SPECIALE XX SETTEMBRECelebrazioni dell'anno 2006
NO GOD offre il suo contributo alla ricorrenza del XX settembre con questa documentazione curata da
Tiziana Ficacci grazie al materiale storico cortesemente fornito da Giovanni Lubrano di Scorpaniello. In occasione della ricorrenza del 20 settembre, ci sembra di grande interesse proporre alcune pagine del libro di Ugo Pesci, corrispondente dal campo (l’odierno inviato di guerra) che seguì l’intera campagna militare che , nel settembre 1870, culminò il 20 di quel mese con l’ingresso delle truppe italiane in Roma.
Dall’8 settembre fino al 1° gennaio 1871, data dell’ingresso di Vittorio Emanuele II nella nuova capitale del Regno, Pesci annotò scrupolosamente per il Fanfulla di Firenze, giornale che lo aveva inviato al fronte, tutto ciò che avvenne prima, durante e dopo l’entrata dei Bersaglieri dalla breccia che, vicino a Porta Pia, era stata aperta dai colpi di cannone degli artiglieri del generale Raffaele Cadorna. Una serie di corrispondenze esemplari non solo per le cronache di guerra ma anche nell’impatto che sui Romani ebbe la nuova situazione.
L’ottima corrispondenza non sfuggì all’attenzione di Giosuè Carducci, che dedicò agli scritti raccolti in memorie, una introduzione di cui riportiamo alcuni stralci. Proponiamo brani dei capitoli dedicati ai Romani nel 1870 ed al Plebiscito di annessione che si svolse il 2 ottobre 1870.
Il libro, ormai una rarità da biblioteca, è: Ugo Pesci, Come siamo entrati in Roma, edizione fuori commercio stampata in occasione del 1° centenario dell’Unità d’Italia, 20 agosto 1970 dall’editore Aldo Palazzi , che ci è stato generosamente segnalato e “prestato” dall’amico Giovanni Lubrano di ScorpanielloGiosuè Carducci
Un bello e buono libro come ce ne vorrebbe per ogni avvenimento memorabile
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Ah per questa Roma dunque; per il governo di una casta in sottana e roccetto, che aveva per finanze i debiti montanti di tre secoli e i prestiti ebrei, per legge i capricci saltellanti sotto le zucchette rosse o nere, per armi le prezzolate di tutta Europa; per questo governo che riscattava l’omicidio a scudi; per questo governo che in una città la quale avea tante terme ed ha tant’acqua fece un popolo sporco; per questo governo che veniva a patti con briganti, e cedeva il diritto di grazia a Radetscky nelle Legazioni e l’autorità al Comando superiore francese nella capitale; per tale società, per tale governo, i forti romagnoli nati alla milizia, i piceni ingegnosissimi nelle lettere e nel giure, gli umbri devoti all’ideale dell’arte, dovevano essere taglieggiati, angariati, scannati in Cesena, in Forlì, in Fermo, in Perugia? Dovevano tollerare – tre esempi tra mille – monsignor Stefano Rossi delegato apostolico in Ravenna, scrivente nel 1851 al governatore di Faenza che per correggere i ragazzi delle scuole indisciplinati s’intendesse con il comandante la guarnigione austriaca che li facesse da’ soldati austriaci vergheggiare al pancone? Tollerare il cardinale Cagiano, ordinante nel 1844 tre mesi di carcere a quei genitori che lasciassero le figliuole fare all’amore? Tollerare un padre Rossi, eccitante nel 1849 la plebe a vibrare senza pietà le armi nel petto ai profanatori della religione, a disperderne i nemici, non eccettuati i bambini? A tali onte la nobile nazione italiana doveva sacrificare parte del popolo suo? E dove era il diritto cristiano, il diritto delle genti, l’umanità?
…
Come cadesse, cioè come facilmente e pianamente, con l’assenso delle opinioni, si compiesse un tanto mutamento negli annali d’Italia e del mondo, lo racconta, ripeto, pienamente, di momento in momento, dal vero, il cav. Ugo Pesci in questo libro. Leggendolo a noi parve rivivere nella nostra giovinezza; della quale non siamo al tutto scontenti, se fummo degnati a veder tanto. Legga la generazione nuova; e sia degna dell’avvenire.
Giosuè Carducci, Courmayeur 20 agosto 1895
I Romani del 1870, da “Come entrammo in Roma” di Ugo Pesci
Don Maffeo Colonna di Sciarra, benché sua madre avesse parteggiato per il Borbone di Napoli e per la reazione fino al punto di dover comparire sul banco degli accusati davanti alla Corte d’Assise di Napoli nel 1862; benché la sua casa fosse stata frequentata da zuavi e legittimisti fino alla sera del 19 settembre; sentì egli pure d’essere italiano e s’iscrisse fra i primi nella guardia nazionale a cavallo. Il vecchio duca Lante della Rovere di Montefeltro, uno dei difensori di Roma nel 1848, si era trovato con Garibaldi a Mentana.
I Caetani, padre e figlio, non avevano aspettato il 1870 per diventare liberali e il loro palazzo in Via delle Botteghe Oscure era un luogo di ritrovo per quanti italiani e stranieri amanti dell’Italia visitavano Roma. Il principe Filippo Doria Pamphilj fece parte della prima amministrazione comunale di Roma: funzionò per pochi giorni da sindaco e fu poi per breve tempo anche prefetto di palazzo di Sua Maestà. Un Cenci Bolognetti creato dal papa principe di Vicovaro fu nominato più tardi maestro di cerimonie di Corte.
Rimasero vaticanisti i Barberini, i Ghigi, i Borghese – ma senza esagerazione né ostentazione – gli Aldobrandini, i Lancellotti, i Salviati, i Patrizi, i Theodoli, i Ricci-Paracciani, i Sacchetti, i Serlupi, i Rospigliosi – benché il principe don Clemente si fosse rifiutato nel 1860 a firmare un indirizzo d’inalterata devozione a Pio IX. Invece Francesco Pallavicini Rospigliosi, poi senatore del Regno, fu il primo sindaco di Roma e mise il suo primogenito nell’esercito. … Il marchese Francesco Vitelleschi, uomo di profonda e vasta cultura, col pseudonimo di Pomponio Leto stava allora terminando la storia dell’ultimo Concilio Vaticano, libro scritto con moderazione ma con tale esattezza da farlo essere sgraditissimo agli zelanti e condannare dalla Congregazione dell’Indice. … Dei Torlonia – per dire della nobiltà più recente – il principe Alessandro rimase affezionato al papa, a suo modo: il duca Giulio non si mostrò punto contrario al nuovo ordine di cose e i suoi figli furono educati poi dalla madre – una Chigi – a sentimenti italiani: il primogenito Leopoldo, allora diciassettenne, è stato poi sindaco e deputato di Roma. … Il duca Romualdo Braschi rinunziò volontariamente al posto di guardia nobile di S.S. prima del 20 settembre e fu capitano della guardia nazionale.
La ricca borghesia si conformava al nuovo stato di cose che aveva volonterosamente concorso a stabilire in Roma. Molti si erano arricchiti esercitando l’industria agricola, e parecchi in mala vista di governo pontificio. … Angelo, Romolo e Vincenzo fratelli Tittoni non avevano lasciato passare occasione per essere utili alla patria: quest’ultimo era stato con il principe di Piombino e l’architetto Campovesi a Parigi, nel 1861, a portare a Napoleone III un indirizzo firmato da 10.000 Romani che invocavano d’essere sottratti alla signoria temporale del papa.
Vaticanisti e liberali
Non bisogna certamente supporre che quanti non consentivano nelle opinioni politiche della maggioranza tenessero un contegno provocante ed urtante. Vi fu qualche famiglia patrizia che per lunghi mesi non mandò fuori di casa i figliuoli, perché non corressero il rischio d’incontrar soldati “piemontesi” e quei poveri ragazzi, oggi uomini fatti, dovettero contentarsi di correre sulle terrazze, fortunatamente vastissime, dei loro palazzi. Vi fu qualche altra famiglia, la quale restò per molti mesi in campagna. Ma, generalmente, la tolleranza fu grande da una parte, quanto franca la disinvoltura dall’altra.
Fin dai primi giorni dopo l’ingresso delle truppe, fino dal giorno stesso, nei contatti inevitabili fra gli abitanti di una città ed un esercito che la occupa, sia pure amichevolmente, non avvenne alcun disgustoso incidente. … La comunanza di opinioni politiche fu un gran coefficiente per determinare una fusione più completa fra le classi sociali, necessaria, indispensabile in una città dove anche fra la borghesia esistevano, per così dire, distinzioni gerarchiche. Una delle tante satire che comparvero a Roma fra il 1849 e il 1870 quando, non potendosi criticare il governo, la mordacità dello spirito si doveva sfogare con questo e con quello – enumerando le signore della borghesia – le divideva in signore del generone e del generetto, ed i vocaboli erano rimasti a indicare una sfumatura di divario che malamente si potrebbe definire a parole.
Non furono dapprima frequenti le occasioni per far sparire le disuguaglianze ed arrotondare gli spigoli. … Prima a ricevere in casa, al secondo piano del palazzo Ruspoli, fu donna Elisabetta Ruspoli Pepoli, nelle cui sale da bigliardo e da conversazione si trovarono mescolate ed in buonissima armonia tutte le classi e tutte le opinioni; delle signore, de’ nobili liberali, qualche guardia nobile, qualche artista, qualche ufficiale italiano. Nel salotto di donna Elisabetta fu, subito dopo il 20 settembre, proposto da lei di regalare una bandiera alla corazzata Roma e creato un comitato che consegnò la bandiera qualche anno dopo, a Civitavecchia.
Tolleranza esemplare
La tolleranza è niente più d’un dovere per una popolazione civile, ma è giusto riconoscere che i Romani lo adempirono scrupolosamente. Preti, frati, seminaristi poterono liberamente farsi vedere nelle strade il 21 settembre. Si cominciò poco dopo a rivedere anche i cardinali, non più con la porpora, bensì in abito talare con filettatura rossa e bottoncini rossi, nessun segno di dignità ecclesiastica intorno al cappello, e nei primi tempi con le calze nere da semplice prete. Le calze rosse del cardinale Clarelli furono ritenute un primo simbolo di intenzioni conciliative e dettero motivo di conversazione per più di ventiquattr’ore.
Si disse che il papa avesse dato ordine di chiudere le chiese, quando Vittorio Emanuele fosse giunto in Roma; ma non l’ho mai creduto benché Pio IX facesse troppo spesso quello che gli facevano fare. Il cardinale vicario proibì bensì la messa di notte la vigilia di Natale, benché permessa in tutto il mondo cattolico; ma quando Vittorio Emanuele giunse inaspettato a Roma le chiese rimasero aperte. Da parte de’ nuovi venuti e de’ romani liberali nessuno pensava del resto a fare offesa alla religione ed ai sentimenti religiosi della popolazione. Le funzioni ecclesiastiche continuarono ad essere celebrate con la usata pompa in tutte le chiese, cominciando dalla Basilica di San Pietro, dove ne’ giorni di festa era sempre “un pieno di soldati” non impalati come quelli veduti dal Giusti nella chiesa di Sant’Ambrogio a Milano, ma rispettosi e compunti.
Il 7 e l’8 dicembre furono celebrate in San Pietro solenni funzioni per la festa della Concezione: la sera del 7, secondo la consuetudine romana, introdotta dopo la proclamazione del dogma dell’Immacolata, furono illuminate molte case di Roma, compresi i palazzi di alcuni patrizi dichiaratisi liberali.
I popolani
Devo dire tutto il bene possibile delle classi inferiori, che a Roma, come in tutte le grandi città del mondo, ed anche nelle piccole, formano la grande maggioranza della popolazione.
Non esiste l’uomo perfetto, né dico che fosse perfetto il popolano di Roma; ma la sua indole mi parve un impatto armonico di buone qualità e di difetti, compensati gli uni dalle altre, che ispiravano propensione a schietta benevolenza. Facili a commuoversi, difficili a persuadersi, i popolani di Roma erano molto più dominabili col sentimento che con il raziocinio; sobri per abitudine, sregolati all’eccesso specie quando nell’esserlo facevano consistere la loro vanità; docilissimi nelle condizioni normali, pericolosi nell’ubbriachezza, ma sempre pronti ad assalire di faccia, non per tradimento.
… Parlo di uomini liberi, convinti d’avere ereditato le virtù dei romani antichi, avendone ereditato anche i mancamenti.
… Li ricordo sempre con affettuosi rammarico quei buoni compari che ho conosciuto allora e che mi stendevano con “tanto de core” le loro larghe e callose mani; e quelle formose ed atticciate commari dai capelli corvini… con le pesanti e voluminose “scioccajje” alle orecchie e le catene d’oro ballonzolanti sul protuberantissimo seno, ravvolto nel tradizionale finissimo scialle di crespo bianco di seta, con la frangia e lunghissimi péneri.
IL PLEBISCITO
Atto notarile con il quale fu rogato il plebiscito di RomaIn nome di Dio
Regnando S.M. Vittorio Emanuele II, Re d’Italia
L’anno mileottocento settanta (1870). Il giorno di domenica due ottobre alle ore nove pomeridiane.
Per ordine della Giunta provvisoria governativa di Roma e Provincia
NOI
Camillo Vitti, notaro maggiore presso il Senato Romano, di studio in via Aracoeli, N.70;
Egidio Serafini,notaro , di studio in piazza dei Santi XII Apostoli, N. 232;
Filippo Delfini, notaro, di studio in piazza dei Caprettari, numeri 66 e 67;
Francesco Guidi, notaro di studio in via dei Giubbonari, N. 30;
ci siamo recati nelle diverse Sezioni a Noi rispettivamente assegnate per lo scrutinio della votazione del Plebiscito di Roma, affine di apporre i suggelli alle urne ove erano racchiusi i voti; e dopo di avere apposto le biffe a ciascuna di esse, ora che trovansi trasportate nella sala maggiore del Campidoglio per riconoscerne il risultato, abbiamo riconosciute integre e non viziate nei suggelli in parte alcuna le urne; peperò abbiamo riconosciuto e dichiarato regolare in tutto e per tutto il trasporto dai diversi uffici di votazione al luogo ove pubblicamente si trovano.
E quindi ad istanza e vista della Giunta stessa, presente Sua Eccellenza il signor Generale Cadorna, abbiamo proceduto all’operazione delle urne, presenti ancora tutti i Deputati, Commissioni e popolo Romano, liberamente acceduto, e sonosi rinvenuti i voti nel modo seguente: Urna del Campidoglio: Voti SI, numero 6.880 Voti NO, 0
Urna del Palazzo Odescalchi: Voti SI, numero 2.835 . Voti NO, 0
Urna in Piazza Colonna: Voti SI, numero 5355, Voti NO,1 Nulli 2
Urna in Piazza Santa Maria in Trastevere: Voti SI,4.029 Voti NO,1 Nulli 2
Urna alla Piazza del Biscione: Voti SI, numero 2933. Voti NO, 2
Urna al Palazzo Camerale a Ripetta : Voti SI,2.185. Voti NO, 2. Nulli, 3
Urna in Piazza di Ponte Sant’Angelo: Voti SI 2.917. Voti NO, 2. Nulli, 3
Urna in Piazza Ricci: Voti SI 1.467. Voti NO,2
Urna in Piazza Navona: Voti SI, 3.455. Voti NO,10, Nulli,3
Urna alla Via dei Serpenti: Voti SI, 3.184. Voti NO, 2
Urna di Piazza Barberina: Voti SI, 1.306. Voti NO,10
Urna di Piazza Spagna: Voti SI,3.292. Voti NO, 10
Il totale pertanto della votazione affermativa pel SI, è risultato in numero di 39.239, e per il NO, numero 46 e voti nulli numero sette.
Registrato a Roma, li quattro ottobre milleottocentosettanta, in quattro pagine senza postille, volume 421, atti pubblici foglio 421, casello 8 gratis, a forma d’ordine come sopra e ricevuta copia d’Archivio. |