norme antidiscriminazione e con tutta la sua indignazione morale – è una società completamente segregata. Rotterdam è nuova, venne bombardata due volte nella seconda guerra mondiale dalla Luftwaffe. Come Amsterdam è sotto il livello del mare, ma a differenza della capitale non ha fascino libertino. A Rotterdam sono i venditori arabi di cibo halal a dominare l’estetica urbana, non i neon delle prostitute. Ovunque si vedono casbah-caffè, agenzie di viaggio che offrono voli per Rabat e Casablanca, poster di solidarietà con Hamas e lezioni di olandese a buon prezzo.

È la seconda città del paese, una città povera, ma è anche il motore dell’economia con il suo grande porto, il più importante d’Europa. È una città a maggioranza immigrata, con la più alta e imponente moschea di tutta Europa. Il sessanta per cento degli stranieri che arrivano in Olanda vengono ad abitare qui. La cosa che più colpisce giungendo in città con il treno sono queste enormi affascinanti moschee su un paesaggio verdissimo, lussurreggiante, boschivo, acquoso, come corpi alieni rispetto al resto. La chiamano “Eurabia”. È imponente la moschea Mevlana dei turchi. Ha i minareti più alti d’Europa, più alti persino dello stadio della squadra di calcio Feyenoord.

Rotterdam è una città che ha molti quartieri sequestrati dall’islamismo più cupo e violento. La casa di Pim Fortuyn spicca come una perla in un mare di chador e niqab. Si trova al numero 11 di Burgerplein, dietro la stazione. Di tanto in tanto qualcuno viene a portare fiori davanti alla casa del professore assassinato ad Amsterdam il 6 maggio del 2002. Altri lasciano un biglietto: “In Olanda si tollera tutto, tranne la verità”. È stato un milionario di nome Chris Tummesen ad acquistare la casa di Pim Fortuyn perché rimanesse intatta. La sera prima dell’omicidio Pim era nervoso, lo aveva detto in televisione che si era creato un clima di demonizzazione contro di lui e le sue idee. E così avvenne, con quei cinque colpi alla testa sparati da Volkert van der Graaf, un militante della sinistra animalista, un ragazzotto mingherlino, calvinista, capelli rasati, occhi cupi, vestito da ecologista puro, maglia lavorata a mano, sandali e calze di lana caprina, vegetariano assoluto, “un ragazzo impaziente di cambiare il mondo”, dicono gli amici.

Nel centro di Rotterdam non molto tempo fa sono apparse foto mortuarie di Geert Wilders, poste sotto un albero, con una candela a lumeggiarne la morte prossima ventura. Oggi Wilders è il politico più popolare in città. È lui l’erede di Fortuyn, il professore omosessuale, cattolico, ex marxista che aveva lanciato un partito per salvare il paese dall’islamizzazione. Al suo funerale mancava soltanto la regina Beatrice, perché l’addio al “divino Pim” diventasse un funerale da re. Prima lo hanno mostrificato (un ministro olandese lo chiamò “untermensch”, subuomo alla nazista), poi lo hanno idolatrato. Le prostitute di Amsterdam deposero una corona di fiori all’obelisco dei caduti in piazza Dam.

“The Economist”, settimanale lontano dalle tesi antislamiche di Wilders, tre mesi fa parlava di Rotterdam come di un “incubo eurabico”. Per gran parte degli olandesi che ci vivono l’islamismo è oggi un pericolo più grande del Delta Plan, il complicato sistema di dighe che previene l’inondazione dal mare, come quella che nel 1953 fece duemila morti. La pittoresca cittadina di Schiedam, attaccata a Rotterdam, è sempre stata un gioiello nell’immaginazione olandese. Poi l’alone fiabesco è svanito, quando sui quotidiani tre anni fa è diventata la città di Farid A., l’islamista che minacciava di morte Wilders e la dissidente somala Ayaan Hirsi Ali. Da sei anni Wilders vive 24 ore su 24 sotto la protezione della polizia.

A Rotterdam gli avvocati musulmani vogliono cambiare anche le regole del diritto, chiedendo di poter restare seduti quando entra il giudice. Riconoscono soltanto Allah. L’avvocato Mohammed Enait si è appena rifiutato di alzarsi in piedi quando in aula sono entrati i magistrati, ha detto che “l’islam insegna che tutti gli uomini sono uguali”. La corte di Rotterdam ha riconosciuto il diritto di Enait di rimanere seduto: “Non esiste alcun obbligo giuridico che imponga agli avvocati musulmani di alzarsi in piedi di fronte alla corte, in quanto tale gesto è in contrasto con i dettami della fede islamica”. Enait, a capo dello studio legale Jairam Advocaten, ha spiegato che “considera tutti gli uomini pari e non ammette alcuna forma di ossequio nei confronti di alcuno”. Tutti gli uomini ma non tutte le donne. Enait è noto per il suo rifiuto di stringere la mano alle donne, che più volte ha dichiarato di preferire con il burqa. E di burqa se ne vedono tanti a Rotterdam.

Che l’Eurabia abiti ormai a Rotterdam lo ha dimostrato un caso avvenuto in aprile allo Zuidplein Theatre, uno dei più prestigiosi in città, un teatro modernista, fiero di “rappresentare la diversità culturale di Rotterdam”. Sorge nella parte meridionale della città e riceve fondi del comune, guidato dal musulmano e figlio di imam Ahmed Aboutaleb. Tre settimane fa lo Zuidplein ha consentito di riservare un’intera balconata alle sole donne, in nome della sharia. Non accade in Pakistan o in Arabia saudita, ma nella città da cui sono partiti per gli Stati Uniti i Padri Fondatori. Qui i pellegrini puritani sbarcarono con la Speedwell, che poi scambiarono con la Mayflower. Qui è iniziata l’avventura americana. Oggi c’è la sharia legalizzata.

In occasione dello spettacolo del musulmano Salaheddine Benchikhi, lo Zuidplein Theatre ha accolto la sua richiesta di riservare alle sole donne le prime cinque file. Salaheddine, editorialista del sito Morokko.nl, è noto per la sua opposizione all’integrazione dei musulmani. Il consiglio municipale lo ha approvato: “Secondo i nostri valori occidentali la libertà di vivere la propria vita in funzione delle proprie convinzioni è un bene prezioso”. Anche un portavoce del teatro ha difeso il regista: “I musulmani sono un gruppo difficile da far venire in teatro, per questo siamo pronti ad adattarci”.

Un altro che è stato pronto ad adattarsi è il regista Gerrit Timmers. Le sue parole sono abbastanza sintomatiche di quella che Wilders chiama “autoislamizzazione”. Il primo caso di autocensura avvenne proprio a Rotterdam, nel dicembre 2000. Timmers, direttore del gruppo teatrale Onafhankelijk Toneel, voleva mettere in scena la vita della moglie di Maometto, Aisha. Ma l’opera venne boicottata dagli attori musulmani della compagnia quando fu evidente che sarebbero stati un bersaglio degli islamisti. “Siamo entusiasti dell’opera, ma la paura regna”, gli dissero gli attori. Il compositore, Najib Cherradi, comunicò che si sarebbe ritirato “per il bene di mia figlia”. Il quotidiano “Handelsblad” titolò così: “Teheran sulla Mosa”, il dolce fiume che bagna Rotterdam. “Avevo già fatto tre lavori sui marocchini e per questo volevo avere degli attori e cantanti musulmani”, ci racconta Timmers. “Poi mi dissero che era un tema pericoloso e che non potevano partecipare perché avevano ricevuto delle minacce di morte. A Rabat uscì un articolo in cui si disse che avremmo fatto la fine di Salman Rushdie. Per me era più importante continuare il dialogo con i marocchini piuttosto che provocarli. Per questo non vedo alcun problema se i musulmani vogliono separare gli uomini dalle donne in un teatro”.

Incontriamo il regista che ha portato la sharia nei teatri olandesi, Salaheddine Benchikhi. È giovane, moderno, orgoglioso, parla un inglese perfetto. “Io difendo la scelta di separare gli uomini dalle donne perché qui vige libertà d’espressione e di organizzazione. Se le persone non possono sedersi dove vogliono è discriminazione. Ci sono due milioni di musulmani in Olanda e vogliono che la nostra tradizione diventi pubblica, tutto si evolve. Il sindaco Aboutaleb mi ha sostenuto”.

Un anno fa la città entrò in fibrillazione quando i giornali resero nota una lettera di Bouchra Ismaili, consigliere del comune di Rotterdam: “Ascoltate bene, pazzi freak, siamo qui per restarci. Siete voi gli stranieri qui, con Allah dalla mia parte non temo niente, lasciatevi dare un consiglio: convertitevi all’islam e trovate la pace”. Basta un giro per le strade della città per capire che in molti quartieri non siamo più in Olanda. È un pezzo di Medio Oriente. In alcune scuole c’è una “stanza del silenzio” dove gli alunni musulmani, in maggioranza, possono pregare cinque volte al giorno, con un poster della Mecca, il Corano e un bagno rituale prima della preghiera. Un altro consigliere musulmano del comune, Brahim Bourzik, vuol far disegnare in diversi punti della città segnali in cui inginocchiarsi in direzione della Mecca.

Sylvain Ephimenco è un giornalista franco-olandese che vive a Rotterdam da dodici anni. È stato per vent’anni corrispondente di “Libération” dall’Olanda ed è fiero delle sue credenziali di sinistra. “Anche se ormai non ci credo più”, dice accogliendoci nella sua casa che si affaccia su un piccolo canale di Rotterdam. Non lontano da qui si trova la moschea al Nasr dell’imam Khalil al Moumni, che in occasione della legalizzazione del matrimonio gay definì gli omosessuali “malati peggio dei maiali”. Da fuori si vede che la moschea ha più di vent’anni, costruita dai primi immigrati marocchini. Moumni ha scritto un libercolo che gira nelle moschee olandesi, “Il cammino del musulmano”, in cui spiega che agli omosessuali si deve staccare la testa e “farla penzolare dall’edificio più alto della città”. Accanto alla moschea al Nasr ci sediamo in un caffè per soli uomini. Davanti a noi c’è un mattatoio halal, islamico. Ephimenco è autore di tre saggi sull’Olanda e l’islam, e oggi è un famoso columnist del quotidiano cristiano di sinistra “Trouw”. Ha la miglior prospettiva per capire una città che, forse anche più di Amsterdam, incarna la tragedia olandese.

“Non è affatto vero che Wilders raccoglie voti delle periferie, lo sanno tutti anche se non lo dicono”, ci dice. “Oggi Wilders viene votato da gente colta, anche se all’inizio era l’Olanda bassa dei tatuaggi. Sono tanti accademici e gente di sinistra a votarlo. Il problema sono tutti questi veli islamici. Dietro casa mia c’è un supermercato. Quando arrivai non c’era un solo velo. Oggi alla cassa ci sono soltanto donne musulmane col chador. Wilders non è Haider. Ha una posizione di destra ma anche di sinistra, è un tipico olandese. Qui ci sono anche ore in piscina per sole donne musulmane. È questa l’origine del voto per Wilders. Si deve fermare l’islamizzazione, la follia del teatro. A Utrecht c’è una moschea dove si danno servizi municipali separati per uomini e donne. Gli olandesi hanno paura. Wilders è contro il Frankenstein del multiculturalismo. Io che ero di sinistra, ma che oggi non sono più niente, dico che abbiamo raggiunto il limite. Ho sentito traditi gli ideali dell’illuminismo con questo apartheid volontario, nel mio cuore sento morti gli ideali d’eguaglianza di uomo e donna e la libertà d’espressione. Qui c’è una sinistra conformista e la destra ha una migliore risposta al pazzo multiculturalismo”.

Alla Erasmus University di Rotterdam insegna Tariq Ramadan, il celebre islamista svizzero che è anche consulente speciale del comune. A scovare dichiarazioni di Ramadan critiche sugli omosessuali è stata la più celebre rivista gay d’Olanda, “Gay Krant”, diretta da un loquace giornalista di nome Henk Krol. In una videocassetta, Ramadan definisce l’omosessualità “una malattia, un disordine, uno squilibrio”. Nel nastro Ramadan ne ha anche per le donne, “devono tenere lo sguardo fisso a terra per strada”. Il partito di Wilders ha chiesto lo scioglimento della giunta municipale e la cacciata dell’islamista ginevrino, che invece si è visto raddoppiare l’ingaggio per altri due anni. Questo accadeva mentre al di là dell’oceano l’amministrazione Obama confermava il divieto d’ingresso a Ramadan nel territorio degli Stati Uniti. Fra i nastri in possesso di Krol ve ne è uno in cui Ramadan dice alle donne: “Allah ha una regola importante: se cerchi di attrarre l’attenzione attraverso l’uso del profumo, attraverso il tuo aspetto o i tuoi gesti, non sei nella direzione spirituale corretta”.

“Quando venne ucciso Pim Fortuyn fu uno shock per tutti, perché un uomo venne assassinato per quello che diceva”, ci dice Krol. “Non era più il mio paese quello. Sto ancora pensando di lasciare l’Olanda, ma dove potrei andare? Qui siamo stati critici di tutto, della Chiesa cattolica come di quella protestante. Ma quando abbiamo mosso critiche all’islam ci hanno risposto: State creando nuovi nemici!”. Secondo Ephimenco, è la strada il segreto del successo di Wilders: “A Rotterdam ci sono tre moschee enormi, una è la più grande d’Europa. Ci sono sempre più veli islamici e un impulso islamista che viene dalle moschee. Conosco tanti che hanno lasciato il centro città e vanno nella periferia ricca e bianca. Il mio quartiere è povero e nero. È una questione di identità, nelle strade non si parla più olandese, ma arabo e turco”.

Incontriamo l’uomo che ha ereditato la rubrica di Fortuyn sul quotidiano “Elsevier”, si chiama Bart Jan Spruyt, è un giovane e aitante intellettuale protestante, fondatore della Edmund Burke Society, ma soprattutto autore della “Dichiarazione di indipendenza” di Wilders, di cui è stato collaboratore dall’inizio. “Qui un immigrato non ha bisogno di lottare, studiare, lavorare, può vivere a spese dello Stato”, ci dice Spruyt. “Abbiamo finito per creare una società parallela. I musulmani sono maggioranza in molti quartieri e chiedono la sharia. Non è più Olanda. Il nostro uso della libertà ha finito per ripercuotersi contro di noi, è un processo di autoislamizzazione”.

Spruyt era grande amico di Fortuyn. “Pim disse ciò che la gente sapeva da decenni. Attaccò l’establishment e i giornalisti. Ci fu un grande sollievo popolare quando scese in politica, lo chiamavano il `cavaliere bianco’. L’ultima volta che parlai con lui, una settimana prima che fosse ucciso, mi disse di avere una missione. La sua uccisione non fu il gesto di un folle solitario. Nel febbraio 2001 Pim annunciò che avrebbe voluto cambiare il primo articolo della costituzione olandese sulla discriminazione perché a suo dire, e aveva ragione, uccide la libertà di espressione. Il giorno dopo nelle chiese olandesi, perlopiù vuote e usate per incontri pubblici, venne letto il diario di Anna Frank come monito contro Fortuyn. Pim era veramente cattolico, più di quanto noi pensiamo, nei suoi libri parlava contro l’attuale società senza padre, senza valori, vuota, nichilista”.

Chris Ripke è un’artista noto in città. Il suo studio è vicino a una moschea in Insuindestraat. Scioccato nel 2004 dall’omicidio del regista Theo Van Gogh per mano di un islamista olandese, Chris decise di dipingere un angelo sul muro del suo studio e il comandamento biblico “Gij zult niet doden”, non uccidere. I vicini nella moschea trovarono il testo “offensivo” e chiamarono l’allora sindaco di Rotterdam, il liberale Ivo Opstelten. Il sindaco ordinò alla polizia di cancellare il dipinto perché “razzista”. Wim Nottroth, un giornalista televisivo, si piazzò di fronte in segno di protesta. La polizia lo arrestò e il filmato venne distrutto. Ephimenco fece lo stesso nella sua finestra: “Ci misi un grande telo bianco con il comandamento biblico. Vennero i fotografi e la radio. Se non si può più scrivere `non uccidere’ in questo paese, allora vuol dire che siamo tutti in prigione. È come l’apartheid, i bianchi vivono con i bianchi e i neri con i neri. C’è un grande freddo. L’islamismo vuole cambiare la struttura del paese”. Per Ephimenco parte del problema è la decristianizzazione della società. “Quando arrivai qui, negli anni Sessanta, la religione stava morendo, un fatto unico in Europa, una collettiva decristianizzazione. Poi i musulmani hanno riportato la religione al centro della vita sociale. Aiutati dall’élite anticristiana”.

Usciamo per un giro fra i quartieri islamizzati. A Oude Westen si vedono soltanto arabi, donne velate da capo a piedi, negozi di alimentari etnici, ristoranti islamici e shopping center di musica araba. “Dieci anni fa non c’erano tutti questi veli”, dice Ephimenco. Dietro casa sua, una verdeggiante zona borghese con case a due piani, c’è un quartiere islamizzato. Ovunque insegne musulmane. “Guarda quante bandiere turche, lì c’è una chiesa importante, ma è vuota, non ci va più nessuno”. Al centro di una piazza sorge una moschea con scritte in arabo. “Era una chiesa prima”. Non lontano da qui c’è il più bel monumento di Rotterdam. È una piccola statua in granito di Pim Fortuyn. Sotto la testa lucente in bronzo, la bocca che accenna l’ultimo discorso a favore della libertà di parola, c’è scritto in latino: “Loquendi libertatem custodiamus”, custodiamo la libertà di parlare. Ogni giorno qualcuno depone dei fiori.

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Il quotidiano che ha pubblicato l’inchiesta:

> Il Foglio

19/5/09 – W l’Italia… l’Italia sulla luna

martedì, 19 maggio 2009

Padraig Harrington, il golfista irlandese vincitore delle ultime 2 edizioni del prestigioso Open Championship, ha sperimentato una tecnica che costringe chi esegue il colpo a fare una corsa prima di toccare palla sul tee di partenza. In questo modo la pallina percorre in media 27 metri in più.

La Lega conta troppo. Non è bastata la tassa sul federalismo, passata con l’irresponsabile astensione dell’opposizione, e del cui peso economico ancora non siamo pienamente coscienti, che Bossi principia a parlare di gabbie salariali*. Ovviamente col silenzio/assenso dei ministri Sacconi e Brunetta che ardiscono dirsi socialisti. I lettori più giovani ignorano che l’abolizione delle gabbie fu lotta sindacale, ma anche emancipazione politica e culturale per il Sud. Gli sgangherati leghisti sostengono che al sud ci sono i mercatini rionali gestiti dai contadini mentre al nord la spesa si fa alla esselunga e si spende il doppio. Questa fine analisi socio-economica sarà stata dettata dalla vista, durante le vacanze, di qualche banchetto folcloristico che vende capperi e finocchietto a Pantelleria piuttosto che limoni a Procida, ma chi vive a sud sa che non è così. Anzi, il mezzogiorno è gravato dalla mancanza di infrastrutture e servizi essenziali. I diktat della Lega sono troppo gravosi anche per un governo di destra e anche per la silente opposizione.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

*fino al 31 luglio ’72 il territorio nazionale era diviso in zone all’interno delle quali, a parità di mansioni, veniva corrisposto ai lavoratori dell’industria un salario diverso con oscillazioni del 3%. Milano-Torino-Genova, erano le città dove le retribuzioni erano più alte

Xenofobi*

La Lega conta troppo. Al momento l’Italia è l’unico paese europeo ad avere ministri appartenenti ad un partito xenofobo. Anche altrove si fanno i respingimenti, anche in altri momenti e con altri governi si sono fatti i rimpatri (fine degli anni ’90), ma sono le modalità utilizzate che ci attirano l’ostilità dell’Europa e dell’Onu. Prendere in esame l’idea di negare l’istruzione pubblica e le cure mediche, chiedere la separazione sugli autobus, eleggere miss Padania e organizzare il torneo di calcio… e soprattutto introdurre il reato di clandestinità usando una norma penale per uno scopo non appropriato mette in discussione (e in pericolo) lo Stato di diritto. Istituire le ronde per legittimare gli impulsi di intolleranza di chi vuole una giustizia fai-da-te è una tassa troppo alta, anche per un governo di destra e per una opposizione colpevole di mancanza di proposta politica.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it – Qui i vostri COMMENTI

* persone che nutrono una indiscriminata avversione verso gli stranieri

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La SS Vaticana mobilita le truppe pontificie che controllano il Parlamento vaticaliano.

martedì, 19 maggio 2009

Dopo le coraggiose parole di Gianfranco Fini a difesa della laicità dello Stato si scatenano i gerarchi della SS vaticana contro il Presidente della Camera. Immediata la corsa alle armi degli zuavi pontifici inquadrati nell’UDC e nel PDL-Popolodella Libertà vigilata dal Vaticano. E anche Franceschini del PD-Partitus Dei fa il pesce in barile

Dal Corriere della Sera del 19/05/09

http://www.corriere.it/politica/09_maggio_18/fini_laicita_3d382e5e-43c1-11de-bc99-00144f02aabc.shtml

«ATTACCO INDEGNO» – Il riferimento alla laicità dello Stato non è però piaciuto a Luca Volontè, dell’Udc, secondo cui «Fini oggi compie il peggiore attacco laicista della storia repubblicana; la fede cristiana non dovrebbe informare il comportamento e le idee dei deputati? Siamo alla vergognosa e inaccettabile discriminazione dei credenti, come ai tempi dei totalitarismi neri del ’900». «Il presidente della Camera – ha aggiunto l’esponente centrista – passa dal politically correct alla discriminazione religiosa. Fini vorrebbe favorire il dibattito e le leggi solo nel caso in cui i credenti non abbiano dato il loro contributo. È un attacco alla libertà e alla dignità della Chiesa. Un attacco indegno e insopportabile in una parola, antidemocratico». Anche il leader del partito, Pier Ferdinando Casini, è intervenuto sull’argomento: «Il Parlamento italiano non ha mai fatto leggi tenendo conto dei precetti religiosi ed il presidente Fini ha detto una cosa ovvia ma nel Parlamento c’ è chi fa delle battaglie sui valori e sui principi. Per fortuna che in Parlamento c’ è ancora qualcuno che fa battaglie su valori e principi che ormai non hanno diritto di cittadinanza in politica».

«PAROLE CHE STUPISCONO» – Delle parole di Fini si dice stupito Maurizio Lupi, vicepresidente Pdl alla Camera e esponente dell’area cattolica del partito: «Non capisco la sua preoccupazione. La nostra Carta Costituzionale è il frutto dell’incontro delle grandi tradizioni che hanno fatto la storia del Paese. E so che tra queste, la tradizione cristiana, ispirata alla dottrina sociale della Chiesa ha giocato un ruolo di primo piano. Se Fini pensa che certi valori rappresentino dei “preconcetti religiosi” sbaglia e si pone su un piano di scontro ideologico molto lontano dalla laicità positiva da lui stesso evocata». «Pur essendo scontate in linea di principio, le affermazioni del presidente Fini potrebbero indurre a equivoci se riferite alla realtà dei fatti – dice invece Gaetano Quagliariello, vicepresidente vicario dei senatori del PdL -. La verità è che sui temi di biopolitica, dall’eutanasia alle coppie di fatto, dal matrimonio omosessuale al testamento biologico fino a progetti che rasentano l’eugenetica, in Italia come nel resto d’Europa la volontà di legiferare nasce sempre da una sola parte o dall’azione delle sue appendici giudiziarie. E questa parte è la parte di chi ritiene che la libertà non si eserciti attraverso la responsabilità individuale, ma mediante l’affermazione di diritti che generano altri diritti e la loro trasformazione in leggi dello Stato. È questo il vero Stato etico che si rischia».

SOSTEGNO A FINI – Un apprezzamento alle parole di Fini («le condividiamo») arriva invece dall’Italia dei valori. «Peccato che sia una posizione isolata nel Pdl, un partito non solo autoritario, ma ormai anche confessionale – ha commentato il capogruppo alla Camera, Massimo Donadi -. Sui temi etici una parte del centrodestra ha combattuto una battaglia tanto ideologica quanto irrazionale, bloccando norme che avrebbero aiutato molte persone a ridurre la propria sofferenza e la ricerca di nuove cure per le malattie genetiche. Non è la religione a condizionare il parlamento, ma l’atteggiamento di alcuni che si sentono più “crociati” che rappresentanti del popolo». E «pieno sostegno» a Fini, dall’interno della coalizione di centrodestra, arriva dal segretario del Pri Francesco Nucara: «Ancora una volta – ha detto Nucara – Gianfranco Fini difende al meglio i principi dello Stato laico e della Costituzione repubblicana».

«NO A DISCIPLINA DI PARTITO» - In serata interviene sul tema anche Dario Franceschini: secondo il leader del Pd, sui temi della laicità «non può esserci disciplina di partito». Dopo aver osservato, con la disapprovazione di una parte del pubblico, che «i vescovi parlano qui e parlano in tutti i Paesi del mondo», Franceschini ha criticato, ricevendo però gli applausi dei partecipanti al convegno organizzato da Giustizia e Libertà, la contraddizione di «quegli stessi che gridano all’interferenza della Chiesa e il giorno dopo applaudono la stessa Chiesa quando prende posizione su alcuni temi come la legge Bossi-Fini».

LA REPLICA DEL VATICANO – Ma la reazione alle parole di Fini arriva anche dal Vaticano: «I temi sui quali il mondo cattolico intende portare il suo contributo sono temi non definibili come precetti religiosi; sono temi che riguardano i diritti fondamentali dell’uomo, come il diritto alla vita, il rispetto della vita, i diritti che riguardano l’unità del matrimonio e della famiglia. Non sono precetti religiosi, ma sono iscritti nella natura umana, difendibili con la ragione e iscritti anche nella Costituzione» ha precisato monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita. «I cattolici – ha aggiunto monsignor Sgreccia – non hanno mai preteso che si facessero leggi basate unicamente sui precetti religiosi, come andare a messa. Quello su cui si discute sono tutti qualificabili come diritti fondamentali della persone. Vorremmo anzi che il fatto che siano i cattolici a difenderli non facesse pensasse che per questo sono meno carichi di valore umano e che la difesa fatta dai cattolici sia di una razionalità minore. A noi la fede ci conforta nell’argomentazione razionale, non sostituisce mai la ragione umana». Per Sgreccia non vanno inoltre messe in secondo piano le questioni relative alla bioetica, quelle su cui il fronte cattolico è maggiormente impegnato: « Non vanno alzati steccati perchè i cattolici hanno tutte le carte in regole nel lanciare appelli su famiglia, contro l’eutanasia, contro la gravità aborto».

18 maggio 2009

Fini torna a difendere la laicità delle Istituzioni.

lunedì, 18 maggio 2009

Coraggiose espressioni del Presidente della Camera parlando di bioetica in occasione di un incontro sulla Costituzione con studenti di Monopoli. Insorgono i politicanti cristianisti che vogliono legiferare solo sotto dettatura della SS Vaticana.

Da La Repubblica del 18/05/09

http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/politica/fini-parla/fede-e-parlamento/fede-e-parlamento.html

MONOPOLI - “Il Parlamento deve fare leggi non orientate da precetti di tipo religioso”. Gianfranco Fini, parlando di bioetica durante un incontro sulla Costituzione con studenti di Monopoli, rilancia il tema della laicità dello Stato. Pronunciando parole destinate a far discutere. “Il dibattito sulla bioetica – dice il presidente della Camera – è complesso e mi auguro che venga affrontato senza gli eccessi propagandistici che ci sono stati da entrambe le parti perchè queste sono questioni nelle quali il dubbio prevale sulle certezze”.

La prima replica viene dall’Udc. E i toni sono duri: “‘Si tratta di un appello alla discriminazione verso i cattolici impegnati in politica e tutti coloro che vivono una fede o credono ad una religione. Il presidente della Camera ci riporta nel piu’ buio dei totalitarismi neri nel Novecento”.

Immigrazione. A fronte delle roventi polemiche Fini invita ad abbassare i toni: “Dovremmo sforzarci tutti di affrontare una questione così complessa e così importante senza cadere nella tentazione di dare vita a un confronto finalizzato unicamente al voto per il Parlamento europeo”.

(18 maggio 2009)

Eurabia e dhimmitudine.

domenica, 17 maggio 2009

Su segnalazione del nostro amico Marcus Prometheus un inquietante resoconto sulla fine prossima ventura della civiltà europea.

Tra i sogni della sinistra, ve ne è uno che rischia di diventare realtà e a cui il nome di Romano Prodi è intimamente legato. Il nome di questo sogno, Eurabia, lo ha diffuso, ma non coniato, Oriana Fallaci. In un libro pettegolo da poco apparso (Gli occhi di Oriana, Fazi), Sandro Sechi, per breve tempo segretario della scrittrice, ricorda l’ira della grande fiorentina quando i giornali italiani parlavano (…) (…) di Eurabia senza citarla. In realtà, la stessa Oriana, nel suo best-seller La forza della ragione, ricorda di dovere l’uso del termine ad un’altra donna lucida e coraggiosa come lei, conosciuta con lo pseudonimo che qui manterremo – di Bat Ye’or. Studiosa di origine egiziana, grande esperta di islam e soprattutto di dhimmitudine (il regime di sottomissione riservato dai musulmani agli infedeli), Bat Ye’or portò alla luce, nel 2002, l’esistenza di un progetto, battezzato Eurabia, per l’ambizioso obiettivo che aveva, di convergenza e di osmosi tra le due sponde del Mediterraneo. Di questo inquietante piano, Bat Ye’or ha descritto la genesi e le conseguenze in un libro di importanza capitale apparso nel 2005 negli Stati Uniti e appena tradotto in Francia, con il titolo Eurabia, l’axe euro-arabe (Jean-Cyrille Godefroy). In Italia, i diritti dell’opera sono sono stati acquisiti di recente dalla casa editrice Lindau, che ha in programma il volume all’inizio di febbraio 2007.

Così la comunità si è venduta agli sceicchi
L’Eurabia – spiega Bat Ye’or – rappresenta una realtà geopolitica delineatasi a partire dal 1973, dopo la guerra del Kippur e lo choc petrolifero, attraverso un sistema di alleanze informali tra i Paesi arabi del Mediterraneo e i nove Paesi della Comunità europea. Questo sistema ha avuto il suo motore in un’associazione chiamata Dialogo euroarabo (Dea), creata a Parigi nel luglio del 1974 con fini economici e politici vantaggiosi per i due partner. In cambio di lucrosi accordi finanziari, i nove Paesi della Cee accettavano le richieste degli sceicchi dell’Opec: ritiro di Israele dai territori occupati, riconoscimento dei palestinesi, presenza dell’Olp in tutte le trattative di pace. La meta più ambiziosa era però quello di una ibridazione religiosa, politica e culturale, tra Europa e mondo arabo. Il campo di collaborazione comprendeva qualsiasi settore: dall’economia alla politica, dalla cultura alla religione. Grazie al Dialogo euro-arabo, l’Olp, a partire dal 1974, ottenne uno statuto di osservatore in diverse organizzazioni internazionali, mentre la lingua e la cultura araba si diffondevano in Europa sotto l’egida di istituzioni e di Centri culturali creati ad hoc. La demografia costituiva un elemento portante di questo piano. Fin dagli anni Settanta, le politiche di immigrazione furono incluse nel progetto di fusione delle due rive del Mediterraneo in una civiltà comune. È in questa prospettiva che il Dea pianificòl’impiantazione su larga scala di collettività islamiche nel tessuto sociale europeo. Nel nome del multiculturalismo, il Dea iniziò a preparare l’avvento di un islam europeo, impermeabile ad ogni forma di integrazione per poter essere a sua volta fattore di influenza e di assimilazione. Il progetto di simbiosi demografica e culturale tra l’Europa e il mondo arabo venne quindi rilanciato dalla conferenza di Barcellona del novembre 1995, attraverso quel Partenariato euro-mediterraneo, che costituisce tuttora una delle priorità dell’Unione Europea. Sotto la duplice pressione del terrorismo e del ricatto petrolifero, afferma Bat Ye’or, il Dialogo euro-arabo è riuscito a trasformare, in trent’anni, la civiltà europea in una cultura ibrida, e senza radici, impregnata di antioccidentalismo e di giudeofobia. Il sostegno alla causa palestinese di Arafat si è accompagnato alla delegittimazione dello Stato israeliano e all’abbandono dei cristiani in Libano, Sudan, Indonesia. Si tratta di un jihad cultu rale e pacifico che ha cancellato dalla memoria storica mille anni di jihad fanatico e violento. I progetti turco-ispanici di Erdogan e Zapatero

Se Oriana Fallaci ha suscitato riserve per il suo stile appassionato e per il suo tono profetico, Bat Ye’or argomenta senza invettive e correda di note le sue affermazioni. Tuttavia, proprio per questo rischia di essere ancora più indigesta della scrittrice italiana. Oriana può essere tollerata dai santoni del multiculturalismo perché è considerata iperbolica, e dunque poco affidabile. Bat Ye’or può essere solo rifiutata, ignorandola, come è avvenuto a lungo in Italia (qualche articolo e intervista, occorre dire, è apparso su Ideazione, Liberal, Il Foglio). Infelice fu il giorno in cui Samuel Huntington coniò la formula dello scontro di civiltà. Da allora sentiamo senza sosta ripeterci che non dobbiamo rischiare di alimentare lo scontro con tesi analoghe a quelle di Bat Ye’or. L’Occidente si è così condannato al servilismo politico e intellettuale nei confronti dell’islam. L’Europa diventa un’estensione dell’islam

Il servilismo, come la miopia politica, è una malattia che colpisce a sinistra e a destra, in maniera equamente trasversale. Ma tra coloro che sono privi di vista e di coraggio, vi è chi sopravanza gli altri. Il nome di Romano Prodi passerà certamente alla storia per la disinvoltura con cui è stato capace di procedere lungo questo sentiero, sia nella sua veste di Presidente del Consiglio italiano sia in quella di Presidente della Commissione europea. Su sua richiesta fu redatto, nell’ottobre 2003, il Dialogo fra i popoli e la cultura nell’area europea, in cui si auspica l’abbraccio tra il mondo europeo e quello arabo secondo il progetto di Eurabia. Dopo la casa comune di Gorbaciov negli anni Ottanta, Eurabia è il nuovo edificio a cui oggi lavorano architetti come lo stesso Prodi e il premier spagnolo Zapatero, artefice a sua volta con il collega turco Erdogan, di un’ambigua Alleanza delle civiltà di cui sarà necessario riparlare. L’esito resta quello indicato da Bat Ye’or: la trasformazione dell’Europa in Eurabia, una estensione politica e culturale del mondo musulmano, anticristiana, antioccidentale, antiamericana e antisemita nella sua essenza profonda. Eurabia è divenuto uno spettro che agita i nostri sonni. L’istintiva repulsione che provoca questo termine nasce dall’accostamento tra due mondi in opposizione. Europa versus Arabia ha significato, per secoli, lo scontro tra islam e cristianesimo. Oggi significa l’opposizione tra una società libera ed economicamente sviluppata e una società oppressa nei costumi e arretrata nell’economia. L’osmosi è contro natura . Eurabia significa in realtà l’islam in Europa, con le sue leggi, le sue istituzioni, le sue consuetudini. Significa un’Europa che rinchiude non solo la propria fede, ma la propria cultura e la propria storia nei confini della dhimmitudine, la condizione di subalternità in cui vivono i cristiani e gli ebrei nelle terre musulmane. La cultura della dhimmitudine è la cultura di chi si arrende, per non urtare la suscettibilità del futuro padrone, che ricambia questo atteggiamento di viltà con un radicale disprezzo.

Eurabia e dhimmitudine.

domenica, 17 maggio 2009

Su segnalazione del nostro amico Marcus Prometheus un inquietante resoconto sulla fine prossima ventura della civiltà europea.

Tra i sogni della sinistra, ve ne è uno che rischia di diventare realtà e a cui il nome di Romano Prodi è intimamente legato. Il nome di questo sogno, Eurabia, lo ha diffuso, ma non coniato, Oriana Fallaci. In un libro pettegolo da poco apparso (Gli occhi di Oriana, Fazi), Sandro Sechi, per breve tempo segretario della scrittrice, ricorda l’ira della grande fiorentina quando i giornali italiani parlavano (…) (…) di Eurabia senza citarla. In realtà, la stessa Oriana, nel suo best-seller La forza della ragione, ricorda di dovere l’uso del termine ad un’altra donna lucida e coraggiosa come lei, conosciuta con lo pseudonimo che qui manterremo – di Bat Ye’or. Studiosa di origine egiziana, grande esperta di islam e soprattutto di dhimmitudine (il regime di sottomissione riservato dai musulmani agli infedeli), Bat Ye’or portò alla luce, nel 2002, l’esistenza di un progetto, battezzato Eurabia, per l’ambizioso obiettivo che aveva, di convergenza e di osmosi tra le due sponde del Mediterraneo. Di questo inquietante piano, Bat Ye’or ha descritto la genesi e le conseguenze in un libro di importanza capitale apparso nel 2005 negli Stati Uniti e appena tradotto in Francia, con il titolo Eurabia, l’axe euro-arabe (Jean-Cyrille Godefroy). In Italia, i diritti dell’opera sono sono stati acquisiti di recente dalla casa editrice Lindau, che ha in programma il volume all’inizio di febbraio 2007.

Così la comunità si è venduta agli sceicchi
L’Eurabia – spiega Bat Ye’or – rappresenta una realtà geopolitica delineatasi a partire dal 1973, dopo la guerra del Kippur e lo choc petrolifero, attraverso un sistema di alleanze informali tra i Paesi arabi del Mediterraneo e i nove Paesi della Comunità europea. Questo sistema ha avuto il suo motore in un’associazione chiamata Dialogo euroarabo (Dea), creata a Parigi nel luglio del 1974 con fini economici e politici vantaggiosi per i due partner. In cambio di lucrosi accordi finanziari, i nove Paesi della Cee accettavano le richieste degli sceicchi dell’Opec: ritiro di Israele dai territori occupati, riconoscimento dei palestinesi, presenza dell’Olp in tutte le trattative di pace. La meta più ambiziosa era però quello di una ibridazione religiosa, politica e culturale, tra Europa e mondo arabo. Il campo di collaborazione comprendeva qualsiasi settore: dall’economia alla politica, dalla cultura alla religione. Grazie al Dialogo euro-arabo, l’Olp, a partire dal 1974, ottenne uno statuto di osservatore in diverse organizzazioni internazionali, mentre la lingua e la cultura araba si diffondevano in Europa sotto l’egida di istituzioni e di Centri culturali creati ad hoc. La demografia costituiva un elemento portante di questo piano. Fin dagli anni Settanta, le politiche di immigrazione furono incluse nel progetto di fusione delle due rive del Mediterraneo in una civiltà comune. È in questa prospettiva che il Dea pianificòl’impiantazione su larga scala di collettività islamiche nel tessuto sociale europeo. Nel nome del multiculturalismo, il Dea iniziò a preparare l’avvento di un islam europeo, impermeabile ad ogni forma di integrazione per poter essere a sua volta fattore di influenza e di assimilazione. Il progetto di simbiosi demografica e culturale tra l’Europa e il mondo arabo venne quindi rilanciato dalla conferenza di Barcellona del novembre 1995, attraverso quel Partenariato euro-mediterraneo, che costituisce tuttora una delle priorità dell’Unione Europea. Sotto la duplice pressione del terrorismo e del ricatto petrolifero, afferma Bat Ye’or, il Dialogo euro-arabo è riuscito a trasformare, in trent’anni, la civiltà europea in una cultura ibrida, e senza radici, impregnata di antioccidentalismo e di giudeofobia. Il sostegno alla causa palestinese di Arafat si è accompagnato alla delegittimazione dello Stato israeliano e all’abbandono dei cristiani in Libano, Sudan, Indonesia. Si tratta di un jihad cultu rale e pacifico che ha cancellato dalla memoria storica mille anni di jihad fanatico e violento. I progetti turco-ispanici di Erdogan e Zapatero

Se Oriana Fallaci ha suscitato riserve per il suo stile appassionato e per il suo tono profetico, Bat Ye’or argomenta senza invettive e correda di note le sue affermazioni. Tuttavia, proprio per questo rischia di essere ancora più indigesta della scrittrice italiana. Oriana può essere tollerata dai santoni del multiculturalismo perché è considerata iperbolica, e dunque poco affidabile. Bat Ye’or può essere solo rifiutata, ignorandola, come è avvenuto a lungo in Italia (qualche articolo e intervista, occorre dire, è apparso su Ideazione, Liberal, Il Foglio). Infelice fu il giorno in cui Samuel Huntington coniò la formula dello scontro di civiltà. Da allora sentiamo senza sosta ripeterci che non dobbiamo rischiare di alimentare lo scontro con tesi analoghe a quelle di Bat Ye’or. L’Occidente si è così condannato al servilismo politico e intellettuale nei confronti dell’islam. L’Europa diventa un’estensione dell’islam

Il servilismo, come la miopia politica, è una malattia che colpisce a sinistra e a destra, in maniera equamente trasversale. Ma tra coloro che sono privi di vista e di coraggio, vi è chi sopravanza gli altri. Il nome di Romano Prodi passerà certamente alla storia per la disinvoltura con cui è stato capace di procedere lungo questo sentiero, sia nella sua veste di Presidente del Consiglio italiano sia in quella di Presidente della Commissione europea. Su sua richiesta fu redatto, nell’ottobre 2003, il Dialogo fra i popoli e la cultura nell’area europea, in cui si auspica l’abbraccio tra il mondo europeo e quello arabo secondo il progetto di Eurabia. Dopo la casa comune di Gorbaciov negli anni Ottanta, Eurabia è il nuovo edificio a cui oggi lavorano architetti come lo stesso Prodi e il premier spagnolo Zapatero, artefice a sua volta con il collega turco Erdogan, di un’ambigua Alleanza delle civiltà di cui sarà necessario riparlare. L’esito resta quello indicato da Bat Ye’or: la trasformazione dell’Europa in Eurabia, una estensione politica e culturale del mondo musulmano, anticristiana, antioccidentale, antiamericana e antisemita nella sua essenza profonda. Eurabia è divenuto uno spettro che agita i nostri sonni. L’istintiva repulsione che provoca questo termine nasce dall’accostamento tra due mondi in opposizione. Europa versus Arabia ha significato, per secoli, lo scontro tra islam e cristianesimo. Oggi significa l’opposizione tra una società libera ed economicamente sviluppata e una società oppressa nei costumi e arretrata nell’economia. L’osmosi è contro natura . Eurabia significa in realtà l’islam in Europa, con le sue leggi, le sue istituzioni, le sue consuetudini. Significa un’Europa che rinchiude non solo la propria fede, ma la propria cultura e la propria storia nei confini della dhimmitudine, la condizione di subalternità in cui vivono i cristiani e gli ebrei nelle terre musulmane. La cultura della dhimmitudine è la cultura di chi si arrende, per non urtare la suscettibilità del futuro padrone, che ricambia questo atteggiamento di viltà con un radicale disprezzo.

18/5/09 – Ripensamenti

domenica, 17 maggio 2009

Non occorre una visione evoluta della vita per amare il potere. Non occorre una visione evoluta della vita per andare al potere. Una visione evoluta della vita può, anzi, essere il peggiore impedimento, mentre non avere una visione evoluta può essere il più splendido vantaggio per conquistare il potere. (Philip Roth)

Sua Santità Benedetto XVI e il Segretario di Stato card. Tarcisio Bertone hanno ricevuto la loro prima carta d’imbarco . Volo El Al LY2009. Sorpresa e un po’ di imbarazzo da parte dei giornalisti italiani. (Corriere della Sera)

Cosa resterà del viaggio del papa in Israele? Fatte salve le immagini “turistiche” come la formale commozione allo Yad Vashem (ma senza la visita al memoriale) e il bigliettino infilato nelle fessure del Kotel, che avrà contenuto il pensierino edificante tipico del turista suggestionato dal luogo sacro, rimane il discorso politico sull’abbattimento dei muri. In sintesi estrema, onore agli ebrei morti (senza ricordare le responsabilità del cattolicesimo) ma nessuna comprensione per gli israeliani. Qualche frase generica sul terrorismo il pontefice l’ha detta: “esistono serie preoccupazioni riguardo alla sicurezza”, senza fare cenno agli attentati dei kamikaze o ai missili, ma, in vero spirito bipartisan, condannando entrambi. B16 ha ricordato come i palestinesi soffrano gli eventi del 1948, cioè la nascita dello Stato di Israele, e come il muro li intrappoli e impedisca qualsiasi contatto con i loro fratelli. Peccato che il papa del “si abbatta il muro” non abbia menzionato il fatto che senza barriera difensiva i fratelli arabi (che poi sono gli stessi che aveva insultato coll’inopportuno discorso di Ratisbona) andavano a farsi saltare nelle discoteche e sugli autobus.
Generica l’invocazione dei due Stati, considerando la rottura tra Hamas e Abu Mazen, e inutile perché mai ha richiamato al riconoscimento dello Stato di Israele. Niente di religioso ma molto di politico poi, indossare più volte la kefiah. Del resto è anche difficile comprendere quali siano le reali intenzioni di un pontefice che teme e condanna l’antisemitismo ma si limita ad un ammonimento al vescovo negazionista Williamson, dando l’impressione di uno studioso di teologia confuso chiamato a ricoprire un incarico per il quale è totalmente incapace. Lasciando Israele, al momento di uno scambio di saluti, che è apparso freddamente protocollare sia con il presidente che con il primo ministro, il papa che era stato ampiamente criticato dai media per la sua apatia verso i sopravvissuti alla Shoah, dimenticando il suo passato nella hitlerjugend (e passi pure che forse fare il giovane nazista era doveroso in quel momento) ha voluto ricordare che l’olocausto è figlio di un paese ateo (sic).
Mentre i giornali israeliani tirano un sospiro per la fine di un viaggio che ha tenuta impegnata la sicurezza nell’operazione “tunica bianca” drenando risorse economiche, il ministro del Turismo Stas Misezhnikov (di Israel Beiteinu), spera che la visita papale attiri turismo, in calo per la guerra a Gaza e per la recessione economica. Misezhnikov, immigrato dalla Russia nel 1982, vorrebbe attirare i ricchi russi, ma punta anche sugli evangelici americani. Quanto ai pellegrini italiani, è noto che la maggior parte di loro ignorano del tutto la storia dello Stato ebraico. Mentre fanno la fila agli sportelli dei passaporti la loro guida – quasi sempre un prete – si affanna a spiegargli che non devono farsi mettere il timbro, altrimenti non saranno più liberi di andare da nessuna parte. In realtà sono “alcuni altri paesi” ad impedire l’ingresso se sul passaporto c’è il timbro di Israele. Nei programmi di viaggio dei pellegrini italiani non c’è nessun luogo ebraico significativo da visitare (il Muro del Pianto, la Tomba di Rachele, la Grotta di Machpelà, le tombe di Maimonide…) ma solo la Via dolorosa, la Sala dell’Ultima Cena, il Santo Sepolcro… Raramente in questi viaggi è compreso lo Yad Vashem. Ovviamente le guide scelte sono sempre di religione cattolica, e mal disposte nei confronti di Israele che infatti chiamano solo terrasanta, così come hanno fatto sempre i giornalisti italiani (più giusto però chiamarli vaticaliani) durante il viaggio del papa.

Opportuno sarebbe un ripensamento all’interno del governo dove la Lega conta troppo. Al momento l’Italia è l’unico paese europeo ad avere ministri appartenenti ad un partito xenofobo. Anche altrove si fanno i respingimenti, anche in altri momenti e con altri governi si sono fatti i rimpatri (fine degli anni ’90), ma sono le modalità utilizzate che ci attirano le condanne dell’Europa e dell’Onu. Prendere in esame l’idea di negare l’istruzione pubblica e le cure mediche, chiedere la separazione sugli autobus, eleggere miss Padania e organizzare il torneo di calcio… e soprattutto introdurre il reato di clandestinità usando una norma penale per uno scopo non appropriato mette in discussione lo Stato di diritto. Istituire le ronde per legittimare gli impulsi di intolleranza di chi vuole una giustizia da far west è una tassa troppo alta, anche per un governo di destra e per una opposizione colpevole di mancanza di proposta politica.

Tiziana Ficacci, www.nogod.it