DOCUMENTI SULL'ATEISMO

14/09/08
Documento tratto da

http://www.chiesavaldese.org/pages/archivi/index_commenti.php?id=700

 

DIALOGHI CON PAOLO RICCA
L’ateismo: perché c’è? Ha un futuro?

Sono nata e cresciuta in Russia, il paese che per tanti decenni nel secolo scorso si è definito «ateo». Vivendo in Italia da quasi otto anni e frequentando un ambiente protestante, ho cominciato a pensare alle questioni della religione e della fede. Posso dire che mi considero tra coloro che «sperano di credere». A tale riguardo vorrei chiedere: che cosa si può pensare dell’origine dell’ateismo, del suo posto nel mondo e del suo futuro?
Olga Lyskova – Civitavecchia

L’origine dell’ateismo è antica quanto l’uomo(1). Gli storici delle culture e in particolare gli etnologi, cioè gli studiosi delle culture dei popoli cosiddetti primitivi (che dovrebbero rispecchiare quello che eravamo ai primordi della nostra storia), sostengono, sulla base dei loro studi, due tesi opposte: secondo alcuni l’uomo iniziale era perfettamente ateo, non possedeva cioè alcuna idea di un qualsiasi mondo divino; secondo altri, invece, l’uomo primitivo, in base all’esperienza del sogno, dell’estasi, della capacità immaginativa e della stessa morte, sarebbe stato fin dall’inizio indotto a concepire l’esistenza di una realtà superiore alla condizione umana, di un «altro mondo», che non essendo a sua disposizione, avrebbe considerato divino.
Questa religione originaria avrebbe addirittura assunto, presso certi popoli come i pigmei, i connotati di un monoteismo. Le due posizioni – il rifiuto di credere nell’esistenza di un Dio, e quindi la convinzione di dover essere a-tei, cioè senza Dio perché Dio non c’è, e invece la convinzione opposta che Dio esiste e addirittura parla, o ha parlato, si è rivelato, cioè è uscito dal suo mistero, e può essere conosciuto e incontrato – queste due posizioni si sono perpetuate in forme e misure diverse, ma senza che una delle due venisse mai meno, lungo tutto il cammino della storia umana e sono oggi entrambe ben rappresentate a tutti i livelli. Da un lato infatti abbiamo l’imponente fenomeno delle religioni, che contrariamente alle previsioni e attese di molti, e malgrado la secolarizzazione galoppante in Occidente, non sembrano affatto vivere il loro crepuscolo. Il grido di Nietzsche: «Dio è morto! E noi lo abbiamo ucciso!» – un grido che in lui esprime non solo liberazione e vittoria, ma anche inquietudine e sgomento – ha indubbiamente una sua forza retorica, ma la verità che proclama è più apparente che reale. Dio non è morto, ma è!

D’altro lato però abbiamo il fenomeno, non altrettanto vistoso perché non organizzato né istituzionalizzato (come in genere lo sono le religioni), ma comunque assolutamente rilevante soprattutto in Occidente, ma anche altrove, dell’ateismo in tutte le sue forme che, semplificando molto il quadro, possiamo ricondurre a due principali. La prima è l’ateismo cosiddetto pratico, che è quello di tutti coloro che vivono, pensano e agiscono «come se Dio non ci fosse», prescindendo cioè da Lui nella loro esistenza quotidiana, tanto nelle loro relazioni con gli altri, quanto nella loro vita più personale e intima: nella loro interiorità, Dio non c’è (o non si chiama così). Questo ateismo pratico non è frutto di una scelta precisa, non è voluto o programmato, è semplicemente un dato di fatto, una condizione nella quale uno si trova.

La seconda forma di ateismo è il cosiddetto ateismo teorico, quello cioè che teorizza l’inesistenza o l’inconsistenza di Dio, che non sarebbe altro che un fantasma celeste creato dall’uomo, proiezione dei suoi desideri o delle sue frustrazioni. Questo tipo di ateismo, detto anche sistematico (perché eretto a sistema) o scientifico (perché assunto come verità dimostrabile scientificamente) è in realtà una creazione piuttosto recente (grosso modo dalla metà del XVI secolo in avanti), che coincide con la nascita e lo sviluppo della modernità e alla quale ha sicuramente contribuito in modo determinante lo sviluppo della scienza e della tecnica, che hanno dato vita a una visione del mondo nella quale Dio non era più necessario. Cartesio confessava (in privato): «Non ho bisogno della ipotesi Dio». Ma nel Settecento e Ottocento europeo, com’è noto, Dio venne messo al bando da molti pensatori influenti non già perché superfluo, ma perché considerato nocivo, come una droga che aliena la gente dal mondo reale, o una sanguisuga celeste che assorbe e vanifica le migliori energie dell’uomo e lo pasce di illusioni e di rappresentazioni infantili che ne fanno un eterno fanciullo e gli impediscono di diventare adulto. Il Novecento è stato teatro di immani tragedie, tutte costruite dall’uomo, ma è Dio che, stranamente, ne è stato incolpato con l’accusa di essere stato «assente»: non poco ateismo (o quanto meno agnosticismo) s’è nutrito e si nutre di questa ipotetica «assenza di Dio» dovuta alla sua probabile inesistenza.

Giova ricordare che l’antichità classica greca e romana conoscevano già l’ateismo. Democrito, nato intorno al 460 a.C., sosteneva che la realtà prima e ultima non è Dio, ma l’atomo e che gli dèi, fatti anch’essi di atomi, altro non sono che la proiezione di impressioni prodotte sull’animo umano da fenomeni naturali. Poco più tardi Protagora confessa, a proposito degli dèi, di non saperne nulla: l’argomento è troppo oscuro e la vita è troppo breve per esplorarlo! E il grande Socrate, com’è noto, fu accusato di ateismo ed empietà tanto da meritare la morte, in quanto non riconosceva gli dèi che la città riconosce e ne introduceva di nuovi. Anche la Bibbia parla dello «stolto, che dice nel suo cuore: Non c’è Dio» (Salmo 14,1), ma questo «ateo» è in realtà l’uomo iniquo e corrotto che nega Dio solo per poter fare impunemente il male. Il suo non è ateismo teorico, ma pratico. Oggi invece è, per così dire, tornato di moda l’ateismo teorico, con una serie di atei militanti come Richard Dawkins (L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere, Mondatori 2007) e Christopher Hitchens, Dio non è grande. Come la religione avvelena ogni cosa, Einaudi 2007), i quali predicano l’ateismo con zelo missionario, convinti come sono che Dio e la religione facciano molto male alla salute dell’umanità.

Ma ora la nostra lettrice, alla quale, provenendo dalla Russia, diamo, sia pure con involontario ritardo, il benvenuto nel nostro paese, pone due domande precise alle quali cercherò di rispondere. La prima è: perché c’è l’ateismo? La seconda è: che futuro avrà?
1. Alla prima domanda rispondo schematicamente con due indicazioni.
[a] C’è l’ateismo perché Dio non è ovvio. E non lo è non solo perché, essendo «Spirito» (come Gesù dice alla Samaritana), è invisibile, ma anche perché è «nascosto» («In verità, tu sei un Dio che ti nascondi», Isaia 45, 15), «ha dichiarato che abiterebbe nell’oscurità» (I Re 8, 12), o, come dice ancora Gesù, «è nel segreto». Non c’è nessuna evidenza di Dio nel mondo e nella vita. Ci sono tanti segni e tracce di Lui, ma per vederle occorre uno sguardo particolare, che è quello della fede. Molti vedono cose meravigliose, ma il loro stupore non diventa fede. E comunque ci sono molte contraddizioni: ogni argomento a favore dell’esistenza di Dio può essere capovolto nel suo contrario. Ci sono ragioni per credere, ma altrettante per non credere. La partita tra fede e ateismo non si risolve sul piano della razionalità. La fede stessa non è frutto di una decisione umana e non ha in sé la chiave della sua spiegazione. Come non è ovvio Dio, così non è ovvia la fede. L’ateismo, in fondo, è abbastanza ovvio, tanto da essere quasi banale.

[b] Siccome Dio è nascosto, non può essere dimostrato, può solo essere testimoniato, con la vita più che con le parole. Senonché Dio ha molti cattivi testimoni, e pochi buoni: questa è la seconda ragione dell’ateismo. Nel nome di Dio molti diventano fanatici, settari, intolleranti, violenti e persino omicidi, come un tempo gli inquisitori e oggi i kamikaze (ma non solo loro). C’è un «Dio» che è tutto fuorché Dio – il «Dio» della Guerra, della Patria, della Civiltà, della Prosperità, e così via, rispetto al quale si può solo essere radicalmente atei. C’è un «Dio» che produce una religione alienata e alienante, fatta di ignoranza, superstizione e incultura, di oscurantismo e del peggior tipo di conservatorismo: anche qui, rispetto a un simile «Dio» l’ateismo è d’obbligo. C’è poi un «Dio» che produce una «fede» nella quale c’è molta autosufficienza, arroganza, presunzione, prepotenza, autoritarismo, amore del potere e del comando. Anche nei confronti di questo «Dio»-Padrone, l’ateismo è meglio della «fede». Insomma, cara lettrice russa di Civitavecchia, Dio è in minoranza nel grande pantheon degli dèi che il nostro cuore infermo, fucina di idoli, continuamente crea. Sì, Dio è solo, là fuori porta, inchiodato a una croce. Beato chi non si sarà scandalizzato di lui!

2. Alla seconda domanda, se l’ateismo abbia o no un futuro, risponderei anche qui con due indicazioni.
[a] La prima è questa: che l’ateismo abbia o no un futuro dipende in parte dalla chiesa, e precisamente dalla qualità della sua testimonianza. Se questa sarà scadente, l’ateismo ne sarà rafforzato. L’incredulità del mondo rispecchia l’incredulità della chiesa. Se la chiesa crede poco (ricordiamo quante volte Gesù chiama i discepoli «gente di poca fede»: Matteo 8, 26; 6, 30; 16, 8) o male, il mondo si sente autorizzato a non credere per niente.
[b] La seconda indicazione è questa: la croce di Cristo è il cuore della fede cristiana, e questa croce, come sappiamo, è «scandalo per i Giudei [cioè per i religiosi] e pazzia per i Greci [cioè per i laici]» (I Corinzi 1, 23). Cristo con la sua croce resta perciò «segno di contraddizione» (Luca 2, 34) per tutti e per sempre. In queste condizioni è difficile che l’ateismo non abbia un futuro. Chi non ricorda la domanda inquietante di Gesù: «Ma quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà egli la fede sulla terra ?» (Luca 18, 8).

Che fare allora ? Non c’è da fare altro che quello che faceva il Salmista: umilmente e tenacemente, con semplicità di cuore e trasparenza di vita, «annunzierò il tuo nome ai miei fratelli» (Salmo 22, 22). Sappiamo quanto del nome di Dio si sia abusato, quanto esso sia stato, anche per colpa nostra, compromesso. Ma come ha scritto Martin Buber in una splendida pagina del suo Eclissi di Dio: «Non possiamo lavare di tutte le macchie la parola “Dio”, e nemmeno lasciarla integra; possiamo però sollevarla da terra e, macchiata e lacera com’è, innalzarla sopra un’ora di grande dolore».

__________________
(1) Si può leggere con profitto, al riguardo, il bel volume di Georges Minois, Storia dell’ateismo, Editori Riuniti, Roma 2000 (1ª edizione francese 1988).

Tratto dalla rubrica "Dialoghi con Paolo Ricca" del settimanale Riforma dell'11 aprile 2008


31/10/07 - Comunicato Stampa dell' UAAR

Gli atei a congresso a Rimini, il 3 il 4 novembre prossimi, per una nuova visibilità


Otto per mille, religione a scuola, ingerenze del Vaticano nella politica. Ma anche la necessità di incidere davvero nella vita del paese, nelle piccole prepotenze di parrocchia come nelle grandi questioni sociali. Questi i temi del congresso dell’Uaar, che si aprirà il 3 novembre prossimo all’Hotel Sporting di Rimini. Saranno presenti un centinaio di delegati da tutta Italia per l’elezione dei nuovi organi dirigenti (l’attuale segretario, Giorgio Villella, non si è ricandidato). Ma i lavori del congresso sono aperti a tutti, e giornalisti e curiosi sono i benvenuti.

«Nei tre anni passati dallo scorso congresso a oggi – spiega Giorgio Villella – il numero dei soci è quasi triplicato, per raggiungere i 2400 attuali, e siamo arrivati a coprire con la nostra presenza 47 province. Parallelamente è aumentata la tiratura della nostra rivista, l’Ateo, e sono aumentati in modo molto significativo i contatti al sito internet, che superano quota 5000 al giorno». Adesso, si tratta di fare un salto di qualità. E la Uaar si sente pronta a farlo.

L’iscrizione al registro nazionale delle associazioni di promozione sociale, avvenuta nel luglio scorso, permetterà all’Uaar di promuovere azioni giurisdizionali per le questioni inerenti i suoi scopi sociali. In pratica, mentre fino a ora, per esempio, per denunciare una visita pastorale in una scuola o qualsiasi altra violazione della laicità dello stato, era necessario che fossero i singoli soci a esporsi legalmente, adesso sarà la Uaar a intervenire direttamente, anche grazie alla possibilità di accedere ai documenti amministrativi (legge 383/00). «Anche grazie a questa conquista, – conclude Villella – la Uaar è pronta a a trasformare i suoi scopi statutari da utopia a realtà».


12/06/07 - Per celebrare degnamente la visita di Sua Eccellenza il Presidente degli
Stati Uniti d'America, segue l'elenco delle leggi statali negli Usa che
discriminano coloro che non credono in un dio.


(fonte: http://bmccreations.com/one_nation/states.html , ma i testi sono
quelli ufficiali delle Costituzioni segnalate )

Arkansas
Maryland
Massachusetts
North Carolina
Pennsylvania
South Carolina
Tennessee
Texas
-------

-- Arkansas --
"No person who denies the being of a God shall hold any office in the civil
departments of this State, nor be competent to testify as a witness in any
court."
Article 19, sect. 1 of the 1874 constitution

-- Maryland --
"That as it is the duty of every man to worship God in such manner as he
thinks most acceptable to Him, all persons are equally entitled to
protection in their religious liberty.. nor shall any person, otherwise
competent, be deemed incompetent as a witness, or juror, on account of his
religious belief; provided, he believes in the existence of God, and that
under His dispensation such person will be held morally accountable for his
acts, and be rewarded or punished therefore either in this world or in the
world to come." Bill of Rights: Article 36


-- Massachusetts --
"As the happiness of a people, and the good order and preservation of civil
government, essentially depend upon piety, religion and morality; and as
these cannot be generally diffused through a community, but by the
institution of the public worship of God, and of public instructions in
piety, religion and morality: herefore, to promote their happiness and to
secure the good order and preservation of their government, the people of
this commonwealth have a right to invest their legislature with power to
authorize and require, and the legislature shall, from time to time,
authorize and require, the several towns, parishes, precincts, and other
bodies politic, or religious societies, to make suitable provision, at their
own expense, for the institution of the public worship of God, and for the
support and maintenance of public Protestant teachers of piety, religion and
morality, in all cases where such provision shall not be made voluntarily."
Declaration of Rights: Article III

-- North Carolina --
"The following persons shall be disqualified for office: First, any person
who shall deny the being of Almighty God...." Constitution Article 6 Section
8

-- Pennsylvania --
"No person who acknowledges the being of God and a future state of rewards
and punishments shall, on account of his religious sentiments, be
disqualified to hold any office or place of trust or profit under this
Commonwealth".
Declaration of Rights Article 1 Section 4

-- South Carolina --
"No person shall be eligible to the office of Governor who denies the
existence of the Supreme Being..."
Article 4 Section 2

-- Tennessee --
"No person who denies the being of God, or a future state of rewards and
punishments, shall hold any office in the civil department of this state."
Bill of Rights: Article 9 Section 4

-- Texas --
"No religious test shall ever be required as a qualification to any office,
or public trust, in this State; nor shall any one be excluded from holding
office on account of his religious sentiments, provided he acknowledge the
existence of a Supreme Being." Article 1 - Bill of Rights: Section 4



Saluti. F.R.


Padre nostro che non sei nei cieli.
Onfray contro tutte le religioni
(La stampa – Ott/nov 2005 – Mauro Baudino)

Un ateo convinto e, per così dire, militante, inaugura domani “Torino Spiritualità" una serie di incontri dove sono coinvolti rappresentanti di molte religioni. Sembra un’ idea bizzarra, quasi una provocazione. Anche perché Michel Onfray, autore del “Trattato di ateologia” appena tradotto da Fazi e subito protagonista di un’imperniata di vendite (in Francia è arrivato a 200 mila copie) non è neppure un fautore del dialogo. Anzi, come ci spie­ga da Caen, dove ha fondato la sua «Università popolare" ed è diventato uno straordinario fe­nomeno culturale e editoriale, con una ventina di testi alle spalle e tirature da bestseller, non è affatto interessato a discu­tere con "gente nevrotica", «sicura di avere la verità dalla propria», e soprattuttonon ama le boutade, non vuole dare scan­dalo a nessuno, gli interessa solo «promuovere il benessere e l’emancipazione dei corpi e del­le menti". Però dialogherà con Alberto Melloni, storico delle religioni, cattolico, e chissà co­me andrà a finire.

Fulminato sulla via di Da­masco?«Niente affatto; c’è stata una serie di malintesi. Io credevo di venire a Torino per parlare del mio libro, punto e basta, senza che ci fossero interrelazioni con i convegni sulla spiritualità. Ma è andata così, e va bene così. Non vengo per provocare, ven­go per parlare di ateismo».

Di questi tempi, deve sen­tirsi un po' isolato.«Infatti; tra i filosofi abbonda­no i cristiani o i quasi cristiani, pensi a Gianni Vattimo, o ai fenomenologi francesi che guar­dano a Heidegger e a tutti quelli che si dicono agnosti­ci, ma in realtà accettano il principio della trascendenza».

Lei Invece predica l’imma­nenza. Ragione, materia, edonismo, La diffusa sete di spiritualità che permea il nostro mondo, in tutte le sue forme, sembra però darle torto in partenza.«Anch'io rivendico la spirituali­tà, intesa come vita de lo spirito che si sostanzia nell’arte, nella musica, in tutte le forme di piacere. Una spiritualità atea. E poi non direi che l’attuale con­tingenza storica sia decisiva:pensi al II secolo, segnato dal fiorire, accanto al cristianesi­mo, di innumerevoli sette gno­stiche. Era un momento di pas­saggio; la vecchia razionalità non funzionava più, e la nuova ancora non c’era. Qualcosa di simile sta accadendo ai giorni nostri. Viviamo un periodo di crisi, quindi l’irrazionalità è molto presente. Con la conse­guenza che c’è sempre qualcuno pronto a dargli una copertura politica, come infine accadde nell’antichità quando arrivò Co­stantino».

Lei parla nel suo libro di «atei devoti», insomma dei non religiosi che ritengono però i valori cristiani alla base della convivenza civi­le. Ritiene che anche in ciò si configuri un uso politico della religione?«L'unica politica possibile dovrebbe essere l’ateismo. Ogni ri­ferimento alla religione “depoliti­cizza il mondo”, perché le religio­ni monoteistiche si basano sull’ idea che bisogna sopportare il dolore».

Chi è il Costantino d’oggi?«Ancora non si sa. E, direi, per fortuna. Oggi è molto più diffici­le per un individuo solo dare una forma all’irrazionalità pla­netaria».

Lei vede diverse forme di «irrazionalità» in concor­renza tra loro. Da un certo punto di vista non pare nep­pure privilegiare il cristia­nesimo, che in questo mo­mento sembra davvero al centro della riflessione dell’ Occidente su se stesso.«Il cristianesimo è il neoplatoni­smo dei poveri».

Ma ci sono differenze tra una religione e l’altra. Par­lando di monoteismi, non si può negare che il cristiane­simo si sia molto secolari­zato, aprendosi per esempio alla tolleranza.«I monoteismi dicono, a livelli diversi, le stesse cose. Detestano il pensiero libero, il corpo, l’amo­re e tutto ciò che fa parte dell’in­dividuo, della sua libertà. Se il cristianesimo sembra più tolle­rante, è perché non ha più la forza di essere intollerante. Quando una religione è forte, non è mai tollerante».

Obiezione. Una negazione così totale di ogni forma di riferimento alla trascenden­za non è alla fine anchessa «religiosa»? L’ateo quale lei lo definisce diventa molto simile al fedele. Cambiano solo i punti di riferimento.«Direi proprio di no. Perché l’ate­ismo una cosa non può assoluta­mente fare: proporre altri mon­di, inferni e paradisi. Dopodiché esiste anche una sacralità atea, “pagana” nel vero senso della parola, per esempio in un ogget­to appartenuto a qualcuno che ci è caro. Ma non c’è per l’ateo la possibilità di un sacro trascen­dente, come invece predicano le religioni. Georges Bataille, cui faccio riferimento per quanto riguarda la sua concezione del sacro, in questo resta “cristiano”. Quel che mi interessa di lui è invece l’idea della “ateologia”, che ho ripreso nel mio libro».

Il fatto però di doverla pro­porre oggi, non la fa riflette­re sulla sostanziale margi­nalità di un pensiero dichia­ratamente ateo nella no­stra cultura?«La risposta è sì, se si guarda agli ultimi due o tremila anni. Ma l’umanità ha tanto cammino alle spalle, fatto di progressive, lente critiche al pensiero magico e superstizioso. L’ateismo è un pensiero nuovo, che arriva dopo di esse. Il primo ateo del mondo occidentale è un prete francese che mori all’inizio del Settecen­to. Non so se definirlo il primo ateo al mondo, ma certo lo è in senso moderno. Si trattava di un curato, Mellier, che morendo lasciò un testamento, poi pubbli­cato col titolo “Dimostrazione chiara ed evidente della falsità di tutte le religioni del mondo”».

Lei quindi non segue Georges Minois, che nella sua monumentale «Storia dell’ ateismo» risale molto più all’indietro. «Minois considera che tutto sia cominciato con Socrate, il che non è vero. E tra gli atei mette Epicuro o Pitagora, che erano politeisti».

Lei considera il vero inizio nel secolo dei Lumi. I suoi atei sono gli illuministi più radicali, come D’Holbach, e poi Feuerbach e Nietzsche. Sembra poco interessato a Marx e alla sua proverbia­le idea di religione come oppio dei popoli. Perché?«Marx aveva ragione, beninte­so. Però la sua critica non conteneva elementi di novità, Direi che il vero pensatore misconosciuto è Ludwig Feuer­bach, troppo presto liquidato come rozzo materialista e ricor­dato solo per il rapporto con Marx. Invece, se lo si legge davvero, si scopre un pensiero che decostruisce il cristianesi­mo in modo radicale».

Come mai finiamo sempre sul cristianesimo?«C’è un motivo banale: è quello che conosco meglio. Ma il di­scorso vale per i tre monotei­smi. Hanno moltissime cose in comune, e soprattutto l’odio per la ragione e l’intelligenza, per la libertà, per tutti i libri a eccezio­ne di uno, per la sessualità, le donne, il piacere».

E per questo, dice, bisogna essere atei per poter esse­re liberi. Una posizione che da un punto di vista religioso, e non solo, viene vista come l’estremo risultato del nichilismo. Lei come la motiva?«Con la considerazione che il vero nichilismo è la religione, quando ci propone un aldilà facendo di questo mondo nulla, e di noi nulla».

Ci ha detto che non è inte­ressato a dialogare con il pensiero religioso. Con chi, allora?«Con gli agnostici. Sono la sola controparte possibile, e rappre­sentano un pubblico molto am­pio, oltre che una significativa linea culturale nella storia. Gli altri non sono interessati, in realtà, a dialogare con me».

Però viene a Torino a par­larne. Con queste premes­se, non sarà una passeg­giata.«Vengo a parlare di ateismo. Ma non cerco scandali. Ad ogni buon conto, eccomi qua».

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