BABBO NATALE AVEVA LE CORNA

Il LIBRO delle CORNA
di Massimo Consoli


Inseguendo la sua preda in giro per il mondo, dalle regioni piu' calde e umide a quelle perennemente coperte di ghiacci, il nostro antenato si accorse che i grandi mammiferi che lo nutrivano gli potevano dare molto di piu' del solo cibo: lo potevano fornire praticamente di tutto! La carne veniva mangiata fresca, immediatamente, oppure conservata per tutto lčanno salata, essiccata, congelata, affumicata, bollita, arrostita, separandola dal sangue, dal grasso, dalle ossa. La pelle (e la pelliccia) era ottima per coprirsi, per fabbricare i primi abiti, le scarpe, le tende, i ricoveri contro il freddo, contro lčacqua o contro il sole. Anche il grasso andava bene per difendersi dal freddo (spalmandoselo sul corpo), per illuminare la grotta, per insaporire altri cibi, per sfuggire alla presa mortale del nemico di unčaltra tribu' durante le lotte corpo a corpo, per far scorrere i rudimentali attrezzi primitivi, tipo lčarchetto che serviva per accendere il fuoco, anche per fare il primo sapone necessario a lavare la stessa pelliccia... La lana, filata e intrecciata, creava i tessuti. Lo sterco secco era un ottimo combustibile e serviva a dare inizio al fuoco che, poi, veniva alimentato e con legna e con le ossa dello stesso animale ucciso . Il sangue veniva bevuto direttamente dalla bestia durante i lunghi viaggi in territori privi di ogni altra risorsa alimentare, quando lčanimale non poteva essere ucciso, magari perche' veniva utilizzato per il trasporto. Ancora oggi, i nomadi arabi del deserto usano incidere i loro cammelli (o dromedari?) e bere direttamente dai garretti (?), mentre i Nuer del Sudan lo estraggono "mediante tagli dal collo delle bestie" . Le corna erano ottimi bicchieri e recipienti (fino al diciottesimo secolo si usavano come contenitori di polvere da sparo!) e trovavano impiego anche come armi mortali, oltre che come copricapo cerimoniale. Perfino il cranio serviva agli stessi usi, tantče' che ancora oggi si chiama łcoppaČ un tipo di insaccato fatto con parti del collo, del muso e della testa del maiale, ma con lo stesso nome sčintende anche un tipo di bicchiere. Del resto, chi non ricorda il famoso: łBevi, Rosmunda, nel cranio di tuo padre...Č? Con i peli e le setole si facevano degli ottimi pennelli per truccarsi il volto e il corpo, per spalmarsi il grasso, per dipingere le pareti delle caverne, oppure dei fili per cucire. In pratica, lčuomo si accorse che da solo uno di questi grossi mammiferi poteva risolvere tutti i problemi di vitto, alloggio, riscaldamento, illuminazione, abbigliamento, arredamento... dellčintera famiglia, o tribu', per periodi piuttosto lunghi. Ma lčuomo del quale stiamo parlando era un mammifero anche lui, piccolissimo rispetto alle prede che inseguiva, e che aveva cominciato la sua avventura (o un capitolo della sua avventura) saltellando da un albero allčaltro, nutrendosi di frutta, bacche, piccoli insetti e larve. Scendendo a terra, e lungo periodi di milioni di anni, aumentando di statura mentre assumeva una posizione eretta e frontale, divento' lentamente onnivoro per necessita', inserendo nella sua dieta un poč di tutto: foglie, radici, cortecce, lucertole, serpenti, topi, volatili, lepri, capre, bovini, elefanti, mammuth... Con lčaffinarsi della sua intelligenza e della sua esperienza, il piccolo uomo riusciva a sconfiggere (ed a mangiarsi!) bestie che erano dieci, venti... cento volte piu' grosse di lui. Ora, ad un certo punto della sua storia evolutiva, il nostro antenato si accorse che quasi tutti i grossi animali dai quali la sua esistenza dipendeva totalmente, erano ornati di grosse corna (o di grosse zanne che, da un certo punto di vista, si possono considerare come delle corna rovesciate). La renna, il cervo rosso e lčalce erano pietanza, per cosi' dire, quotidiana nellčEuropa dellčEta' della Pietra (sia del Paleolitico che del Neolitico, fino al Bronzo Antico), mentre pecore e capre riempivano delle loro vicissitudini lčintero Antico Testamento. Non e' un caso se, ad un certo punto della sua storia, l'uomo si trova ad essere soprattutto carnivoro. L'Uomo di Pechino, che si vuole far risalire a circa mezzo milione di anni fa, aveva una dieta composta per il 70% di carne di cervo. Il restante 30%, se si crede alle ossa trovate nei suoi insediamenti, era fornito da lontra, pecora selvatica, cinghiale e poi tigre, bufalo e rinoceronte . Di conseguenza, questo animale cornuto andava cacciato, e' vero, ma andava anche protetto (e ringraziato). Non bisognava ucciderlo inutilmente, quando era troppo giovane, ad esempio (anche perche' in questo caso cčera łpoco da mangiareČ), o quando la femmina era gravida (perche' si sarebbe persa la possibilita' di future prede), o in particolari luoghi (dove gli animali avrebbero evitato di tornare se disturbati), o in prestabiliti periodi dellčanno (come la stagione degli amori). "L'utilizzazione delle carni per scopi alimentari e' condizionata e limitata dalla religione. Infatti e' sacrilegio uccidere e consumare carne d'animali allevati (a meno che non siano morti naturalmente), fuorche' nei sacrifici rituali. Il bestiame e' sacro, e quando viene sacrificato si da' all'animale e all'Essere Supremo giustificazione dell'uccisione, ci si discolpa con formule adeguate" . Senza accorgersene, lčuomo stava inventando le religioni con lčaiuto dei suoi animali totemici che indicava, molto sinteticamente, facendo il gesto delle corna, visto che proprio queste erano lčelemento che li caratterizzava meglio. Il grosso animale dal quale dipendeva a tal punto da trasformarsi in nomade per seguirne gli spostamenti, era diventato un dio, un protettore, lčantenato dal quale tutti provenivano ed il cui spirito, in determinate occasioni, tornava in mezzo ai propri discendenti, ed il cui corpo veniva periodicamente sacrificato per permettere alla tribu' di continuare a sopravvivere (e questo sacrificio ritorna nella cerimonia cristiana dellčeucarestia). In societa' molto vicine alla nostra, per lungo tempo si sono mantenute tradizioni del genere. Ad esempio, lčusanza della vittima divina consisteva nella convinzione che il dio stabiliva la propria residenza in un essere umano, in un sacerdote (poi diventato il re), che diveniva il dispensatore della fertilita' e della felicita' di tutto il gruppo, la tribu', la nazione. Quando questo dio incarnato cominciava a mostrare i segni della vecchiaia e del decadimento fisico, veniva messo a morte per evitare che anche il dio potesse invecchiare e indebolirsi. Per altri, invece dei segni tangibili dellčinvecchiamento come i capelli grigi o la caduta dei denti, veniva fissato un certo numero di anni dal momento dell'incoronazione. Di solito sette o nove, e questo omicidio rituale garantiva anche un minimo di democrazia o, almeno, di alternanza al potere, visto che il nuovo re era quello che aveva ammazzato il proprio predecessore . Questo culto della vittima divina o del dio morente era universale in tutta lčEuropa precristiana, e molti credono che famosi personaggi di un passato non proprio remoto abbiano avuto a che vedere con questa religione. Ad esempio, sembra che Giovanna dčArco sia stata una di queste divinita' morenti o un loro sostituto. Cioe', che si sia volontariamente sacrificata per permettere al proprio re, Carlo di Francia, di continuare a vivere e a regnare. Anche Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury, e' sospettato di essersi fatto ammazzare in sostituzione del proprio sovrano, Enrico II° dčInghilterra (ricordate il film con Peter O' Toole e Richard Burton, Becket e il Suo Re?). Tutte queste straordinarie convinzioni hanno il loro momento culminante nella leggenda del łminotauroČ, un essere per meta' uomo e per meta' toro (e percio' dotato di robustissime corna!), nel quale confluiscono una infinita' di elementi diversissimi: lčadorazione del dio cornuto, una rivoluzione religiosa e forse razziale al suo dominio, sacrifici umani e sacrifici rituali della stessa divinita' cornuta... E questo dio-animale non era certo lčunico: dal primo uomo danzante con indosso una pelle di animale ed in testa lunghe corna di cervo scoperto ad Arie'ge, fin dallčEta' della Pietra, suč suč nei secoli fino al Dioniso, Bacco e Pan dellčuniverso greco-romano, al cartaginese Baal-Hammon, allčasiatico Sabazio, allčegiziano Osiride, al dravidico Shiva... agli stregoni indiani, agli sciamani siberiani... e' tutta una continua orgia di corna di capra o di toro o di antilopi o di renna o di cervo, e di riti che avevano il loro momento culminante quasi sempre in manifestazioni sessuali, in mascheramenti e in travestimenti. Anzi, se vogliamo essere piu' precisi, dobbiamo ricordare i resti di quel bambino neanderthaliano ritrovati in una necropoli che forse e' databile a 70.000 anni fa, e che erano circondati da cinque paia di corna di stambecco con le punte rivolte verso terra . Lčimportanza di questa religione era cosi' totale che noi le dobbiamo gran parte della nostra civilta'. Chi ignora, infatti, che nellčantica Grecia il dio Dioniso era adorato con un rituale di maschere, canti, danze e sesso, da un gruppo di persone riunite in un coro? Con il passar del tempo alcuni individui emersero dal coro per rappresentare parti piu' specializzate, per assumere dei ruoli, e furono chiamati attori. Poi, come sempre accade in questi casi, lčaspetto religioso e sessuale di tutta la faccenda venne accantonato e dimenticato (o fatto dimenticare dai monoteismi che sopravvenivano), finche' il rituale si trasformo' in łcommediaČ dove si recitava con un testo gia' scritto. Eč forse un caso che la parola łtragediaČ (łtragoidiaČ), in greco arcaico voleva dire esattamente łcanto del caproneČ? Perfino Babbo Natale (cfr. in appendice il mio articolo apparso su łPaese SeraČ, il 23 dicembre del 1985) affonda le sue radici in un semidio con le corna che nel corso dei secoli e' stato identificato con san Nicola di Bari. Portare le corna rimase per lungo tempo un segno di distinzione di particolare religiosita' (come oggi, nei popoli di tradizione latina, portare al collo la catenina con la croce). Nei giuramenti o negli scongiuri, per allontanare la cattiva sorte, si chiamava in aiuto il proprio protettore divino facendo le corna: gesto che e' rimasto in varie culture popolari con valore scaramantico e che, ancora una volta, e' esattamente identico al farsi il segno (di molto posteriore) della croce in una situazione di pericolo o di particolare bisogno. Di conseguenza, chi portava le corna era łcornutoČ in tutti i significati positivi di questa parola. Sembra che anche łcoronatoČ abbia la stessa origine, mentre in inglese e' facile collegare łhornyČ (= łsessualmente eccitatoČ) a łhornedČ (= łcornutoČ), soprattutto ricordando che le corna di molti animali vengono usate ancora oggi come afrodisiaco, cioe', come eccitante sessuale! E lčidea della disponibilita' erotica, della fecondita', cioe' dellčabbondanza, ritorna ancora una volta con il mito della łcornucopiaČ, di un corno caratteristico di molte divinita' e dal quale usciva ogni sorta di ben di... dio! E per restare nel mondo del mito, non possiamo dimenticare la leggenda dell'Unicorno, un cavallo che sulla fronte aveva un unico corno (appunto!), di forza insolita, annunciatore di buona fortuna e accompagnatore di eventi straordinari. Ma per gli stessi animali, le corna rappresentano lčemblema della virilita' e lo strumento che utilizzano per affermare la propria superiorita' su tutti gli altri della propria specie. Parlavamo dellčantichissima tradizione religiosa che imponeva a un re, o ad un suo sostituto, di essere ammazzato dopo un periodo di tempo ben definito. Questo culto aveva avuto origine nellčambito delle religioni che, durante (e prima) lčEta' della Pietra, adoravano un animale. Quanto andiamo dicendo e' tanto piu' attuale se si pensa che lčidea del sacrificio fa parte anche del cristianesimo, dove e' entrato quasi senza modifiche (a parte lčammazzamento vero e proprio!): basti pensare alla messa con lčofferta dellčostia (łquesta e' la mia carneČ) e del vino (łquesto e' il mio sangueČ), ed al concetto di Cristo che si fa uccidere per salvare qualcun altro (in questo caso, lčintera umanita'). Il culto delle corna era comune anche tra gli Ebrei. Mose' aveva i famosi Ofari di luceČ che partivano dalla sua testa e si allungavano fino al cielo. Probabilmente lo avevano ripreso dagli Egizi, visto che il dio Amon (o Amen) era rappresentato con la testa d'ariete. E per capire l'importanza di questa divinita' entrata nel nome augurale di alcuni Faraoni (Tutankamen, ad esempio) basta solo pensare che ancora oggi, i monoteisti di tutto il mondo concludono le loro preghiere dicendoS "Amen"! E lo stesso Gesu' viene continuamente definito łagnello di dioČ. Per non lasciare dubbi in proposito, leggiamo insieme una delle 29 (!) volte nelle quali Cristo viene cosi' definito nellčApocalisseČ di Giovanni (il łLibro della RivelazioneČ): łVidi... un Agnello ritto, ma come immolato, con sette corna...Č. La stessa a'ncora che si vede nelle catacombe cristiane, e che viene considerata uno dei simboli della salvezza piu' usuali nei primi tempi di questa nuova ed esotica religione, viene spesso disegnata o graffiata sui muri in modo da somigliare ad un paio di corna. Da quanto e' stato detto finora, e' facile capire per quale motivo le corna sono diventate il simbolo della divinita' con tutti i suoi attributi, e chi assolveva alla delicata funzione di intermediario tra questa e gli uomini, cioe' il sacerdote, lo sciamano , lo stregone, portava un copricapo con le corna dellčanimale totemico che proteggeva la tribu'. Tutta lčesistenza e la caccia di questi grossi animali cornuti era circondata da infiniti tabu': infrangerli significava attirarsi contro lčira del dio, che si sarebbe vendicato atrocemente. Ad esempio, se un cacciatore, anche solo involontariamente, uccideva un bufalo in una certa łvalle sacraČ, il possente dio puniva lčintero villaggio provocando la scomparsa di tutti gli animali da quellčarea e facendo, cosi', morire di fame, freddo e stenti chi, da loro, dipendeva. Cosi' la vedeva lčuomo primitivo, per il quale cčera sempre una relazione immediata e soprannaturale tra causa ed effetto. La realta' era (o poteva essere) che in quella valle i bufali avevano lčabitudine di radunarsi durante la stagione degli amori. Lčodore del sangue o la vista del cadavere di uno di loro, probabilmente li allontanava da quella zona per lunghi periodi, o almeno per unčintera stagione, spingendoli magari in unčaltra valle, lontanissima e, in ogni caso, fuori della portata della tribu' che li aveva łoffesiČ... Ora, per quale motivo portare le corna ha un significato cosi' squisitamente e strettamente legato alla fedelta' sessuale anzi, alla fedelta' della donna, in primo luogo? John Bulwer, nella sua łChirologiaČ (1644) lo spiega in maniera sarcastica: le corna sono il simbolo di un animale molto virile, il toro, e fare questo gesto verso qualcuno significa dirgli ironicamente: łTua moglie sembra essere soddisfatta. Evidentemente devi essere un gran maschione!Č Poi cče' la storia del łtoro castratoČ. Visto che questa e' la fine di quasi tutti i bovini, dare del cornuto a qualcuno vuol dire dargli del castrato, dellčimpotente, uno la cui moglie se la spassa con gli altri perche' il marito e' incapace di soddisfarla. Secondo la teoria della łvacca promiscuaČ, il marito di una donna un poč, come dire, łmignottellaČ e che agisce da łvaccaČ e', di conseguenza, un bove, e come tutti i bovini, porta le corna. C'e' chi pensa che questa spiegazione possa venir provata dall'avventura di Pasifae, figlia di Elio e Perseide, sorella di Circe, moglie del mitico Re Minosse e madre di Arianna e Fedra che, invaghita di un toro, pote' soddisfare le sue voglie nascondendosi in una vacca di legno costruita da Dedalo. Il frutto di questa unione fu il famoso Minotauro. Sembra che i Cretesi, ogni volta che incontravano Minosse, gli ricordassero scherzosamente quell'avventura della moglie agitando le mani a mo' di corna. Secondo qualcuno, le corna del vero cornuto (e mazziato!) sono corna ramificate di cervo, e non di toro, e questa teoria si basa sullčosservazione che, nei branchi di tali animali, il maschio dominante si prende tutte le femmine e respinge con violenza gli altri maschi. Questi ultimi, di conseguenza, sono costretti a radunarsi in gruppi di łscapoliČ che guardano silenziosamente le quotidiane łperformancesČ erotiche del loro capo con le femmine. Chi crede nel diavolo e' anche convinto che le corna delle quali stiamo parlando siano le sue. Infatti, chi volesse la moglie di qualcuno, non dovrebbe far altro che invocare la protezione di Satana facendo il segno delle corna e indirizzandole verso il marito sfortunato. Poi cče' chi pensa che il segno delle corna non rappresenti altro che le gambe allčaria (stilizzate) della donna vogliosa e che questo gesto, sempre indirizzato al marito, non voglia dire altro che: łEhi! Lo sai che tua moglie lo prende da tutti a gambe allčaria?Č Qualcun altro e' convinto che le corna siano il simbolo della virilita' dellčamante di una donna e che il marito tradito sia costretto a portarle come segno di impotenza e sottomissione. La teoria piu' divertente (per noi, non di certo per il povero cornuto) si ricollega allčusanza degli antichi guerrieri che indossavano elmetti con le corna (vi ricordate i Vikinghi? Peccato che sembri proprio che, in realta', non li usassero...). Quando il cittadino si metteva lčelmo in testa e partiva per la guerra (che una volta durava anni interi), di solito lasciava una moglie inconsolabile e che nulla voleva se non essere riconsolata al piu' presto. Percio', vedere un elmo a due punte in una casa dove non ci sarebbe dovuto stare, faceva dire ai vicini: łEhi! Eric ha un paio di corna attaccate allčingresso. Vuoi vedere che qualcuno si sta facendo sua moglie?Č Teorie... che Desmond Morris si e' divertito a raccogliere e a raccontare, dimenticando di riportare la sentenza tratta dal łCodice UrbinateČ di Roma (15 aprile 1502), dovčera uso che il marito compiacente fosse costretto a girare per la citta' cavalcando un asino e portando sul capo uno strano cappello a forma di mezzaluna, con i sonagli: łSabato si ebbe lčesecuzione di giustizia fatta di moglie e marito. Et in ponte (di Castel SantčAngelo, nda), fu poi dato un taglio al naso et orecchio alla donna; poi il marito fu spedito in galera perpetua, perche' acconsentiva agli adulteri della moglie; al qual marito furono anche poste due gran corna in testa con i sonagliČ . A dire il vero, non cče' un solo modo di fare le corna, anche se i principali possono riassumersi in due: il segno verticale (la łmano cornutaČ e' diretta verso lčalto), ed il segno orizzontale (la mano e' tesa in direzione della persona o della cosa della quale si sta parlando o alla quale ci si riferisce). Fare le corna consiste nel presentare la mano con lčindice ed il mignolo tesi, il resto delle dita ripiegate verso lčinterno della palma. Fare le corna verso qualcuno con lčintenzione di insinuare che il suo partner lo/la tradisce, e' un gesto tipicamente latino e caratteristico di Italia, Spagna, Portogallo e Francia meridionale. Un terzo modo, ma meno usato, consiste nel divaricare verso l'alto l'indice ed il medio, nel gesto che e' piu' famoso come simbolo di vittoria. Una volta questo segno era comprensibile anche nel nord Europa e perfino Shakespeare łmette le cornaČ a qualcuno dei suoi personaggi. Ma questo atto puo' anche voler significare che si invoca un certo tipo di protezione magica contro la mala sorte, contro uno iettatore (uno che łiettaČ, cioe' łgettaČ il suo occhio malefico, il suo łmalocchioČ verso qualcuno), contro una situazione che sembra assumere una piega imprevista e pericolosa. In questo caso le corna hanno la stessa funzione del segno della croce: rappresentano il potere difensivo del dio nel quale si crede e che viene invocato attraverso il suo simbolo piu' immediato, piu' evocativo: la croce per i cristiani, le corna per gli altri. Lo stesso significato assume il classico corno rosso. Il filosofo Arthur Schopenhauer decise di non sposare la propria amante Teresa (quando questa fece la svenevole con Lord Byron, a Roma), lasciando scritto: "Avevo paura delle corna del tradimento" . BABBO NATALE... AVEVA LE CORNA! Dicembre e' il mese dedicato al Natale: la ricorrenza piu' importante nel mondo cristiano, l'anniversario della nascita del Gesu' di Betlemme ricordato ogni anno da circa un miliardo di persone. Eppure, tra questi mille milioni di fedeli piu' o meno credenti, ben pochi sanno che il 25 dicembre e' una data convenzionale "scippata" ad altri dei che non erano certo quelli di Israele, e quasi nessuno ricorda che Babbo Natale, in origine, era un de'mone con le corna, poi identificato con il santo protettore di Bari, infine " recuperato" dagli olandesi come trade mark industriale e poi diffuso in oriente e occidente dai nordamericani. Ma procediamo con ordine. Nel mondo antico, molto prima della nascita delle grandi civilta' conosciute, lo scorrere del tempo era scandito dall'alternarsi delle stagioni. Si trattava di una sorta di rudimentale calendario agricolo in seguito assorbito dalla consuetudine Romana e poi, per la sua praticita', recuperato anche dalla Chiesa. Le Quattro Tempora ricorrevano ogni tre mesi: il 2 febbraio (la Candelora), la vigilia della notte di maggio (Notte di Valpurga, in Inghilterra il 15 maggio), il 1° agosto (Lammas), la vigilia di novembre (vigilia di Ognissanti), in Inghilterra l'11 novembre, in America la famosa notte di Halloween che, ormai, si sta diffondendo anche da noi come sorta di carnevale d'autunno. Queste date sono quelle che, con l'inizio dell'e'ra contemporanea e della feroce repressione di qualsiasi eterodossia da parte della Chiesa, diverranno famose come le notti dei grandi sabba. A queste ricorrenze venivano intervallati i due equinozi (quando la durata del giorno e' uguale a quella della notte: 21 marzo e 23 settembre) ed i due solstizi (il 21 giugno, quando la luce solare e' al suo massimo rispetto alla luce lunare; ed il 21 dicembre, quando si ha la notte piu' lunga di tutto l'anno). Chiaramente, queste date non sono mai precise, ma oscillano leggermente a seconda del luogo e del tempo considerato. Nell'antico mondo indo-iranico, Mitra, il dio della luce celeste, si voleva nato da una roccia il 25 dicembre, cioe' (probabilmente) durante il solstizio d'inverno, il giorno durante il quale e' vero che la luce del sole illumina per meno ore la superficie terrestre ma e' altrettanto vero che da quel momento in poi le giornate tornano ad allungarsi. Il suo culto ebbe un successo straordinario e non limitato solamente alla sua regione d'origine: assimilato al Sole, venne identificato con il babilonese Shamash, e con il greco Elios (ed anche con Apollo). Verso la fine del 1° secolo dopo Cristo si diffuse nel mondo Romano, soprattutto tra i soldati e i mercanti (categorie di viaggiatori) a nord fino alla Britannia, a sud raggiungendo l'Africa e, nella stessa Roma contestando al nascente cristianesimo per ben due secoli la qualifica di culto maggiormente in espansione. Alla fine, l'enfasi cristiana sulla disciplina, l'ordine, l'organizzazione, l'obbedienza e la gerarchia ebbero la meglio: nel 324 Costantino dichiara proprio questa religione culto ufficiale dell'Impero Romano. Nel 330, dopo che Malachia ha definito Gesu' "sole di giustizia" e dopo che Giovanni lo ha dichiarato "luce del mondo", i cristiani di Roma "espropriano" il 25 dicembre ai fedeli di Dioniso e di Mitra e lo dichiarano, ex-abrupto, giorno della nascita (questo vuol dire natale) di Cristo. Nel 380 la commemorazione si estende all'Oriente. Quasi contemporaneamente il giorno festivo settimanale passa dal sabato (secondo la tradizione ebraica) alla domenica (= Dies Domini, Giorno del Signore), rubando anche questa ricorrenza a Mitra. Infatti, ancora oggi in tutte le piu' importanti lingue nordiche, la parola domenica mantiene il senso di questa festivita' (in Inglese = Sunday, composta da SUN = Sole, e DAY = Giorno. In Tedesco = Sonntag. In Olandese = Zondag, ecc.). Nel Nord europeo, da secoli le popolazioni avevano una predilezione particolare per un certo Neck o Nick, parola che significava De'mone, cioe' spirito, essere intermedio tra la divinita' e gli uomini, e non demo'nio, che nel linguaggio ecclesiastico e' un angelo del Male, cioe', una figura negativa. Questo Nick, che ancora oggi in Cornovaglia (nell'Inghilterra meridionale), viene raffigurato con le corna caratteristiche di molte divinita' pre-romane, era talmente benvoluto, che la Chiesa si vide costretta a identificarlo con Nicola di Mitra (nome che, chissa' quanto casualmente, ricorre ancora una volta), vescovo di Licia, poi diventato santo protettore di Bari, ed oggi 'detronizzato' dagli altari maggiori. Il 6 dicembre, giorno della sua festa, nei paesi del Nord Europa si usava scambiarsi dei regali. Da una corruzione del suo nome "Sanctus Nicolaus" in "Santa Claus" ha origine la popolare figura di quello che, nel nostro Paese, e' stato tradotto con "Babbo Natale". Agli inizi del secolo scorso, gli americani d'origine olandese costituivano ancora una grossa forza economica nell'area di New York. Non va dimenticato, infatti, che erano stati loro, nel 1626, ad acquistare l'isola di Manhattan dagli indiani scambiandola con il valore di 24 dollari in merci varie, ed a ribattezzarla Nuova Amsterdam. Agli inizi dell'Ottocento, dunque, questi olandesi erano alla ricerca di un marchio da brevettare come emblema della loro comunita' industriale, e finirono per far propria l'immagine di questo San Nicola, o Santa Claus, come loro stessi avevano ribattezzato nel loro paese d'origine ed al quale continuavano ad essere affezionati anche nella nuova terra. Seguendo l'uso dell'epoca, lo scolpirono anche sulla prua della nave Buona Dama, adibita al trasporto delle loro merci. Piu' tardi, la polena di legno di questo santo si "stacco'" dal battello e si trasformo' in un simpatico vecchietto che, su di un carro trainato da un cavallo, andava in giro a distribuire regali (naturalmente prodotti dagli stessi olandesi) durante certe ricorrenze. Lentamente, il carro divento' una slitta, il cavallo muto' in una renna, poi in due, quattro, sei... otto renne, fino a che, nel 1950, sempre gli americani ne aggiunsero una nona: Rudolf, the Red Nose Reindeer (Rodolfo, la Renna dal Naso Rosso) L'immagine di Santa Claus come ora la conosciamo, e' dovuta ad un famoso illustratore d'origine tedesca (era nato in Baviera nel 1840) che, fra l'altro, e' passato alla storia per aver inventato anche i simboli del partito Democratico (l'asino) e Repubblicano (l'elefante): Thomas Nast. Fu lui che immortalo' Babbo Natale in un vecchietto vivace, basso, grasso, con la lunga barba candida e un vestito rosso acceso foderato di pelliccia bianca. Questa immagine gli era venuta spontanea quando, richiesto di illustrare alcune poesie natalizie, si ricordo' che quand'era bambino, nella Germania Meridionale andava in giro un uomo anziano, barbuto e impellicciato, distribuendo dolci e giocattoli ai bambini. BOX 1 - L'ALBERO Anche un'altra tradizione strettamente legata al Natale cristiano ha, in realta', origini ben piu' antiche: il ceppo. Bruciare un grosso tronco (che impiega molte ore a consumarsi del tutto, praticamente un'intera notte) aveva un preciso significato simbolico nell'ambito della cultura celtica. Voleva dire, in coincidenza con l'inizio di un nuovo ciclo stagionale, bruciare e lasciarsi dietro tutto cio' che di negativo l'ultimo ciclo precedente, cioe' l'anno appena finito, aveva portato con se'. Gli stessi precedenti precristiani si trovano nell'usanza dell'abete, nonostante la credenza che sia stato Martin Lutero a inventarlo, quasi per contrapporlo come simbolo dell'Europa nordica e protestante al presepio, emblema dell'Europa meridionale e cattolica. Sorvoliamo sulla teoria che vuole l'albero di Natale estrema derivazione delle piramidi egiziane e consideriamo invece il fatto che questo era l'unico albero verde disponibile durante il lungo inverno germanico. Era percio' normale che, in mezzo e tanta desolazione (ed a tanta neve) i popoli dell'Europa settentrionale gli riservassero un posto privilegiato nelle loro ricorrenze stagionali, appendendovi sopra la loro frutta nazionale, soprattutto le mele, e decorandolo con candele accese (il simbolo della luce, fonte di calore e percio' di vita, e surrogato del Sole), dolci e doni e nastri multicolori. Del resto, la decorazione dell'albero non era limitata al solstizio d'inverno, quando la notte era piu' lunga che mai rispetto al giorno, ma aveva luogo anche nel Calendimaggio (dal latino calende = inizio del mese), subito dopo la Notte di Valpurga che, abbiamo visto era una delle quattro Tempora dell'antichita'. Piu' tardi quest'albero primaverile venne sostituito da un palo, cioe', sempre da un albero, in pratica, sfrondato, scortecciato e tagliato alle radici, innalzato al centro del villaggio, e sul quale venivano appesi nastri colorati, fiori, frutta, dolci. Residui di questa tradizione sono i famosi "alberi della cuccagna". Questo ancestrale legame dell'uomo con l'albero (anche il ceppo ne e' una parte, non dimentichiamolo, e piu' avanti vedremo che pure il vischio, che e' un parassita di certi fusti, e' strettamente legato al Natale) e' facilmente spiegabile quando si ricordi che gli originari luoghi di culto, prima ancora delle chiese, delle sinagoghe, dei templi e degli altari, erano proprio... i boschi. Questo e' ancora piu' vero quando si scopre che la parola santuario, nella lingua dei Celti, sembra proprio che volesse dire "bosco", o, almeno, "radura nel bosco". Anche la famosa "bacchetta magica" delle fate e dei maghi (diventata poi lo scettro dei re o il pastorale dei vescovi e dei papi) trae la sua origine dal potere mistico attribuito agli alberi dei quali non era altro, all'inizio, che un semplice ramo tagliato durante una certa ricorrenza e con un rito particolare. Una volta innestata nella tradizione cristiana, la decorazione dell'abete subisce alcune evoluzioni. Dopo il 1850, sempre nel nord dell'Europa, vi si cominciano ad appendere quei meravigliosi oggetti di vetro soffiato e colorato, leggerissimi e scintillanti: palle, coni rovesciati (a simboleggiare la neve sgocciolante dai rami), angeli, stelle piu' o meno filanti... BOX 2 - IL VISCHIO Strettamente collegata all'albero di Natale e' un'altra usanza: quella di decorare la casa con rametti di vischio. La caratteristica di questa pianta e' di vivere come parassita di alcuni alberi da frutta e di altri come pioppi, querce e pini, cioe', di sempreverdi ad alto fusto. Di conseguenza, gli antichi erano probabilmente affascinati da questo vegetale che vive a spese di un suo simile, e lo consideravano particolarmente sacro. I Druidi, gli antichi sacerdoti dei Celti, lo coglievano tagliandolo con una piccola falce d'oro e ponendo al suolo un panno di lino per evitare che il vischio, o le sue foglie o le sue bacche, potessero contaminarsi al contatto con la nuda terra. La sacralita' in cui era tenuto, e non solo nell'antica Europa, ma anche presso gli aborigeni del Giappone o in molte culture africane, porto' la Chiesa ad impedirne l'adozione ai suoi fedeli per secoli, accettandolo solo di recente e limitandone la simbologia all'idea di pace e di serenita'. BOX 3 - IL PRESEPE L'introduzione dell'abete in Italia, dapprima limitato ad un ambiente laico-borghese vagamente europeizzante, alla fine del secolo scorso, si scontro' con l'unica istituzione natalizia veramente originale e, per di piu', tipicamente italiana: il presepio. Lasciando da parte le solite convinzioni stabilite da secoli e che vogliono san Francesco "inventore" della prima rappresentazione natalizia (e "vivente", per di piu') a Greccio, durante il Natale del 1223, sembra che, in realta' dal quinto secolo, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, si conservassero alcune parti in legno della mangiatoia in cui la tradizione diceva che Gesu' bambino era stato deposto e scaldato dal bue e dall'asinello. Il nome della basilica, a quei tempi, era di Sancta Maria ad Praesepe, cioe' "Santa Maria davanti al recinto", visto che presepe (o presepio), e' parola che viene dal latino "prae" = "davanti", e "saepire" = "chiudere con una siepe". Dopo di questa, altre rappresentazioni della nativita' vennero sinteticamente definite "presepi", dando cosi' inizio ad un filone che, anche se non e' piu' in auge come una volta, continua ancora oggi.
Massimo Consoli
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