APPROFONDIMENTI

27/11/05

Buongiorno Giulio ,
dopo l'ennesima sparata di Pera di ieri, che hai commentato nel sito, sono
andato alla ricerca dei suoi articoli anticlericali di dieci anni fa.
Purtroppo non li ho trovati nel mio disordine. Però mi sono imbattuto in un
articolo dell'Espresso di 4 anni fa:

Tema del giorno / Il laicismo
CHE SANT'UOMO QUEL LAICO
di Luigi Firpo

E in un riquadro ho letto il decalogo del caro Firpo buonanima che mi è
sembrato mica male, per cui te l'ho copiato. L'avevo proprio perso di vista
Firpo. Capita a fagiolo.

Però che schifo quel Pera. Avrei voglia di rispedirgli i suoi libri
esprimendogli tutto il mio disprezzo. Comincio ad averne le palle piene dei
cosiddetti filosofi.

Papa Ratzinger continua imperturbabile a dire scemenze. Ma pensa:
l'insegnamento della religione non deve ridursi a "religionologia". Molto
divertente questo neologismo.
Ormai siamo a un passo dal "Denkverbot" (Vietato pensare). Ogni cazzata
cattolica viene accolta in ginocchio. Se obietti e ti appelli alla ragione e
al pensiero sei un laicista. Il tiranno regna col terrore, con
l'intimidazione: attento non solo a quel che fai e dici, ma anche a quel che
pensi.

Secondo me i laici sono troppo rispettosi di quei palloni gonfiati di papi e
cardinali. Quando vedo Ratzinger e Ruini "addobbati" nei loro paramenti
sacri, come ieri, penso sempre: sotto i paramenti niente, ma coi paramenti
si danno un tono, vogliono distinguersi. Gesù e i suoi dodici straccioni
mica si vestivano come pagliacci per intimorire il popolo.
Non so se hai letto la mia lunga lettera a T.......... Ma io penso che quando
un Tonini o un Ruini tira fuori dal cappello i suoi presunti assi -
miracoli, resurrezioni, concepimenti eterologi ecc. - un buon laico dovrebbe
farsi una risata e contestare apertamente queste scemenze (contrariamente a
quanto dice Firpo nel decalogo del laico). Invece ascoltano compiti e
rispettosi. E così siamo al punto di prima. E i cosiddetti filosofi cadono
come pere cotte ai loro piedi.

Uffà, che barba. Bisogna ricominciare quasi da zero.
Ciao
S.......

Luigi Firpo su L'Espresso del 19 - 7 - 2001
Se i laici avessero un decalogo

Non esiste una tavola delle leggi laica. Anzi: il laico è per definizione svincolato da “comandamenti”. Se tuttavia dovesse indicare una serie di principi ispiratori, una specie di decalogo, potrebbe segnalare questi:

1.
Ricusa la superstizione, il mito, il rito. Guardati. Guarda come ti cibi e come partorisci. Sei un animale sociale dotato di ragione. Fanne la tua guida unica, con ostinato rigore.

2.
Ricordati che la tua matrice ideale è stata l’idea di tolleranza: devi difenderla contro tutti, ma specialmente contro la tua tentazione personale all’intolleranza.

3.
Diffida degli ispirati, dei veggenti, dei santoni, degli sciamani, delle guaritrici, dei profeti disarmati. Appena possono si armano e impongono a te di realizzare le loro allucinazioni.

4.
Non disprezzare la morale positiva: spesso non è che la sanzione religiosa di una morale razionale. «Non ammazzare» è scritto nelle tavole della Legge, ma già molto prima la gente non gradiva morire ammazzata.

5.
Rispetta l’altrui sentimento religioso autenticamente vissuto perché si tratta di un’esperienza umana che, in quanto uomo, coinvolge anche te, persino se sei ateo.

6.
Con eguale rigore pretendi il rispetto della tua laicità, che è anch’essa una religione, tanto più meritoria quanto meno orgogliosa, più precaria, più consapevole del limite umano. Poiché non aspetti salvezza altrove, salvati qui, in ciò che fai, in ciò che pensi.

7.
Consenti larga facoltà ai credenti di ogni chiesa di vivere secondo i dettami della propria fede, purché rispettino il codice penale e l’ordine pubblico. Ma rifiuta con estrema durezza ogni pretesa di imporre dettami religiosi alla società civile.

8.
Abroga tutti i concordati: sopprimi le congrue, le esenzioni, i privilegi; fa che le comunità religiose alimentino con libere contribuzioni i loro pastori ed erigano i templi a loro spese. Tocca a te salvare le religioni accecate dal compromesso mortale con lo Stato.

9. Abbandona tutti gli orgogli di esser fatto ad immagine e somiglianza [… ???] e di poter aspirare alla vita eterna. Accetta di essere un segmento breve, non una retta infinita. Ma quel segmento è una freccia, un vettore, e tu sei la punta avanzata dell’evoluzione che va dal caos all’intelligenza. Solo se esistessero gli angeli il tuo vivere non avrebbe più senso.

10.
I primitivi inermi in seno alla natura ostile divinizzarono ogni essere e ogni fenomeno. La scienza dissipa i terrori e adesso sappiamo che il fulmine non viene da Giove. Dilatando la sfera del conosciuto, Iddio è stato sempre più respinto verso spazi esterni, s’è fatto immateriale, ma non credere che sia morto. Il concetto di infinto viene maneggiato dai matematici, eppure è impensabile; lo spazio curvo e la quarta dimensione sono pane quotidiano dei fisici, ma la nostra mente li rifiuta. Forse il Dio dei laici è lì.
Luigi Firpo

Da L’Espresso n° 28 del 19 - 7 - 2001



18/10/05 - da Salon Voltaire
CHI GOVERNA LE PAROLE GOVERNA IL MONDO
Laico contro laicista, imbroglio lessicale

Abbiamo sempre pensato che chi inventa nuovi termini, chi ne modifica
significato o grafia, chi crea le parole, insomma, lo fa non solo per
un'intelligenza e una creatività debordanti, ma anche per affermare il
proprio potere. E' proprio vero: chi governa le parole governa il mondo.
Così, l'uso parziale o distorto dei termini "laico" e "laicismo" osservato
nelle polemiche degli ultimi mesi hanno spinto più d'uno a sfogliare i
dizionari italiani. Grazie al fatto che al Salon Voltaire ne abbiamo 10, su
queste e sulle analoghe voci abbiamo notato molte differenze, quantitative e
qualitative. Sul bellissimo Gabrielli (ed. 1989), in 2 volumi, che riteniamo
il migliore e più analitico dizionario italiano, un coerente "vocabolario
d'autore", queste voci sono molto ben rappresentate. Si vede che, per
fortuna, non capitarono sotto la penna della cattolica integralista Irene
Pivetti, che col nome di "Irene Taranta" (dal primo marito, divorziato poi
in Sacra Rota "perché lei non voleva figli") collaborò col padre Massimo, a
cui era stata affidata dopo la scomparsa del grande linguista la revisione e
la correzione della nuova edizione. Vediamo che dice il grande Gabrielli.
Riporta ben 7 lemmi, che abbiamo abbreviato, da cui risulta confermato che
"laicista" non è diverso da "laico".

Laico: Dal tardo lat. laicus e dal gr. laikòs = del popolo. 1. (agg) Che non
ha carattere religioso, che non è ecclesiastico o confessionale. Che non fa
parte del clero, che non è un religioso ma un civile. Stato laico è quello
indipendente da ogni autorità ecclesiastica. Scuola laica non affidata a
religiosi, fuori d'ogni ingerenza del clero e d'ogni dipendenza da princìpi
o confessioni religiose. 2. (agg) Chi professa libertà di giudizio, senza
rifarsi a ideologia o dottrine in qualche modo condizionanti (es., "un
intellettuale laico"). Anche di movimenti o partiti politici non vincolati a
rigidi princìpi ideologici. 3. (sost) Chi non fa parte del clero. 4. (sost.
antico) Persona illetterata, contrapposto a chierico.

Laicismo. sec.XX (sost) Principio politico e sociale che afferma
l'indipendenza da qualsiasi principio o confessione religiosa, e dal clero,
d'ogni attività della vita civile. 2. Carattere, qualità di laico.

Laicista. sec.XX (sost) Fautore del laicismo, antidogmatico.

Laicistico sec.XX (agg) Da laicista, che si richiama a princìpi laicisti
(es., Un progetto tipicamente laicistico). Deriv. Di laicista.

Laicità sec.XIX (sost) L'essere laico, condizione di laico (es. la laicità
delle suore oblate, la laicità dell'insegnamento)

Laicizzare. sec.XX Rendere laico, togliere a persona o a cosa il carattere
ecclesiastico. Laicizzare la scuola, l'insegnamento: sottrarli alla
dipendenza da princìpi di ordine confessionale.

Laicizzazione. sec.XX Il ridurre allo stato laicale, il rendere laico. (es.,
laicizzazione delle scuole)

Sul tema, Massimo Teodori ha inviato al direttore del Foglio, Giuliano
Ferrara, la seguente lettera: "Non sarà che l'uso inflazionato della
contrapposizione tra "laico" e "laicista" e tra "laicità" e "laicismo" è un
puro imbroglio lessicale? Rifacciamoci ai testi. Il prestigioso "Dizionario
di politica" di Bobbio e Matteucci prevede solo la voce "laicismo" che certo
non è intesa in senso dispregiativo come viene usata dalla vulgata corrente,
diciamo così, di parte cattolica e/o clericale e/o atea devota. Consultiamo
lo Zingarelli: "laico" = "che si ispira al laicismo"; "laicista" = "proprio
dei laici"; "laicità" = "qualità o condizione di chi, di ciò che è laico";
"laicismo" = "atteggiamento ideologico di chi sostiene la piena indipendenza
del pensiero e dell'azione politica dei cittadini dall'autorità
ecclesiastica". Per capire ancora meglio aiutiamoci con l'inglese che, con
l'essenzialità linguistica, svela gli inganni terminologici. Gli unici
termini che esprimono i diversi concetti italiani (Oxford Dictionary of
Politics, Webster's) sono "secular" e "secularism".

Ma Pierluigi Battista, tradito dalla foga giornalistica ha dato una scorsa
velocemente - legge solo i titoli? - ed è partito in quarta. "Teodori
sostiene che "laicista" altro non è che un "imbroglio lessicale" giacché non
compare nei dizionari canonici". Intanto, "canonici", in che senso? Ma non è
questo il problema: "laicista" c'è, eccome. Solo che, a differenza di quello
che sostengono Chiesa, teo-con e i giornalisti disattenti alla Battista,
nell'uso italiano laico e laicista sono più o meno sinonimi. Altro che
contrapposizione tra laici "moderati" e laicisti "estremisti" o "giacobini"
. Tutto falso. Eppure, ignaro di tutto questo, il Battista, forte della
verità rivelata (nomen omen), imbastisce tutt'un articolo contorto e di
difficile lettura (voleva essere "ironico"?) su episodi di cronaca che,
secondo lui, metterebbero in contrasto "laici" e "laicisti", compreso il
"Budda sostituito alla croce su una vetta". Tutto contro i laicisti,
ovviamente. Ma, caro Battista, santo fligliolo, è proprio questo l'imbroglio
lessicale: quello in cui sei cascato. Non te ne sei accorto? Ciò detto, mi
fa pensare alla mia amica Roberta, a cui bisogna sempre spiegare le
barzellette. (Niccolò Tommaseo)


29/07/05 -
Editoriale - Che cos'è il fanatismo?
di Ida Magli ItalianiLiberi | 25 Luglio 2005
 

Il concetto di fanatismo (che molti chiamano impropriamente fondamentalismo) è parallelo a quello di tolleranza. Qualifica dei comportamenti che noi consideriamo irrazionali perché assoluti, privi di qualsiasi apertura al dubbio, alla comprensione di idee e di diritti diversi dai propri. E’ un concetto, perciò, nato nel mondo europeo, e poteva nascere soltanto qui, come conseguenza della messa in dubbio di qualsiasi certezza assoluta, sviluppatasi con il Rinascimento, con il pensiero scientifico, con i primi passi compiuti dall’Uomo fuori dalla tutela di Dio. In altri termini, fanatismo e tolleranza sono categorie concettuali che discendono dalla caduta della certezza nell’esistenza di Dio, e quindi del concetto stesso di certezza: Dio e certezza sono la stessa cosa. Per quanto possa sembrare paradossale, gli uomini hanno cominciato ad affidarsi al proprio sapere, alla propria conoscenza delle leggi della natura, insomma a se stessi, soltanto nel momento in cui si sono maggiormente resi conto della propria fragilità, della propria insicurezza, della relatività e contingenza delle proprie convinzioni. E’ questo uno dei motivi per i quali in genere l’opinione pubblica tende, sbagliando, ad attribuire oggi alla scienza quelle stesse certezze che prima attribuiva alla religione: gli è quasi impossibile capire che lo scienziato è colui che sa di più soltanto in quanto sa di dover sempre porre in dubbio il proprio sapere ed è in grado di supporre di continuo nuove ipotesi, diverse da quelle che già possiede.
I fanatismi, dunque, non esistono. Quello che esiste sono le fedi. Chi crede non è né fanatico né non fanatico: è credente. Dio e l’Assoluto sono la stessa cosa. C’è da aggiungere, semmai, che i “fanatismi” si sono sviluppati e si sviluppano nell’ambito delle religioni monoteistiche (ebraismo, cristianesimo, islamismo) perché laddove il Dio è uno solo non possono sussistere dubbi nel conoscerlo e nell’affermarlo, mentre se esistono più Dei, è evidente che debbono esistere anche differenze fra di loro. Sotto questo aspetto è rimasto esemplare nella storia il costume benevolo dei Romani nei confronti di tutte le religioni; ma il motivo di tale benevolenza è da ricercarsi proprio nella logica implicita nel politeismo cui i Romani si attenevano: più Dei ci sono, meno vi si crede.
Per noi oggi la situazione è del tutto diversa. Abbiamo coniato il concetto di “fanatismo” perché non siamo più credenti. Definiamo fanatici i comportamenti che fino a poco tempo fa muovevano anche noi a guerre, a sopraffazioni e a violenze terribili in nome dell’unica verità di cui eravamo certi. E’ sufficiente ricordare la distruzione del paganesimo, le crociate, l’imposizione del battesimo a tutti i popoli mano a mano che Re e Imperatori cattolicissimi ne conquistavano i territori, per non parlare della persecuzione degli eretici, degli ebrei, degli zingari. Bisogna anche dire che il principio della tolleranza è difficilissimo da gestire, tanto che a sua volta è formulato in termini assoluti. Per affermarne la validità si sente continuamente ripetere il detto di Voltaire: “mi batterò fino alla morte perché tu possa esprimere le tue idee” senza che nessuno si accorga dell’assolutezza, e quindi del fanatismo di una tale asserzione. E’ così che la tolleranza è diventata intollerante ed imposta con le normative europee. L’Europa non vuole “giudicare” le religioni, e finisce col chiudere gli occhi davanti al fatto evidente che quasi tutte le guerre e i conflitti contemporanei nascono nell’ambito di appartenenze religiose monoteistiche. Palestina, Irlanda del Nord, ex Iugoslavia, Afghanistan, molti paesi africani, quali che siano le motivazioni territoriali, economiche, sociali, politiche contingenti, in realtà sono dilaniati da diversità religiose che sono diventate un tutt’uno con l’appartenenza territoriale e politica e ne sostanziano ormai l’identità come popoli.
Vi si è aggiunta l’assolutezza del terrorismo. Questo scatto quando il regime della tolleranza da parte dei poteri istituzionali supera la soglia compatibile con le “assolutezze”.
Il terrorismo non poteva nascere quindi se non nell’ambito delle religioni monoteistiche, religioni dell’assolutezza del Dio e del sacrificio. E’ qui che tutti siamo chiamati ad essere uguali e interscambiabili: nella necessità del sacrificio, nella “comunione” delle vittime. Sacrificare significa uccidere.?

Roma, 25 luglio 2005 www.italianiliberi.it
posta@italianiliberiassociazione.it


26/07/05 - Le radici psicologiche del terrorismo - di Luigi de Marchi

Già nel 2002 segnalavo l’ovvia componente sessuale del terrorismo emersa chiara-mente quando gl’inquirenti francesi avevano scoperto che Hassan Jandoubi, il terrori-sta islamico che s’era fatto esplodere coll’intero stabilimento chimico AZT di Tolosa uccidendo 29 colleghi operai e ferendo o intossicando 2500 cittadini di Tolosa, prima del suo martirio indossava la bellezza di cinque paia di mutande, una sopra l’altra. Non era una bizzarria personale: indossando quel complicato abbigliamento intimo Hassan aveva eseguito una precisa prescrizione del Manuale del Martire (cioè del ter-rorista) Islamico distribuito a centinaia di copie tra i candidati al martirio nel nome di Allah. Quel rituale tragicomico, che aveva lo scopo preciso di portare i genitali di Hassan sani, salvi e puri tra le mani e tra le gambe delle 72 vergini incaricate di deli-ziarlo in Paradiso, rivelava già chiaramente, agli occhi dello psicologo, la forte moti-vazione sessuale dei terroristi. Oggi però la perizia psichiatrica disposta dal pm mila-nese Elio Ramondini sul primo pentito italiano di al Qaeda, Rihad Jelassi, ha svelato prove ben più vistose delle motivazioni sessuali dei terroristi. “L’Espresso” di questa settimana pubblica alcune delle stupefacenti confessioni rese da Jelassi allo psico-criminologo Nico Zanovello incaricato di redigere la perizia.
“Per mesi, a volte per anni - ha raccontato Jelassi – gli imam che anche nelle mo-scheee italiane preparano i ragazzi alla guerra santa contro i nemici di Allah (cioè noi) spiegano con dovizia di particolari come sono e che cosa fanno queste bramate 72 vergini. In Paradiso – spiegano – il martire siederà vicino a Dio su poltrone d’oro e diamanti con le sue Urì, di cui vengono descritte in dettaglio le attrattive. Le ragaz-ze – assicurano gli imam – sono bellezze tipicamenrte arabe, d’altezza variabile da un metro e 65 a un metro e 70, che pesano dai 70 agli 85 chili (conforme alle preferenze mediorientali per la donna bene in carne), hanno i seni opulenti e sodi, il naso picco-lo, la bocca piccola, grandi occhi neri, capelli lunghi e nerissimi, il culo sodo e for-moso e indossano abiti arabi eleganti”: E per di più sono donne molto sensuali cosic-chè, “dinanzi alla fulgida bellezza di cui risplende il martire in Paradiso, alcune di lo-ro svengono per il desiderio”:
Il martire in Paradiso può godersi tutto quel ben di Dio senza alcuna fretta. La giornata, infatti, in Paradiso dura settantamila anni. “Tu quindi – dicono gli imam al futuro kamikaze – hai tutto il tempo che vuoi per accoppiarti. Passi dieci anni con u-na, cento con l’altra e così via”. Se qualcuno sospettasse che si tratta di fantasie in-ventate da Jelassi, può essergli utile sapere che identiche confessioni sono state rese alla magistratura tedesca dal collaboratore di giustizxia giordano Shadi Abdallà.
Patetiche (e indicative dei segreti desideri dei futuri martiri) sono le confidenze de-gli imam circa le inclinazioni erotiche delle 72 vergini: “In Paradiso – assicurano gli imam – le vergini godono molto dei piaceri del sesso, dicono parole oscene durante il coito per accrescere il godimento del maschio e lassù ti stanno già aspettando. E ap-pena ti sarai fatto esplodere, la prima cosa che vedrai saranno le Vergini bellissime. Due di loro accorreranno a consolarti e ti riempiranno di baci”. E Jelassi continua:
“In Paradiso – ci dicevano gli imam – non ci sono lacrime e i corpi non puzzano, anzi profumano. Perfino la cacca è profumata. E noi giovani, che non avevamo mai fatto l’amore con una donna, impazzivamo di voglia quando ci parlavano così e ci addormentavamo con la mano attaccata al cazzo, aspettando il giorno dell’incontro con le Urì”. Ma vediamo quali sono i meccanismi psicologici sottesi alla catechizza-zione di questi pericolosissimi idioti che sognano la loro e la nostra morte.
Anzitutto, il massiccio immutandamento e i sogni erotici del martire-terrorista ci ricordano subito le analisi di Wilhelm Reich, il geniale ed eretico allievo di Freud che introdussi in Italia nei primi anni ’60. Com’è noto, Reich sviluppò coraggiosamente il pansessualismo del giovane Freud elaborando una teoria psico-sociale che vedeva nella repressione della sessualità naturale la causa psicologica centrale della distrutti-vità individuale e di gruppo. Secondo Reich, come ogni altro impulso naturale anche quello sessuale si aggressivizza quando viene represso e produce una personalità sa-do-masochista sul piano sessuale e autoritario-gregarista sul piano sociale e politico. Reich applicò quest’analisi al nazifascismo nella sua famosa opera “Psicologia di massa del fascismo”, pubblicata a Vienna nel 1934. Io a mia volta, con le mie opere degli anni ’60-70 (da “Sesso e civiltà” a “Repressione sessuale e oppressione sociale” a “Psicopolitica”) dimostrai come quell’analisi fosse applicabile non solo al fascismo ma anche al comunismo e non solo al fanatismo politico ma anche a quello religioso.
Ciò che, tuttavia, quest’analisi reichiana non spiegava era l’origine, la fonte prima-ria della distruttività umana e della moralità sessuofobica. Se l’uomo delle origini – come sosteneva Reich con Rousseau e Marx - era tanto buono e pacifico e sessual-mente libero, come avevo potuto produrre le società distruttive, bellicose e sessuofo-biche che hanno dominato la Storia ?
L’analisi della storia e della società umana in chiave esistenziale che ho proposto nel mio libro”Lo shock primario” (edito nel 2002 dalla Rai-Eri) mi sembra invece superare brillantemente questa ed altre profonde contraddizioni delle teorie rivoluzio-narie classiche. In quell’analisi io parto dall’assunto che, coll’affioramento della co-scienza e con lo sviluppo dell’affettività connessi al processo evolutivo, la psiche umana abbia subito un duplice trauma: la presa di coscienza del proprio destino di morte e la partecipazione con infinito strazio all’agonia e alla morte dei propri simili più amati. Questo shock esistenziale primario dell’essere umano ha prodotto una tra-volgente ondata di angoscia della morte nella psiche umana da cui l’uomo, fin dai primordi, ha cercato di difendersi negando la morte e sviluppando fantasie e credenze in una vita d’oltretomba, di cui troviamo conferma documentale già nei reperti delle sepolture paleolitiche di 100 mila anni fa. Purtroppo, col tempo queste credenze si sono cristallizzate in religioni dogmatiche e sessuofobiche che hanno instillato nei lo-ro seguaci la convinzione non solo di appartenere all’unica Vera Fede capace di assi-curare la felicità eterna e la resurrezione della carne nella voluttà e nella purezza, ma anche di dover distruggere i seguaci e gli Dei Falsi e Bugiardi delle altre fedi, in quanto agenti del Demonio percepiti come minacce alla propria immortalità. Da qui sono nate le infinite guerre sante che hanno insanguinato per millenni la storia umana e di cui la jihad islamica attuale è solo la versione più recente. A fronte di queste ana-lisi lucide e semplici, quelle della politologia oggi celebrata appaiono ridicole pippe mentali e diventa davvero incomprensibile la pretesa dei leaders odierni di pensare e agire politicamente trascurando la psicologia politica.

Luigi De Marchi

25/07/05

Dal Corriere della Sera
IL CASO ITALIA
Amicizie Sbagliate di MAGDI ALLAM 

Di solito prima di portare qualcuno a casa nostra, ci si informa quantomeno su chi sia. Capita invece che noi italiani non soltanto ci portiamo in casa un estraneo, ma l’abbracciamo e stringiamo accordi. Accordi che ridicolizzano la nostra credibilità e minano la nostra sicurezza. Sarà perché siamo anime pie, forse spregiudicati avventurieri o peggio ancora degli ideologizzati che infieriscono contro se stessi. Ma è così che abbiamo consegnato la rete delle moschee d'Italia agli integralisti e estremisti islamici dichiarati fuorilegge nei rispettivi Paesi d'origine. Che scegliamo come interlocutori all'estero nomi altisonanti di prestigiose istituzioni islamiche, come l'università Al Azhar del Cairo o la Lega musulmana mondiale della Mecca, senza preoccuparci minimamente del fatto che in realtà sono degli strenui apologeti del terrorismo suicida che massacra gli ebrei in Israele o gli occidentali in Iraq. E tra questi, val la pena ricordarlo, ci siamo anche noi italiani.
E' successo poco più di un mese fa, il 15 giugno, che al Cairo è stato siglato un accordo per la creazione di un Comitato accademico italo-egiziano di «studi comparati per il progresso delle scienze umane nel Mediterraneo» (Oscum), tra la celebre università islamica di Al Azhar, considerata una sorta di Vaticano sunnita, e un cartello di cinque università italiane (La Sapienza di Roma, il Pontificio Istituto Orientale di Roma, l'Orientale di Napoli, la Bocconi di Milano, l'Iuav di Venezia), coordinato dal professore Sergio Noja Noseda, ex docente di Lingua e letteratura araba alla Cattolica di Milano e titolare di una omonima Fondazione. L'accordo è stato firmato dal rettore di Al Azhar, Ahmed al-Tayeb e dall'ambasciatore d'Italia, Antonio Badini, alla presenza dello sheikh di Al Azhar, Mohamed Sayed Tantawi, ritenuto la massima autorità teologica dell'islam sunnita.
Ed è sorprendentemente l'Avvenire , l'organo della Cei (Conferenza episcopale italiana), a ricordarci che proprio Tantawi, un «amico del Papa» avendo accolto Giovanni Paolo II al Cairo nel 2000 e partecipato alle sue esequie, è in realtà a capo di un'istituzione islamica che legittima il terrorismo suicida. Lo ha fatto il rettore al-Tayeb persino nel convegno organizzato dalla comunità di Sant’Egidio a Milano il 7 settembre 2004 dal titolo «Disarmare il terrore. Un ruolo per i credenti». «Un conto è il terrorismo che colpisce innocenti, un conto è affibbiare l'etichetta di terrorismo a quella che è solo una reazione di autodifesa per proteggersi da qualcosa, come nel caso della resistenza nei confronti di forze di occupazione», spiegò in un'intervista al mensile 30 Giorni , «I palestinesi sono un popolo che non ha niente. Povera gente che viene uccisa ogni giorno. Nella disperazione ricorrono a mezzi estremi per opporsi all'occupazione». In precedenza, il 4 aprile 2002, quando ricopriva la carica di Gran mufti d'Egitto, massimo giureconsulto islamico, sentenziò che «la soluzione al terrorismo israeliano si basa sulla proliferazione degli attacchi di martirio che terrorizzano i cuori dei nemici di Allah. I Paesi islamici, sia i popoli che i governanti, devono sostenere queste operazioni di martirio».
Così come lo stesso Tantawi, sempre il 4 aprile 2002, ricevendo al Cairo il deputato arabo-israeliano Abdel Wahhab Darawsheh, emise una fatwa, un responso giuridico, in cui sentenziò che «le operazioni di martirio contro qualsiasi israeliano, inclusi i bambini, le donne e i giovani, sono legittime dal punto di vista della legge islamica». Tantawi spronò «il popolo palestinese a intensificare le operazioni di martirio contro il nemico sionista, in quanto la manifestazione più alta della Jihad». Non sorprende quindi che il collega Carlo Termignoni concluda sull' Avvenire : «Alla luce di una simile realtà ad alcuni osservatori non è parso dunque prudente l'accordo di collaborazione culturale e di cooperazione scientifica tra l'università di Al Azhar e istituzioni italiane».
Che l'università di Al Azhar sia pesantemente infiltrata dal movimento integralista dei Fratelli Musulmani è un fatto noto. Così come lo è la Lega musulmana mondiale sponsorizzata dall'Arabia Saudita che, tramite il Centro culturale islamico d'Italia, gestisce la grande moschea di Roma. Anche se l'ambasciatore Mario Scialoja, che presiede la sezione italiana della Lega musulmana mondiale, non ha nulla a che fare con i Fratelli Musulmani.
Ben diverso è il caso di gran parte delle moschee sorte in modo incontrollato in Italia. E che oggi sono sottoposte al controllo, diretto o indiretto, dell'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), emanazione dei Fratelli Musulmani, e di gruppi fondamentalisti che predicano la Jihad, intesa come guerra santa, ed esaltano i kamikaze islamici in Israele e in Iraq.
E' qui che si attua il lavaggio di cervello che trasforma i musulmani in robot della morte. Ed è da qui che deve scaturire il riscatto alla piena legalità dell'islam d'Italia.
Corriere della sera, lunedì, 25 luglio 2005

Editoriale - I nemici siamo noi - di Ida Magli

ItalianiLiberi Roma, 24 Luglio 2005

Per cercare di capire come andrà a finire la battaglia che si sta svolgendo in questi giorni e che, come abbiamo ormai ripetuto molte volte, è la fase finale e non l’inizio del suicidio dell’Europa d’Occidente programmato dai nostri politici e capi religiosi con l’organizzazione dell’Unione Europea, possiamo analizzare due aspetti.
Il primo è la voluta misinterpretazione del comportamento musulmano; una misinterpretazione che porta come conseguenza l’inasprirsi delle sue reazioni violente nel terrorismo e il radicamento sempre più accelerato e prolifico dei musulmani già presenti nel nostro territorio.
Il secondo è sfacciatamente visibile nel “vuoto” delle misure di sicurezza previste dal Governo nei confronti del terrorismo. Queste servono, invece, ad attuare l’assoluta dittatura su di noi, perseguita da diversi anni dall’unione europea con il controllo su tutte le impronte digitali, su tutti i dati biometrici, su tutte le telefonate, su tutta la posta elettronica, oltre al mandato di arresto europeo nel quale il terrorismo è soltanto uno dei reati previsti.
Le affermazioni che sto facendo partono dal presupposto che è impossibile che tutti i governanti d’Occidente, tutti gli studiosi delle scienze umane (dagli storici ai sociologi, agli psicologi, ai linguisti, ai filosofi), tutti i giornalisti siano completamente ottusi, incapaci di vedere e di comprendere la realtà. Dunque, prescindendo da quelli davvero ottusi, da quelli servi dei potenti e da quelli pagati per esserlo, il coro unanime che difende i musulmani “buoni”, “moderati”, che “si integrano” nella nostra società persegue il suicidio della cultura d’Occidente. Il conto è presto fatto perchè ogni religione è una cultura; anzi, come dice l’antropologo Thomas S. Eliot: “ religione è cultura e cultura è religione” (Notes toward the definition of Culture, London 1948). Questo è vero anche per noi, anche per la cultura occidentale laica.
Quando si è convinti che la “democrazia” sia un bene assoluto, quando si fa il possibile e l’impossibile per propagarla presso i più diversi popoli (spesso messi a soqquadro e abbandonati al peggiore disordine come è successo all’Africa per avervi imposto la democrazia), quando non è permesso il minimo dubbio sul “giusto” primato della democrazia, ebbene questa possiede tutti i connotati irrazionali, magici, potenti che definiscono le religioni, con i politici come sacerdoti.
Nessuno, dunque, “si integra” in una cultura diversa dalla propria, e i politici che in Italia (ma anche in molti altri paesi dell’unione europea) si affrettano a scrivere “cittadino italiano” sui documenti degli immigrati lo fanno al solo scopo di cancellare gli Italiani dei quali non rimarrà neanche il nome. Il processo è talmente rapido che questi politici non potranno avvantaggiarsene (salvo che nell’immediatezza di un voto alle prossime elezioni politiche) ripetendo la famosa frase: “Dopo di me il diluvio”. Lo vivranno anche loro questo diluvio perchè i musulmani sono un solo popolo (per questo hanno voluto essere chiamati “Islam”) e non avranno bisogno di raggiungere una maggioranza numerica in ogni singolo paese d’Europa per imporre la loro volontà. Si collegheranno nel modo che l’unione europea ha appositamente predisposto: niente confini, libera circolazione, mandato d’arresto per chiunque esprima una opinione, un giudizio sulle religioni. Lo ripeto: questi dispositivi, preparati già da molti anni dall’unione europea, sono stati pensati e messi in atto per favorire l’occupazione musulmana nel territorio d’Europa. Nessuno vorrà essere così ingenuo da credere che il divieto di esprimere giudizi sulle religioni salvaguardi i cristiani. E’ l’occupante che deve trovare l’aggredito senza difese per potervisi radicare. Quando avranno preso il potere faranno quello che vorranno della più imbecille o meglio della più traditrice, delle legislazioni.
Un rapido sguardo alle misure di sicurezza del Governo serve soltanto a comprovare quanto abbiamo detto fin qui, con l’aggiunta della più ignobile delle strategie, quella della concessione del permesso di soggiorno a chi faccia la spia su eventuali terroristi. Il ministro Pisanu (ma non soltanto lui visto che il “pacchetto” è stato approvato perfino da quasi tutta l’opposizione) evidentemente ritiene di avere a che fare con qualche compagnuccio di Toto Riina! Quale dignità può avere uno Stato che si rappresenta in questo modo agli occhi del nemico? Un nemico che fa quello che fa per fede nella sua religione e che uccide se stesso uccidendo. Quale “cittadino” pensa di acquisire questo Stato nel caso trovasse qualcuno disposto a tale comportamento?
Il resto, come abbiamo già detto, è inutile per gli scopi di difesa e serve a stabilire lo stato di polizia sui cittadini. E’ evidente che esaminare miliardi di e-mail e di telefonate senza una selezione preventiva non porta a nient’altro che allo stato di polizia. Non sappiamo immaginare i costi di questa operazione ma quello che sappiamo è che tale centro di controllo era già stato predisposto a Bruxelles da oltre tre anni, insieme alla normativa sul mandato di arresto europeo che riguarda una serie si “reati” che non hanno nulla a che fare con il terrorismo. D’altra parte la prova che il “pacchetto” è vuoto la si trova con tutta evidenza nel rifiuto di sospendere Schengen, o di dichiarare lo stato di guerra; uniche azioni di buon senso ma che non avrebbero conseguito lo scopo vero.
Mettiamocelo bene in mente: i nemici, nell’unione europea, siamo noi.
www.italianiliberi.it

Dal Corriere della Sera del 25/07/05
Da Gaza al Cairo - di FRANCO VENTURINI

Per quanto orribili, le offensive terroristiche di Londra e di Sharm el Sheikh offrono all’Occidente una occasione politica da non trascurare: quella di costruire un ponte di solidarietà tra vittime diverse della medesima barbarie, e anche tra società e governi diversi che tale barbarie rifiutano e vogliono combattere. La formula del «dialogo con l’Islam moderato», benchè enunciata da tutti, è stata fino a ieri oggetto di vivaci contrasti metodologici tra gli stessi occidentali. Ma le stragi in Gran Bretagna e in Egitto possono e devono contribuire al superamento di tali differenze, facendo arretrare, anziché progredire come vorrebbero i terroristi, lo spauracchio dello scontro di civiltà previsto da Huntington.
Sondaggi credibili e sempre più frequenti ci dicono due cose importanti. Nelle società occidentali cresce una voglia di nuove strategie che non va confusa con l’ appeasement verso il terrore, emerge la richiesta di risposte diverse dall’inefficace (anche laddove resta ineludibile) opzione militare. Nelle società islamiche, parallelamente, si rafforzano i sentimenti di condanna verso gli stragisti e, nella maggioranza, attecchisce sempre meno la volontà di scontro con l’infedele Occidente benché di pari passo si faccia avanti nella minoranza militante una nuova generazione di jihadisti appena reclutati o pronti ad esserlo. I sondaggisti della Pew, i ricercatori del centro Herzliya in Israele e quelli del Centro per gli studi strategici e internazionali a Washington, sono arrivati tutti alle stesse conclusioni.
Esiste insomma, mentre incassiamo in Europa e nel Mondo arabo una serie impressionante di carneficine, uno spazio socio-politico disponibile a recepire la comunanza di intenti in chiave anti-terroristica, pronto a evitare che le masse islamiche vengano dirottate dai bombaroli e in grado di isolare Al Qaeda e le sue schegge.
Ma perché l’occasione non vada persa, beninteso, questo spazio deve essere riempito di contenuti. Ed è appunto questa la sfida che l’Occidente deve raccogliere. Come?
Il primo strumento, forse il più difficile, lo abbiamo in casa ed è rappresentato dalle comunità islamiche. Il modello britannico di piena integrazione, portato fino a ieri ad esempio, esce traumatizzato dalla scoperta che il reclutamento terroristico può avvenire anche nei ranghi di cittadini all’apparenza perfettamente inseriti nel tessuto nazionale. La Gran Bretagna non cambierà rotta per questo, ma lì come altrove una attenzione molto maggiore dovrà essere dedicata alla qualità e alla selettività dell’integrazione (e bene hanno fatto, Blair a Londra e Fini a Roma, a incontrare subito i rappresentanti islamici) .
Sul secondo capitolo, quello dell’Iraq, le diverse posizioni di principio sono troppo note per dover essere qui richiamate. Ma dal momento che i massacri si susseguono, che le forze straniere sono impegnate soprattutto a proteggere se stesse, che la ricostruzione viene strangolata dall’insicurezza e che al di là dei proclami pochi hanno fiducia nell’addestramento di un valido esercito iracheno, un inclusivo dialogo politico come quello che gli Usa vanno svolgendo dietro le quinte potrebbe pragmaticamente affiancarsi al processo istituzionale che deve partorire la nuova Costituzione e portare a elezioni generali in dicembre. Anche in Iraq la parola d’ordine dovrebbe essere recuperare chi è recuperabile e isolare chi non lo è, ma l’esercizio diventa più arduo quando si è seduti sulle baionette.
Avrà una grande importanza, in terzo luogo, il ritiro israeliano da Gaza. Purché il suo significato pratico e simbolico non risulti avvilito da violenze e purché Sharon e Mahmoud Abbas trovino la forza politica per farne il primo passo di un pieno ritorno al negoziato di pace.
E poi c’è l’esportazione della democrazia, che così enunciata (vale a dire senza il ricorso allo strumento militare) non può che raccogliere consensi. E che tuttavia, perché la medicina non sia peggiore del male, richiede cautele cui gli europei sembrano essere più sensibili degli americani. L’Egitto così duramente colpito è un caso esemplare: vada per la pluralità di candidature alle prossime presidenziali, ma davvero un esponente della Fratellanza musulmana sarebbe preferibile al brutto autoritarismo di Mubarak? Si deve certamente, in Egitto e altrove, puntare all’evoluzione democratica delle società e della politica. Ma basta ricordare l’Algeria per sapere quanto le mosse vadano calibrate, più che mai davanti al nemico comune. E se non pretenderà di impartire lezioni ma lavorerà con pazienza al progresso democratico, l’Occidente potrà oltretutto contribuire più facilmente all’isolamento delle mele marce.
Parlare agli islamici moderati, dare loro pegni concreti di buona volontà, ottenere il loro coinvolgimento (soprattutto a livello di intelligence) nella emarginazione e repressione dei terroristi, lavorare insieme alla limitazione delle capacità di reclutamento degli stragisti. Questa è la via, che lungi dall’essere debole è la via più difficile. Non basterà a fermare le bombe di domani, ma quelle di dopodomani certamente sì.

Corriere della sera, lunedì, 25 luglio 2005

 


IL MANIFESTO 22.7.2005 INTEGRALISMI
Cari laici è ora di attaccare FILIPPO GENTILONI


La religione in prima pagina. Nelle sue varie forme, dall'islam al cattolicesimo. Non lo si prevedeva un secolo fa, quando il dio di ciascuno sembrava sulla via del tramonto. Oggi gli stessi kamikaze dicono tragicamente la forza di Allah, mentre nei paesi come il nostro, anche i laici confessano che senza dio e i suoi preti la società è destinata allo sfascio. Che cosa è successo? Come mai questa crisi della laicità? Che cosa si può prevedere? Ai primi interrogativi la risposta è più facile. Più difficile, invece, la questione del futuro.
 

In realtà la cultura della laicità si è dimostrata piuttosto debole: forse troppo preoccupata di una polemica fatta di contrapposizioni, troppo poco di costruire una vera alternativa. Ci si è attestati quasi esclusivamente su posizioni negative, difficili da mantenersi di fronte al naturale bisogno di risposte profonde ai problemi della vita.

Le religioni, dal canto loro, si sono affrettate ad accantonare le posizioni «moderate» presenti al loro interno, cercando di cavalcare il rapporto stretto fra religione, etica, società, etnia. Anche politica, in maniera più diretta nell'islam, più indiretta nelle varie forme di cristianesimo. Anche nel cattolicesimo, dove l'onda lunga del concilio Vaticano II sembra esaurita. Anche là dove, per fortuna, non esistono kamikaze dominano i fondamentalismi, gli integralismi e così via. Così anche Bush: eppure il vasto mondo protestante poteva vantare la conquista di una democrazia sanamente laica. Il cristianesimo si avvia a essere sempre più decisamente una «religione civile».

In quanto ai nostri «laici» alcuni arrivano addirittura ad arruolarsi nelle schiere di Oriana Fallaci; mentre altri si contentano di ripetere che sono laici e non laicisti. Le voci come quella di Giulio Giorello («Di nessuna chiesa») sono sempre più rare e isolate. Sono considerate un residuo di tempi passati, quelli della contrapposizione laici-cattolici che oggi non esisterebbe più.

Un grave spostamento di accenti, sul quale influisce fortemente la situazione internazionale, con le sue crisi dall'Iraq, al Medio Oriente, ai terrorismi. Crisi politica o di civiltà? In Vaticano si affrettano a ripetere che la religione non c'entra, ma rischiano di contraddirsi. Da una parte ripetono l'importanza del fattore religioso nella vita dei popoli e degli stati, dall'altra dicono che la religione non ha niente a che vedere con i conflitti che stanno distruggendo l'umanità.

Il futuro, dunque, non promette niente di buono per i valori della laicità. Quelle distinzioni che nel passato hanno permesso a buona parte dei cristiani di accettare il mondo moderno, sembrano dimenticate. Da noi si ritorna a parlare non soltanto di aborto ma anche di Darwin e di condanna dell'evoluzionismo. E si torna a difendere, contro il relativo, ogni forma di assoluto. Per non parlare degli stati islamici nei quali quelle distinzioni non sono mai riuscite a entrare.

Forse ha ragione Giorello: «I laici tendono a difendersi, è tempo di attaccare». E non di accettare quei compromessi che alcuni propongono, come il Patriarca di Venezia, Angelo Scola, sul Corriere della sera: in un eventuale «terreno comune» fra laici e cattolici la parte vincente sarebbe certamente quella più forte, ancora una volta quella religiosa.


21/0705 - Dal Corriere della Sera
RISPOSTA A SCOLA - Chiese e Islam - Alleati contro la Tecnica
di EMANUELE SEVERINO
 

Il cardinale Scola ha proposto (Corriere , 17 luglio) di uscire dalla «immagine vecchia dell’idea e della pratica della laicità». Lo esigerebbero fatti come il 1989, «caduta delle utopie», globalizzazione, civiltà tecnologica, nuovo ordine internazionale, terrorismo, eccetera. Un «laico» potrebbe chiedersi perché non esista anche un’immagine vecchia della religiosità (cristiana e no), dalla quale si debba uscire in forza di quegli stessi fatti. Ma vorrei innanzitutto invitare il cardinale Scola - del quale ho grande stima e per il quale nutro affetto (è stato anche mio allievo all’Università Cattolica di Milano) - a soffermarsi un poco su quanto dice del filosofo Habermas. Scrive di non condividere la persuasione di Habermas, che cioè «per giustificarsi, una democrazia costituzionale non ha bisogno di un "presupposto" etico o religioso». Ma si dichiara d’accordo con lui nell’auspicio che credenti e non credenti «si predispongano a un confronto permanente». E si può essere subito d’accordo, perché se non ci si vuole uccidere a vicenda ci si deve continuamente confrontare nel dialogo.
Ma da che cosa deve partire questo dialogo, se non dalla discussione della tesi da cui il cardinale Scola dissente, cioè che la democrazia costituzionale non ha bisogno di alcun «presupposto» etico o religioso? Se questo punto di partenza non è chiarito, tutti i consensi, che lungo il dialogo si potranno stabilire, saranno degli equivoci. Poiché tale punto di partenza non è stato chiarito nemmeno nel dialogo che l’allora cardinal Ratzinger ebbe con Habermas nel 2004, il loro dialogo è stato in effetti un malinteso. Per affermare l’opportunità di non uccidersi, ma di dialogare non c’era bisogno di scomodare Habermas e Ratzinger.
Ma quella tesi sulla democrazia non se l’è inventata Habermas. Nel summenzionato incontro con l’allora cardinal Ratzinger, Habermas la enuncia anzi di sfuggita, come cosa ovvia, scontata, sulla quale non valga la pena di soffermarsi. Come mai? Perché egli ha alle sue spalle due secoli di filosofia che sempre più perentoriamente ha mostrato l’impossibilità di ogni «presupposto» etico o religioso, cioè l’impossibilità di un’etica o di una religione che pretendano possedere la verità assoluta. Non credo che Habermas (e i molti che fanno come lui) faccia bene a dare per scontato il duro lavoro della filosofia degli ultimi due secoli: in questo modo la potenza di quel lavoro vien lasciata in cantina ad arrugginire, e appare come un semplice «relativismo» che la tradizione dell’Occidente (Cristianesimo in testa) può ritenersi legittimata a lasciar da parte (come ha proposto Giovanni Paolo II), auspicando il ritorno alla filosofia tradizionale (medioevale e antica) - ossia a quella sapienza che, scavalcata dalla filosofia moderna, da Cartesio all’Illuminismo, è responsabile (secondo Giovanni Paolo II) di tutti gli orrori del XX secolo.
Non intendo negare questa responsabilità. Anzi, la filosofia è, da ultimo, responsabile dell’intera storia dell’Occidente (che include l’Islam, dalle fortissime radici greche), e ormai del pianeta. Ma proprio per questa responsabilità non si può pensare che la filosofia degli ultimi due secoli sia una bazzecola dalla quale ci si possa liberare agevolmente - con l’involontaria complicità di chi la lascia in cantina.
Il cardinal Scola è filosofo e queste cose le capisce al volo. Ma mi lasci dire che anche lui corre il rischio di farsi involontariamente complice di quella liberazione troppo agevole, proprio quando propone di abbandonare la vecchia immagine della laicità. Perché se il concetto di «laicità» è quanto mai ambiguo, non è per niente ambigua (nella sua essenza più profonda) la potenza con cui la filosofia del nostro tempo ha mostrato l’impossibilità di ogni verità assoluta, di ogni dio, di ogni fondamento che pretenda di sottrarsi al divenire del mondo. La coscienza di questa impossibilità è il fondamento ultimo di ogni «laicità» e proporsi di cambiare questo senso fondamentale della «laicità» significa chiudere gli occhi di fronte all’essenza dello sviluppo storico dell’Occidente.
Propenderei anzi a mettere in secondo piano il problema della «laicità» e a portare invece in primo piano la chiarificazione dell’essenza della filosofia del nostro tempo e della sua capacità di portare al tramonto la tradizione dell’Occidente. Il che implica la chiarificazione del senso essenziale dell’intero sviluppo del pensiero filosofico.
Il cardinale Scola sa bene che il contenuto a cui si rivolgono i miei scritti non è la difesa della filosofia del nostro tempo (ma nemmeno della filosofia del passato), e sa bene che tuttavia i miei scritti danno una mano a questa filosofia, perché essa è la conseguenza rigorosa e inevitabile del modo in cui il pensiero filosofico è nato in Grecia ed è stato responsabile della storia dell’Occidente.
I fatti che egli indica (e che ho richiamato all’inizio) sono, al contrario, le conseguenze inevitabili di quell’evento essenziale in cui viene mostrata l’impossibilità di ogni Dio, di ogni verità assoluta, di ogni fondamento. La «caduta delle utopie» è appunto la caduta della convinzione che esista una verità assoluta che le alimenti. E se l’assolutismo dello «Stato etico» è una espressione della filosofia del passato, non si vede perché il cristianesimo e il suo fondamento filosofico non siano a loro volta una delle più grandiose di quelle utopie.
E ci può essere «globalizzazione» perché la tecnica guida il mondo: ha emarginato quelle utopie e si muove nel clima di un pensiero filosofico che ha mostrato la loro impossibilità. Certo, l’Islam è oggi al centro della scena mondiale. Ma per lo stesso motivo per cui, in America, al centro si trova l’integralismo evangelico che ha fatto vincere Bush e, in Europa, al centro si trova la Chiesa cattolica che ambisce a ridiventarne la guida. E il motivo è che se il pensiero del nostro tempo «ha diritto» a decretare la morte della tradizione, la tradizione punta i piedi e reagisce in modo da far provvisoriamente sbandare dalla parte opposta il processo storico.
Già, il pensiero del nostro tempo ha quel «diritto». Perché? Ecco, qui incomincia il dialogo - desidero dire al cardinale Scola. Ma a questa domanda i «laici» contemporanei non danno alcuna risposta - e il dialogo con i «religiosi» è troncato sul nascere -, se si limitano a considerare quel «diritto» come cosa ovvia, e cioè se si limitano a dare per scontato, come accade nel discorso di Habermas, che la democrazia costituzionale non ha bisogno di alcun presupposto etico o religioso.


Corriere della sera, giovedì, 21 luglio 2005


Laicità e laicismo, due parole importanti due letture contrastanti - Viano e Pera
5/07/05
Ciao Giulio, ho trovato su Italialaica lo scritto allegato di Carlo A. Viano, lunghissimo. Non so se sia utilizzabile nel tuo sito (al massimo in una rubrica, non so se c'è, di approfondimenti). Però c'è del buono.Te lo mando lo stesso. Alcuni passaggi mi sembrano interessanti o persino illuminanti. L'ultima frase, che sicuramente entrambi condividiamo, andrebbe bene anche come "pensierino del mattino".
 

Io posseggo un volume che a dire il vero non ho mai letto (è sempre in lista di attesa): "Trattato dei tre impostori", Nuova Universale Einaudi N. 216 © 1994. Non se se è ancora disponibile. La prima edizione di quest'opera è del 1719. I tre impostori sarebbero Mosè, Gesù e Maometto... Continuando di questo passo il possesso, la lettura e la divulgazione di opere simili comporteranno la pena di morte. O l'accusa da parte di Pera e Casini di "laicismo estremista".

Non so se conosci la commedia di Vittorio Alfieri, "La finestrella", in cui Maometto è presentato come un volgare imbroglione ... Che facciamo, bruciamo anche Vittorio Alfieri? E anche Dante non è tenero con quel "profeta".

Un saluto cordiale
Sergio

LAICITÀ E LAICISMO
di Carlo Augusto Viano

Da Critica liberale

Spesso si sostiene che esistono due modi di considerare la laicità: quella dei laicisti, i quali perseguono una forma estrema di laicità, e quella dei laici, i quali perseguono una forma moderata e ragionevole di laicità, che anche i credenti accettano e che sarebbe auspicata perfino dalla Chiesa. Sarebbe laica una cultura che persegua una moderata indipendenza dalla fede religiosa e dalle istituzioni ecclesiastiche, mentre sarebbe laicista una cultura che misconoscesse l’autorità di quelle istituzioni e pretendesse di confinarle in una sfera assolutamente privata, ponendo le credenze sulle quali essi fondano le proprie pretese di riconoscimento sullo stesso piano di qualsiasi altra credenza.
In realtà i due termini si riferiscono a due cose diverse: la laicità denota uno stato di un ordinamento, un regime, una cultura ecc., mentre il laicismo indica una tendenza e si riferisce a tutto ciò che promuove la laicità. Pertanto è del tutto appropriato dire che coloro i quali auspicano l’instaurazione di uno stato laico sono laicisti ed è possibile essere laici, ossia nello stato di laicità, essendo o no laicisti. Le chiese comprendono membri laici, distinti da preti, sacerdoti, ministri ecc., e in comunità religiose diverse i rapporti tra laici e non laici sono regolati in modi diversi. Il grado di indipendenza riconosciuto ai laici o da questi rivendicato può essere diverso e andare da un grado zero, che non ammette nessuna indipendenza dei laici, a un grado massimo, che rivendica la loro indipendenza totale; e questi sono gradi di laicismo. Infatti il laicismo, come qualsiasi altra tendenza, può essere nullo, moderato, radicale, estremo e così via.
Quando distingueva tra “laico” e “laicista”, Bobbio intendeva contrapporre un laicismo radicale a uno moderato, ma lo faceva in modo non appropriato. Tutta la discussione sul laicismo si è aggrovigliata intorno a questi tormenti linguistici: gli uni a proclamarsi soltanto “laici”, per non provocare le ire di chi vedeva minacciati prestigio e potere delle istituzioni religiose delle quali riconosceva l’autorità, gli altri pronti a bollare come “laicista” chiunque sostenesse la pretesa di vivere senza tener conto delle autorità religiose. La colpa principale è stata dei laicisti, che hanno opposto arrendevolezza a intransigenza e non hanno capito che neppure un laicismo moderato poteva essere accettato da chi sosteneva il primato delle credenze religiose sulle scelte individuali dei cittadini. Ma a parte questo, la cosa più semplice è accettare ciò che fa piacere agli avversarsi del laicismo e accogliere benevolmente l’accusa di essere laicisti. I cristiani raccomandano (più agli altri che a se stessi) di porgere l’altra guancia: porgiamola e prendiamoci lo schiaffo che dovrebbe costituire la qualifica di laicisti. Messe così le cose, diventa comunque chiaro che il problema è capire quali siano le condizioni per la convivenza tra persone che si arrogano un’autorità religiosa o la riconoscono e persone che non la riconoscono. Il problema del laicismo si intreccia talvolta con quello della tolleranza, perché ci possono essere persone che riconoscono autorità religiose diverse, e allora ciascun gruppo si configura rispetto agli altri come un insieme di persone che non riconoscono l’autorità religiosa legittima.
Il termine “laico” deriva dal greco laós, che significa genericamente “gente” riunita a diversi titoli. Per Omero può trattarsi dell’esercito nel suo insieme o di una sua parte; ma laós può significare propriamente “popolo”, per esempio i sudditi di un sovrano, il popolo riunito in assemblea o il pubblico a teatro. Talvolta la parola ha un significato etnico e geografico e serve a indicare un popolo particolare: si dice, per esempio, Attikòs laós. Nella Bibbia la parola greca assume un significato particolare, perché nella traduzione dei Settanta laós viene impiegato per indicare il popolo opposto ai sacerdoti e ai leviti. In quest’uso del termine compare un tratto fondamentale per i significati delle parole che deriveranno da laóv e che entreranno in gioco nella discussione sulla laicità e sul laicato: si tratta del riferimento alla religione sacerdotale ebraica, che si fonda sul primato del tempio e sulla riunione di potere politico e potere religioso nelle famiglie sacerdotali. Nel mondo ebraico i laici rivendicano un proprio spazio religioso quando il culto centralizzato del tempio declina e la sinagoga diventa sede di religiosità diffusa, luogo in cui si manifestano liberamente profeti e si attenua la fedeltà letterale al libro. In questo ambiente i farisei introducono nuovi elementi nell’ebraismo e rivendicano la capacità di interpretare la tradizione in modo relativamente indipendente dalle direttive del sacerdozio. In questa matrice nasce il cristianesimo, generato del profetismo diffuso.
Qualcosa di analogo alla differenza tra sacerdoti e popolo si ripresenta anche in un altro modo, con un riferimento primario alle cose anziché alle persone. Nelle traduzioni della Bibbia dovute a Aquila, Simmaco e Teodozione l’aggettivo laïkós significa “ciò che non è consacrato”, per esempio un pane o un luogo. Ma nella Lettera ai Corinzi (40,5) di Clemente Romano (95 d.C.) e poi nel codice giustinianeo laïkós si estende alle persone, contrapponendosi a klerikós, e “laico” acquista il significato che ancora detiene in opposizione a “chierico”. Klerikós risale a klêros, che significa “ciò che è assegnato”, e nelle comunità cristiane si riferisce alle persone che esercitano un ministero. Il cristianesimo era nato dalla dissoluzione della religione ebraica del tempio, ma nelle comunità cristiane si delinea un nuova autorità religiosa.
Verso il 225 nella Didascalia degli Apostoli si legge: «Ascoltate perciò anche voi, o laici, Chiesa eletta di Dio», in cui la comunità appare divisa tra clerici e laici.
L’uso greco di laós per indicare un popolo particolare si ritrova nel Nuovo Testamento, dove quel termine si riferisce agli ebrei opposti ai gentili e ai cristiani opposti ai pagani. Ma qui quell’uso assume una connotazione religiosa, derivata dalla tradizione ebraica. Il popolo cui quel termine si riferisce è un popolo speciale, come gli ebrei pretendevano di essere rispetto agli altri popoli, il popolo eletto o il popolo di Dio. A loro volta i cristiani, che ereditano l’esclusivismo ebraico, si sentono il popolo dei salvati rispetto ai pagani.
Tutti i popoli hanno problemi di esclusivismo e di identità, e credenze e pratiche religiose sono componenti importanti delle identità. In queste situazioni si profilano soluzioni diverse, che si collocano in uno spettro compreso tra il sincretismo più completo e l’intolleranza più rigorosa. Anche la Bibbia testimonia dei rapporti tra l’ebraismo e le religioni dei popoli con i quali gli ebrei erano in contatto, e anche in questo caso l’esclusivismo ha dovuto combattere contro le tentazioni di assorbimento. Perfino le comunità politiche più piccole, come le città stato greche, hanno dovuto affrontare il problema e hanno sperimentato sia la via dell’intolleranza sia quella dell’assorbimento. I grandi imperi antichi hanno dovuto affrontare al loro interno problemi di pluralismo religioso e anch’essi lo hanno fatto un po’ assorbendo novità, un po’ reprimendole, un po’ addomesticandole. Né Roma è venuta meno alla regola, alternando momenti di chiusura e momenti di apertura.
Le procedure di assorbimento presuppongono la conciliazione di culti diversi e molto spesso muovono dall’imposizione di culti di base, che devono essere accettati da tutti coloro che sono compresi nel sincretismo. Non tutti devono accettare le pratiche religiose di tutti gli altri, ma ci sono alcune pratiche che, magari in modi diversi, devono essere accolte da tutti. Questa soluzione finì con l’essere adottata dall’impero romano, che conobbe diverse forme di convivenza tra religioni differenti e di sincretismo, ma che, soprattutto di fronte all’esclusivismo delle religioni ostili all’accettazione di qualsiasi pratica considerata estranea, reagì imponendo il riconoscimento di aspetti ritenuti fondamentali della religione romana.
Il caso ebraico diventò particolarmente acuto. Gli ebrei erano stati esposti a diverse pressioni religiose nel corso della loro storia, e le avevano affrontate con resistenze e compromessi. L’ultima pressione subita prima della conquista romana era stata esercitata dai sovrani ellenistici, e anche in questo caso gli ebrei in parte si erano ellenizzati e in parte avevano resistito. Si erano rivolti a Roma proprio per avere un aiuto contro i re ellenistici, ma poi Roma stessa si era rivelata un’erede dell’ellenismo e aveva ripreso a urtare la suscettibilità religiosa degli ebrei, introducendo statue nel loro tempio e pretendendo che personaggi umani fossero oggetto di atti di culto.
Nell’aristocrazia sacerdotale c’erano elementi favorevoli al compromesso con i romani, perché solo così era possibile garantire un qualche potere politico al tempio, mentre nella religiosità diffusa la resistenza antiromana trovava una base più larga. Gli ebrei avevano difeso la propria identità con rigorosi tabù culturali, alimentari e sessuali, che suscitavano curiosità, talvolta rifiuto, ma anche interesse nel mondo pagano. La violazione di questi tabù era fortemente sentita nella religiosità diffusa ed era presa come un segno dell’oppressione politica esercitata dai dominatori. Ad un certo momento sembrò che un compromesso fosse a portata di mano. Gli ebrei si erano diffusi fuori del proprio territorio originario e non potevano pretendere di imporre le proprie regole alle popolazioni tra le quali vivevano: potevano fare proselitismo e chiedere che gli individui convertiti praticassero i tabù ebraici, ma dovevano accettare che la società nel suo insieme non li rispettasse. Invece potevano pretendere che nel loro territorio non fossero introdotti culti stranieri. Così l’esclusivismo ebraico assumeva una forma territoriale e si saldava ancora più strettamente all’unione di potere religioso e potere politico che anche sotto i romani in Palestina era in qualche misura consentita.
Nel cristianesimo originario i romani videro soprattutto una minaccia all’ordine politico in Palestina, come ce n’erano molte nei movimenti ebraici radicali, mentre probabilmente all’interno del cristianesimo si sviluppò, in personaggi come Paolo di Tarso, una tendenza a interpretare il primato ebraico su base non territoriale ma comunitaria, e a puntare sulla penetrazione della diaspora ebraica attraverso l’opera di predicatori popolari, che nelle sinagoghe e nel movimento dei farisei avevano ottenuto un ampio riconoscimento. Proprio i farisei avevano presentato la religione ebraica come un modo per ottenere la risurrezione dopo la morte; e le religioni che garantissero la vittoria sulla morte erano molto popolari nel bacino del Mediterraneo. Soprattutto dopo la distruzione del tempio e la dispersione degli ebrei di Palestina, la setta ebraica dei cristiani puntò a una sorta di “conciliazione politica” con il potere romano, con il quale non conveniva mettersi in contrasto, ma non rinunciò a una qualche forma di esclusivismo religioso. Abbandonata la base territoriale, il cristianesimo progressivam