18/2/09 – La bioetica degli ebrei

Quando in Italia si parla di religione si da per dato che sul territorio nazionale esista solo il cattolicesimo. Per la verità è religione di maggioranza per abitudine. E’ infatti consuetudine anche degli agnostici, che rappresentano la maggioranza nel paese, battezzare i figli e scegliergli l’ora di religione a scuola per evitare la fatica di esercitare il libero pensiero. Per assurdo il baluardo laico viene puntellato dalle minoranze religiose che, per ovvi motivi, hanno bisogno di leggi chiare per poter esercitare la propria fede.
Come è noto i cattolici hanno una autorità centrale che manca, ad esempio, nell’ebraismo. Per le questioni etiche gli ebrei si destreggiano tra la tradizione della Torah e le leggi dell’Halachà. Ma l’Halachà non è immobile, ma è un sistema aperto che si sviluppa e che tiene conto delle nuove tecnologie. In Israele, che è uno Stato laico, il parlamento vara delle leggi che, per rispetto alla minoranza più fedele alla tradizione religiosa tengono conto dei principi di fede. Nel 2005 è stata approvata una legge sui malati terminali e disposizioni anticipate di trattamento, che ha visto un lavoro preliminare di una commissione presieduta da Avraham Steinberg, un neurologo studioso di problemi di etica medica ebraica. La legge lascia ampia libertà di scelta nella fine dei trattamenti.
Pensando di fare una cosa utile per i lettori di Nogod, pubblichiamo di seguito una intervista al rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, pubblicata sul mensile Il Punto dell’Associazione LiberaUscita http://www.liberauscita.it/online/wp-content/uploads/2008/09/ilpunto49-agosto2008.pdf

Tiziana Ficacci, www.nogod.it

Qual è il pensiero ebraico sul testamento biologico e l’eutanasia? In proposito abbiamo posto alcune domande a rav Riccardo Di Segni, medico e rabbino capo della Comunità ebraica di Roma.

Quando ci si trova davanti ad un malato terribilmente sofferente quale è la posizione consigliata se ci si attiene alla etica ebraica?
In una cultura che ha radici religiose all’esigenza della stabilità sociale si unisce il peso di una tradizione di fede e di etica che sostiene a monte dei principi generali sul valore della vita umana. In merito alla questione esistono degli orientamenti generali precisi da molti secoli, tuttavia va aggiunto che i recenti progressi della medicina hanno posto una serie molto complicata di problemi particolari, sui quali le risposte sono discordanti.
E’ vietato spingere alla morte?
E’ proibito ogni atto che possa accelerare la morte di un agonizzante: gli esempi citati nei testi tradizionali si riferiscono anche a mezzi indiretti di tipo magico, o a semplici azioni come movimenti del corpo che in qualche modo turbano un equilibrio precario. Il concetto che ispira queste regole e che a nessuno è concesso il diritto di procurare la morte anche se si tratta di un processo irreversibile e imminente, anche se per i medici non c’è più alcuna speranza e anche se è il malato stesso a chiederlo.
Questo vale anche per il suicidio?
In genere si considera con molta minore severità il suicidio messo in atto per risparmiarsi dalle sofferenze, anche perché un uomo che soffre è sempre meno responsabile delle sue azioni.
Quindi rav l’ebraismo esclude una qualsiasi legittimità alla decisione dell’individuo sulla fine della sua vita?
C’è un principio che stabilisce una sottile ma importante differenza. E’ permesso rimuovere le cause che indirettamente impediscono la morte di un agonizzante; l’esempio classico è quello di un suono esterno ripetuto, come i colpi di qualcuno che spacca la legna, che, se impediscono il trapasso , possono essere fermati. Inoltre non vanno messe in atto le misure che servono solo a prolungare le sofferenze del malato, anche perché nell’ebraismo la medicina è permessa nella misura in cui cura e guarisce. Gli esempi classici sono il fare rumore o piangere in presenza del malato o mettergli del sale sulla lingua. Da questi esempi del medioevale Sefer Chasidim alle sofisticate attrezzature della medicina moderna passa molto tempo, e così la casistica si è notevolmente articolata, cercando di verificare ogni volta la complicata differenza che può esistere tra la rimozione di ciò che impedisce e l’applicazione di ciò che affretta.
Ma, cosa fare con un respiratore automatico?
Se è chiaro che il respiro e il battito cardiaco sono fermi è permesso staccare l’apparecchio ed è proibito riapplicarlo; un suggerimento pratico è quello di regolare l’apparecchio con un interruttore che lo ferma periodicamente, e di verificare la situazione durante le fermate: se il malato è vivo, si riavvia l’apparecchio, altrimenti lo si stacca definitivamente.
E nel caso di un malato con attività cerebrale irreversibilmente danneggiata?
Non deve essere sottoposto a cure che hanno solo il fine di creare una situazione artificiosa di rinvio del decesso. Non vanno interrotte le cure, ma se la bombola di ossigeno e l’alimento in infusione finisce, non si è tenuti a metterne ancora.
E gli antidolorifici?
Si somministrano per attenuare il dolore, non certo con lo scopo di accelerare la fine.
E’ giusto pregare per la morte di una persona che soffre?
La questione è controversa, e in recenti orientamenti si proibisce ai parenti questo tipo di preghiera che è invece consentita al malato stesso. Ai parenti e agli amici può essere consentita solo a particolari condizioni, come la genericità dell’invocazione e la verifica dell’inutilità dei mezzi a disposizione della medicina.
Tiziana Ficacci

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7 Commenti a “18/2/09 – La bioetica degli ebrei”

  1. Giulia scrive:

    Trovo anche io paradossale che a farsi carico della laicità siano proprio le minoranze religiose. Questo da il segno che nel paese si sta degenerando. Penso anche io come sostiene l’articolo introduttivo che l’agnosticismo sia la netta maggioranza nel paese (e nel mondo) ma paradossalmente , un pò per la loro pigrizia, questi sono gli unici a non avere una voce.

  2. Anna Spina scrive:

    non conosco bene la relgione cattolica, ho smeso di averne una pur vaga infarinatura da piccola e in chiesa cerco di evitare di entrarci, più che altro per rispetto dei credenti e perchè mi annoio o mi secca sentire cose che a me sembrano assurde
    però anche a giudicare da quello che una parte dei cattolici va spargendo in rete non mi sembra che il pensiero cattolico sia troppo
    raffinato su questi e altri temi, il guaio è che un pensiero che mi sembra piuttosto approsimativo lo si vuol far passare per l’UNICO possibile almeno in Itlaia
    e questo è anche merito dei laici troppo pigri davvero come scrive Giulia

  3. Francesco scrive:

    Complicata parecchio questa bioetica ebraica,però dalla parole del rabbino vedo che ci sono possibilità per tutti.Interessenate è anche il fatto che non vige un pensiero solo e quindi si può scegliere anche un rabbino diverso se proprio si ha bisogno di guida religiosa.
    Concordo con l’inedia agnostica, specie per il battesimo che è un segno di conformismo per la qualsi totalità dei genitori

  4. Miriam scrive:

    Sul ruolo dello Stato, della Chiesa, delle minoranze religiose ho letto oggi una piccola intervista dell’Unità alla Moderatrice della Tavola Valdese Maria Bonafede. L’occasione è l’anniversario delle Regie Patenti che il 17 febbraio 1848 concessero – auspice Carlo Alberto quindici giorni prima dello Statuto – la parità di diritti ai valdesi dello Stato sabaudo, atto a cui seguì, dopo pochi mesi, l’emancipazione degli ebrei. La pastora Bonafede pone l’accento sulla interruzione del processo delle Intese (diverse le confessioni religiose ancora prive di questo accordo) in una società sempre più multiculturale e multireligiosa, sul rischio sempre più tangibile che la laicità corre di fronte all’esclusivismo della Chiesa (vicenda Eluana docet), ma anche sul pericolo di considerare la vita una questione puramente biologica e non anche biografica.
    Mi sembrava interessante segnalarlo.
    Saluti e buon lavoro

  5. Marco C. scrive:

    Sicuramente una lettura interessante anche se complicata.
    E’ vero quello che dice Tiziana. qualche giorno fa ho visto il film documentario religiolus (noiosissimo ) e pensavo che in Italia una persona che vive in una piccola città può nascere e morire senza mai venire in contatto con una persona di diversa religione dalla cattolica. Per quanto riguarda la difficoltà di abbandonare il conformismo e il battesimo dei bambini temo proprio che sia vero quello che affermate

  6. dal sito www.moked.it scrive:

    I dibattiti molto accesi su questioni di bioetica spaccano l’opinione pubblica, ma partono da presupposti che si ritengono scontati e condivisi. Si dà per scontato, a esempio, che il medico abbia in ogni caso il diritto-dovere di esercitare la sua attività. A questa idea, in realtà, nella storia del pensiero ci si è arrivati abbastanza tardi; perché se si pensa all’ordine naturale, o alla creazione (per chi crede in un Creatore) o al corso delle vicende umane come segnato da una volontà superiore, non è affatto automatico il diritto delle persone ad intervenire per cambiare gli eventi; se qualcuno è ammalato o ferito, si potrebbe pensare che così è stato decretato dal destino o dall’Alto, e nessuno potrebbe agire contro questa volontà. Anche la tradizione ebraica, che crede in un Creatore e nel suo intervento nella storia, ha ragionato su questi punti, e ha trovato la risposta proprio in una frase della parashà (la lettura biblica) di questa settimana; quando si prescrive il compenso dei danni per procurate lesioni personali, sono comprese le spese mediche. L’espressione ebraica è, letteralmente, “werappò yerappè”, da cui i Maestri deducono la regola: “è stato dato al medico il permesso di curare (lerappòt), ed è anche un obbligo”. Sempre da questa regola deriva un principio che non è affatto scontato ed è quanto mai attuale nei dibattiti di questi giorni: perché il permesso si riferisce alle cure, e non al prolungamento artificiale della vita

  7. Preowlefelo scrive:

    miami andrew trialled organises honestly partner governmental